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Last updateWed, 22 Nov 2017 6pm

Passare da uno spazio all’altro senza farsi del male

La ghirlanda di post di “Spazio e Apprendimento”, rivela un multiverso di aspetti complessi e correlati che si rincorrono e alimentano nei commenti di HR manager e docenti di design, professionisti del progetto e geografi, pedagogisti ed economisti, esperti di cinema e filosofi. Sembra emergere un modello di lettura con tratti ricorrenti, che fa il conto, quasi sempre, e in modo forse inconsapevole, con un “Mito della Macchina”, per dirla à la Mumford (1967), laddove la società moderna – e lo spazio per l’apprendimento che ne è espressione - è  rivelazione di  “… forza, velocità, movimento, standardizzazione, produzione di massa, quantificazione, precisione, uniformità, regolarità astronomica, controllo – soprattutto controllo...”.

 

Lo spazio è il palcoscenico dell’innovazione

Secondo Harvard Business Review, l'innovazione è oggi l’ingrediente base perché un’azienda possa avere davvero successo. Anche il gigante della consulenza McKinsey dà grande valore all’innovazione dichiarando che la capacità di un'azienda di cambiare è divenuta oggi ed in prospettiva “il motore principale della sua crescita, performance e quotazione”.  Certo l'innovazione è un processo spesso confuso e solitamente non lineare. Tuttavia un’analisi approfondita dei processi innovativi orientata a rilevare le condizioni alla base delle strategie emergenti per il successo non è certo inutile. Ovviamente, la creatività umana è sempre stata e rimane tuttora il fondamento dell'innovazione. Ma il mito dell’inventore solitario che ha un lampo di genio chiuso in una stanza isolata è solo un luogo comune umoristico e comunque un modello di altri tempi.

L’uomo della folla

In un celebre racconto di Edgar AllanPoe compare uno strano personaggio, incontrato dal narratore durante le sue passeggiate per la grande città. E’ una figura anonima e inquietante che si muove freneticamente e senza posa per giorni e notti. Il protagonista, che parla in prima persona, lo insegue sempre più affascinato da questa strana figura. Conviene seguire la dinamica del racconto e il suo sviluppo. Il narratore, che potremmo definire un flaneur, un esteta, prova interesse per la folla, per la massa indistinta e frenetica dei passanti che senza posa si muovono per le vie e i marciapiedi della metropoli. Ma improvvisamente la sua attenzione è calamitata dall’apparizione dello sconosciuto:

 

“la fisionomia di un vecchio di sessantacinque o settant’anni attrasse e fermò, per l’assoluta singolarità della sua espressione, tutta la mia attenzione. (…) le più paradossali supposizioni di genialità, e di spilorceria, di cupidigia, di freddezza, di malizia, di circospezione, di sanguinarietà, di orgoglio, di panico e di intensa e suprema disperazione, mi invasero in confusa folla la mente. Subito mi sentii più che mai desto, colpito e affascinato. ‘Quale strana storia’ mi chiesi ‘è scritta dentro a quel petto?’ ” (tr. it. p. 401).