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Last updateWed, 18 Oct 2017 8am

Pubblici produttivi e innovazione sociale

Per guardare ed acquistare (in libreria) il libro di cui vi parlo, uscito a febbraio di quest’anno, ho avuto difficoltà. Nel quartiere commercialmente molto vivace in cui vivo è rimasta un’unica libreria (che chiuderà tra qualche settimana sostituita da un negozio di elettrodomestici). Ma il libro non c’era. Ormai le scorte nelle librerie sono minime, tendenti a zero. In un altro quartiere la libreria ne aveva un solo esemplare, quello che ho acquistato dopo averlo sfogliato ed averne annusato voluttuosamente – una mia perversione - la carta e la colla. Eppure si tratta di una casa editrice importante e ben distribuita. E il libro é di qualità, interessante e ben promosso.

Scale down: le virtù artigianali italiane ci renderanno più competitivi?

Futuro artigiano, l’innovazione nelle mani degli italiani di Stefano Micelli (Marsilio, 2011) ha avuto il merito di guardare al management, finalmente, da un punto di vista molto italiano. Ma con un ottimismo anglosassone. A metà degli anni ottanta Piore e Sabel da una parte (Sloan School of Management del MIT) e Michael Porter dall’altra (Harvard Business School) scoprivano impreviste fonti di vantaggio competitivo nella natura dei distretti delle piccole imprese italiane, flessibili e radicate in un territorio e in un milieu di cultura industriale da cui trarre linfa per l’innovazione. Dalla Ivy League o dal nord Europa si partiva per il Grand Tour in Italia a studiare Montebelluna e Sassuolo. Ricordo di aver avuto, all’inizio degli anni ’90, illuminanti conversazioni con Richard Locke del MIT e con Örjan Sölvell della Business School di Stoccolma sulla curiosità che riscuoteva nel mondo la specificità del modello flessibile e creativo di industrializzazione italiana.

L’economia dell’identità: un modello utile. Ma quale identità?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il concetto di “identità”, da secoli fecondo di profonde implicazioni filosofiche, psicologiche, antropologiche e sociologiche,  ha fatto capolino nei modelli stilizzati dell’economia solo nel 2010, grazie al premio Nobel George Akerlof, folgorato da un’obiezione di Rachel Kranton, docente di economia alla Duke University.

Economia dell’identità, uscito nel 2012 in Italia nella collana “Anticorpi” della Laterza, scritto assieme alla Kranton, fa notare che la classica “funzione di utilità” non è in grado di spiegare il fatto che l’individuo possa scegliere non solo sulla base di incentivi monetari ma anche in base alla propria identità sociale: quello che si è o si vuole essere, per sé o per gli altri.