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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Agilità e antifragilità: le società ipermoderne possono apprendere dalla culture arcaiche?

“La Storia sta per finire”, avvertiva nel 1992 il post hegeliano Francis Fukuyama, dal think tank della Rand, dopo aver visto crollare il muro di Berlino, come se, dopo un multi millenario percorso, mancasse ormai solo colmare un piccolo “delta” per raggiungere un asintoto: la democrazia liberale generalizzata su scala globale. Dico “su scala globale” perché il modello di Fukuyama prevede che, su scala locale, ci possano essere oscillazioni, eventi di picco, fratture intorno alla curva mediana, quella della storia universale, che si avvicina asintoticamente e inesorabilmente allo stato “finale”, compiuto e perfetto. Un altro crollo, quello delle torri gemelle del World Trade Center, di cui Fukuyama ha preso atto, ha consentito un aggiustamento del modello dopo il decennio successivo alla pubblicazione del libro “La fine della storia”. Con la considerazione di un effetto della tradizione sulle diverse storie locali che possono evolvere con oscillazioni molto grandi e cicli di decadenza, restaurazione e rinnovamento. Le recenti  “primavere” nordafricane potrebbero essere un ottimo test di laboratorio del modello di Fukuyama se non fosse però per gli effetti delle interferenze (pregresse ed attuali) degli interessi e delle armi dell’Occidente in quelle aree del mondo. Interferenze che si presentano come un legittimo “aiutino” nord-occidentale a ricondurre le storie locali alla linea di tendenza verso quell’asintoto ideale. La visione di Fukuyama è progressiva e orientata. Gli effetti negativi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che Fukuyama vede ad esempio come foriere di disgregazione sociale, saranno presto riassorbiti – pensa ottimisticamente Fukuyama - con una ricostruzione del capitale sociale di cui ciascuna società locale sarà capace. L’ottimismo di Fukuyama è basato – semplifico molto - sulla convinzione antropologica che l'uomo sia, per natura, socievole e orientato all’ordine e alla razionalità.

Storia delle idee: Revisiting Taylor (senza dimenticare Ford)

Se l’Ottocento è il secolo della rivoluzione industriale, il Novecento è quello della produttività. Alla meccanizzazione ottocentesca segue, funestata da conflitti mondiali e da regimi totalitari, una stagione in cui progrediscono rapidamente da una parte le tecniche di automazione, dall’altra quelle dell’organizzazione. Quale rivoluzione ci riservi il secolo attuale ovviamente non lo sappiamo ancora. Come l’Ottocento ha consegnato al Novecento l’elettrificazione, il Novecento termina consegnando al nuovo secolo le tecnologie digitali e l’imprevista infrastruttura di Internet. Non si sa quale uso farà questo secolo di tale eredità. Negli anni sessanta immaginavo che dopo il duemila sarei andato in ufficio su una macchina volante ma non immaginavo che avrei pubblicato su un blog, come sto facendo ora.

Hai pronto un business model per ripartire?

Trovo, tra i libri che riscuotono oggi un certo successo, Business Model You, scritto, impaginato e disegnato come un album colorato da Tim Clark, in collaborazione con Alexander Ostervalder e Yves Pigneur.

Il libro propone una metodologia semplice, strutturata e “visiva” per elaborare il proprio business model personale. La proposta mi pare interessante e significativa di alcune conseguenza dello spirito del tempo sul pensiero manageriale. Il libro discende direttamente dal fortunato “Business Model Generation” condividendo la stessa co-authorship estesa a centinaia di pratictioner sparsi per il mondo e l’ambizione di rendere facile e visivo il compito complesso e un po’ sfocato di concepire un business model di successo.