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La Sharing Economy: un presente d’infelicità ed un futuro (improbabile) di felicità?

Introducendo queste mie brevi considerazioni sulla cosiddetta sharing economy (siamo d’accordo che la denominazione è fuorviante, ma, in mancanza di un accordo su di un espressione migliore per indicare il fenomeno relativo alle attività di Uber, Airbnb e compagnia, la manterremo) vorrei intanto sottolineare di essere sostanzialmente d’accordo con quanto scritto sul tema, su questo stesso sito, da Enrico Viceconte,  anche se naturalmente, scorrendo il suo testo, qua e la posso individuare qualche leggera differenza di opinione; ma si tratta sostanzialmente  di sfumature. Mi limiterò quindi dapprima a riprendere un paio delle considerazioni svolte dall’autore citato ed a ricordare poi brevemente lo sviluppo recente di alcuni eventi che riguardano Uber; le cronache di questi ultimi mesi sono sorprendentemente e, a volte, anche dolorosamente, ricche in proposito.

La sharing economy [seconda parte]

Questo post è un invito alla lettura del libro di Vincenzo Comito “La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili”, EDIESSE, 2016. Trovate qui la prima parte. 

- Io, con gli scarponi sul terreno, ci metto il mio tempo il mio sudore, i miei soldi, i miei rischi, nel mio fottuto territorio che tu non sai neanche dove è.  Tu ci metti la piattaforma che hai su quella fottuta Nuvola, che io non so neanche dove è. Io sono anonimo e sostituibile; tu hai un nome famoso, un brand, e sei insostituibile. Io e te non ci conosciamo e non ci amiamo. Io sono un essere umano e tu un algoritmo. Ecco lo scambio che mi proponi. Non ci vedo nulla di shared. Io pago le tasse qui. Come persona fisica, intendo, proporzionali a quello che guadagno. Qualcuno tassa il tuo reddito, algoritmo? Tu che non sei una persona fisica. - Disse l’umano con rabbia.

- Mi dispiace che la pensi così. Noi siamo amici. Se non ti sta bene, puoi cliccare in basso a destra per recedere. Buona fortuna. – Disse la Piattaforma con voce metallica

(dialogo immaginario tra un Nano-Francisee e un Giga Franchisor)

Nano-franchisee e Giga-francisor

Alcuni autori, come il citato Sundararajan, sottolineano la caratteristica della sharing economy di essere basata su reti piuttosto che su gerarchie (pag.27) e sul fatto che capitale e lavoro sono forniti da una “decentralized crowd”. Se siamo d’accordo sul secondo aspetto (la folla anonima di fornitori di lavoro), stentiamo invece a vedere il modello organizzativo di Uber o di Airbnb come un network invece di una gerarchia. Ci sembra solo una gerarchia molto piatta, perché tra un nodo e l’altro del presunto network non esiste interazione, insomma per due autisti o due affittacamere non è prevista alcuna possibilità di coordinamento, di collaborazione, di controllo o di supporto reciproco. Esiste invece un elevato grado di standardizzazione e centralizzazione dei modi di controllo top-down, abilitato da algoritmi.

La sharing economy [prima parte]

Questo post è un invito alla lettura del libro di Vincenzo Comito “La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili”, EDIESSE, 2016.

Lo sciopero dei tassisti e la Commissione europea

Gli scioperi e le manifestazioni di protesta dei tassisti hanno portato alla luce la notizia recente che la Commissione europea ha proposto nuove regole per non ostacolare (ma diciamo anche favorire) la uberizzazione di alcuni business “uberizzabili”, evidentemente ritenuti benefici per le economie dei paesi membri e per i consumatori europei. Non si parla esplicitamente di Uber, Airbnb o altri marchi che si stanno diffondendo in Europa ma in realtà si sta parlando proprio di quelli. In grado di sviluppare già oggi una trentina di miliardi di fatturato, entrando in settori in cui gli “incumbent”, taxi e hotel, sono in odore di corporativismo e oligopolio.

La Commissione europea ha presentato la comunicazione con l'obiettivo di regolamentare questo fiorire di nuove attività economiche a oggi non chiaramente disciplinate. Laratio della comunicazione è che "le piattaforme non dovrebbero essere obbligate a chiedere autorizzazioni o licenze quando si limitano ad essere intermediari fra consumatori e chi offre il servizio".