02222018Thu
Last updateTue, 20 Feb 2018 4pm

Lezioni di Storytelling [prima parte]

A partire da considerazioni alquanto “teoriche”, vogliamo suggerire al formatore manageriale una certa prudenza epistemologica nell’uso dei materiali narrativi di varia natura che, sbrigativamente, inscriviamo sotto l’etichetta di “storytelling”.  Allo stesso tempo, per le occasioni in cui decidiamo di utilizzare il grande potenziale didattico delle storie, reali o immaginarie, ad esempio casi aziendali, abbiamo fornito una serie di indicazioni metodologiche (pratiche) al formatore.

Sul piano teorico abbiamo cercato di comprendere:

  1. il rapporto che esiste tra un evento che ci accingiamo a narrare (e la volontà che lo anima) e i suoi effetti più o meno prevedibili sul futuro (il destino);
  2. la dualità dei livelli di osservazione (evento e struttura);
  3. la molteplicità delle visioni del mondo che contribuiscono alla comprensione.

A tale scopo abbiamo suggerito due letture principali:

  1. Marshall Sahlins, “Storie d’altri” nella prima parte;
  2. Gregory Bateson, “Mente e natura” nella seconda parte.

La mindfulness: leva di sviluppo della cultura organizzativa o manipolazione?

Ho subito accolto l’invito di Raoul Nacamulli a dare un contributo a questo dibattito, ma poi scrivere il mio post mi ha richiesto due settimane. Più volte ho scritto e riscritto il mio testo. Perché? Innanzi tutto perché il tema della Mindfulness è per me personalmente “sacro”, così come il tema dello sviluppo delle persone nelle organizzazioni, che costituisce il cuore della mia vocazione professionale da decenni. Faccio fatica a leggere con occhio distaccato le critiche (soprattutto se venate di sarcasmo) sia direttamente espresse sia riportate da altre fonti. Per esperienza vissuta da oltre 20 anni considero la pratica della Mindfulness un percorso prezioso verso il contatto con sé e l’armonia di tutte le proprie risorse, corporee e mentali, e per gestire con equanimita’ emozioni non sempre facili da tenere a bada nelle relazioni con gli altri. Ma ci sono altre ragioni: i post dei miei predecessori hanno provocato in me un misto di ammirazione, confusione e, confesso, risentimento.

Fu vera mindfulness?

Ho accettato con piacere di intervenire sull'articolo di Enrico Viceconte. Per molti aspetti il presente commento rappresenta una sorta di  completamento di quanto Viceconte ha brillantemente riportato sul fenomeno della mindfulness in azienda e sull'esperienza Google che ne rappresenta per molti aspetti il caso di eccellenza. Non condivido invece la conclusione, "..la mindfulness ci interessa, ma fino a un certo punto", perfettamente legittima come opinione ma frettolosa nel contesto dell'analisi e a rischio, secondo me, di cadere nell'abusata metafora del bimbo gettato con l'acqua del suo bagnetto. 

Mi esprimo da un punto di vista in cui una pratica meditativa di lungo corso si collega a un interesse professionale anch'esso pluridecennale per i fenomeni organizzativi. A partire da questo collegamento, negli ultimi anni  sono entrato in contatto con diversi orientamenti in merito alla "mindfulness organizzativa" diffusi negli Stati Uniti e in Europa, e mi interesso alla ricerca di nuove prospettive operative nell'ambito di ciò che si è cominciato a chiamare mindfulness-based interventions  "di seconda generazione" [1].