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Lezioni di Storytelling [seconda parte]

Questo articolo è un invito alla lettura del libro di Gregory Bateson “Mente e natura”. Nella prima parte delle Lezioni di Storytelling, invece, è stato discusso il libro di Marshall Sahlins “Storie d’altri”.
 

LA MOLTEPLICITÀ DEI PUNTI DI VISTA E LA DIFFERENZA

Sta di fatto che il cervello non contiene altri oggetti materiali che non siano i suoi canali e circuiti e scambi e le sue riserve metaboliche e sta di fatto che tutto questo hardware non ha mai accesso alle storie raccontate dalla mente. Il pensiero può riguardare porci o noci di cocco, ma nel cervello non ci sono né porci né noci di cocco; e nella mente non ci sono neuroni, ma solo idee di porci e di noci di cocco. Esiste quindi sempre una certa complementarità fra la mente e gli oggetti della sua attività. Il processo di codificazione o rappresentazione che sostituisce ai porci e alle noci di cocco le idee corrispondenti è già un passo, anzi un salto notevole, nella gerarchia dei tipi logici. Il nome di una cosa non è mai la cosa e l’idea di porco non è il porco. (Bateson G., Mente e Natura, Milano, Adelphi, 2003, p. 251).

 

Lezioni di Storytelling [prima parte]

A partire da considerazioni alquanto “teoriche”, vogliamo suggerire al formatore manageriale una certa prudenza epistemologica nell’uso dei materiali narrativi di varia natura che, sbrigativamente, inscriviamo sotto l’etichetta di “storytelling”.  Allo stesso tempo, per le occasioni in cui decidiamo di utilizzare il grande potenziale didattico delle storie, reali o immaginarie, ad esempio casi aziendali, abbiamo fornito una serie di indicazioni metodologiche (pratiche) al formatore.

Sul piano teorico abbiamo cercato di comprendere:

  1. il rapporto che esiste tra un evento che ci accingiamo a narrare (e la volontà che lo anima) e i suoi effetti più o meno prevedibili sul futuro (il destino);
  2. la dualità dei livelli di osservazione (evento e struttura);
  3. la molteplicità delle visioni del mondo che contribuiscono alla comprensione.

A tale scopo abbiamo suggerito due letture principali:

  1. Marshall Sahlins, “Storie d’altri” nella prima parte;
  2. Gregory Bateson, “Mente e natura” nella seconda parte.

La mindfulness: leva di sviluppo della cultura organizzativa o manipolazione?

Ho subito accolto l’invito di Raoul Nacamulli a dare un contributo a questo dibattito, ma poi scrivere il mio post mi ha richiesto due settimane. Più volte ho scritto e riscritto il mio testo. Perché? Innanzi tutto perché il tema della Mindfulness è per me personalmente “sacro”, così come il tema dello sviluppo delle persone nelle organizzazioni, che costituisce il cuore della mia vocazione professionale da decenni. Faccio fatica a leggere con occhio distaccato le critiche (soprattutto se venate di sarcasmo) sia direttamente espresse sia riportate da altre fonti. Per esperienza vissuta da oltre 20 anni considero la pratica della Mindfulness un percorso prezioso verso il contatto con sé e l’armonia di tutte le proprie risorse, corporee e mentali, e per gestire con equanimita’ emozioni non sempre facili da tenere a bada nelle relazioni con gli altri. Ma ci sono altre ragioni: i post dei miei predecessori hanno provocato in me un misto di ammirazione, confusione e, confesso, risentimento.