09262017Tue
Last updateThu, 21 Sep 2017 2pm

70+20+10 fa sempre 100

L'idea che l'apprendimento sia figlio di un cocktail tra azione, supporto e formazione strutturata si sposa a meraviglia con il vecchio aforisma “Chi non sa fare fa il consulente, chi non sa fare il consulente insegna e chi non sa nemmeno insegnare scrive i libri”. Nel mondo dell'apprendimento, in cima a tutto c'è l'azione poi, a scalare, gli altri nei loro vari ruoli di supporto -dal mentore al capo, dall'esperto al coach, fino al consulente-, quindi i formatori e, infine, chi codifica la conoscenza e la rende trasmissibile in modo anytime-anyplace, i divulgatori. Questo mondo, almeno sulla carta, è molto simile a quello organizzato secondo la piramide 70-20-10, proposta dal Centre for Creative Leadership (CCL) un quarto di secolo fa. La golden rule del CCL nasce nella pancia piena del boom economico e prospera in un mondo in continuo sviluppo. Nasce in un contesto in cui la divisione del lavoro tra produzione e concettualizzazione si va marcando: da un lato chi sa fare, dall'altro chi non sa fare e dunque consiglia, insegna, scrive; in una parola il mondo di chi raccoglie, organizza e divulga la conoscenza. E' un mondo estremamente specializzato, funzionalizzato, incardinato sulla metafora della catena di montaggio.

Amico o nemico della formula 70-20-10? Riflessioni di un formatore

Dopo aver letto l’intervento di Raoul Nacamulli, per chi come me da svariati anni si occupa di apprendimento degli adulti, la domanda spontanea è la seguente: sulla base della mia esperienza professionale, sono amico o nemico della formula 70-20-10?

Immediate sono balzate alla mente le buone ragioni per essere amico della formula. Privilegiare i percorsi informali di apprendimento significa collegarli strettamente alle pratiche lavorative quotidiane delle persone, quindi aiutarle in maniera più efficace rispetto ai bisogni di crescita professionale. La formazione diventa ‘situata’, consente di acquisire il sapere tacito attraverso l’osservazione di modelli ed esempi concreti di comportamenti e stili lavorativi e si integra più facilmente con la cultura organizzativa esistente.

Apprendimento formale ed informale: la formula del 70-20-10 è ancora valida nell’era del’iperconnessione?

L’espressione apprendimento organizzativo ha un significato ben più ampio di quella di formazione. La formazione sottende delle attività pianificate e calibrate necessarie per far sì che si compiano processi di apprendimento individuali, di team ed organizzativi. Tuttavia le persone e le istituzioni apprendono anche al di fuori del setting della formazione formale. Molti percorsi di apprendimento avvengono in maniera fortemente intrecciata con lo svolgimento delle attività di lavoro e con le relazioni sociali professionali, con la consapevolezza che dare un senso alle esperienze di lavoro e di vita vissute tramite delle appropriate “pratiche riflessive” costituisce un ponte essenziale per poter realizzare vero apprendimento. Ci si domanda quindi se nel mondo attuale  la formazione pianificata, progettata ed esplicita conti molto o poco nel determinare i processi di apprendimento nelle organizzazioni, e se per conseguire risultati eccellenti di apprendimento debba pesare di più la formazione formale oppure quella informale. E inoltre, nel caso in cui contino entrambe le modalità, quali sono le proporzioni adeguate per raggiungere dei livelli di apprendimento appropriati rispetto alle esigenze della società della conoscenza?