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Last updateWed, 13 Dec 2017 10am

Vivere è imparare

Due ottantenni discutono davanti al caminetto di una casa di campagna. Siamo ad Altenberg in Germania nel 1983, nella casa di Konrad Lorenz, etologo, premio Nobel per la medicina e la fisiologia. L’altro vecchio è Karl Popper, filosofo della scienza. Tra loro, come le scintille del camino, crepitano le idee. Ciascuno completa e corregge il pensiero dell’altro, scopre un nuovo punto di vista, sorride approvando. Non è chiaro chi dei due e in quale momento stia insegnando o imparando, ma è chiaro che siamo in presenza della vivace combustione di un processo di creazione di nuova conoscenza. E che anche noi, leggendo, stiamo apprendendo e bruciando. Questo eccezionale colloquio è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1989. Il libro si intitola “Il futuro è aperto” ed è edito da Rusconi.

Pubblici produttivi e innovazione sociale

Per guardare ed acquistare (in libreria) il libro di cui vi parlo, uscito a febbraio di quest’anno, ho avuto difficoltà. Nel quartiere commercialmente molto vivace in cui vivo è rimasta un’unica libreria (che chiuderà tra qualche settimana sostituita da un negozio di elettrodomestici). Ma il libro non c’era. Ormai le scorte nelle librerie sono minime, tendenti a zero. In un altro quartiere la libreria ne aveva un solo esemplare, quello che ho acquistato dopo averlo sfogliato ed averne annusato voluttuosamente – una mia perversione - la carta e la colla. Eppure si tratta di una casa editrice importante e ben distribuita. E il libro é di qualità, interessante e ben promosso.

Scale down: le virtù artigianali italiane ci renderanno più competitivi?

Futuro artigiano, l’innovazione nelle mani degli italiani di Stefano Micelli (Marsilio, 2011) ha avuto il merito di guardare al management, finalmente, da un punto di vista molto italiano. Ma con un ottimismo anglosassone. A metà degli anni ottanta Piore e Sabel da una parte (Sloan School of Management del MIT) e Michael Porter dall’altra (Harvard Business School) scoprivano impreviste fonti di vantaggio competitivo nella natura dei distretti delle piccole imprese italiane, flessibili e radicate in un territorio e in un milieu di cultura industriale da cui trarre linfa per l’innovazione. Dalla Ivy League o dal nord Europa si partiva per il Grand Tour in Italia a studiare Montebelluna e Sassuolo. Ricordo di aver avuto, all’inizio degli anni ’90, illuminanti conversazioni con Richard Locke del MIT e con Örjan Sölvell della Business School di Stoccolma sulla curiosità che riscuoteva nel mondo la specificità del modello flessibile e creativo di industrializzazione italiana.