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The Pricing of Progress, Economic Indicators and the Capitalization of American Life

Eli Cook, Assistant Professor in American history all’università di Haifa, ha appena pubblicato un libro presso Harvard University Press: The Pricing of Progress, Economic Indicators and the Capitalization of American Life. Il libro è il risultato dei suoi studi di dottorato ad Harvard ed offre spunti interessanti per gli economisti, per gli storici e per gli studiosi di management e direzione del personale.

In breve, è la storia dell’invenzione del Prodotto Interno Lordo (PIL), delle varie forme di misurazione del benessere e della ricchezza che lo hanno preceduto e degli effetti che il successo del PIL ha avuto su altri aspetti della vita americana e non solo. Uno degli effetti è la diffusione dell’espressione capitale umano, che, secondo l’autore, è la diretta conseguenza dell’idea di misurare e attribuire valore agli investimenti (e alle persone) in base ai redditi attesi, alla capitalizzazione, invenzione quest’ultima relativamente recente del capitalismo moderno inglese.

L’invenzione del PIL (del Gross Domestic Product per l’esattezza) ad opera di Simon Kuznets presso il National Bureau of Economic Research (NBER) venne ufficialmente riconosciuta e adottata dalle autorità degli Stati Uniti nel 1934. Il libro parte però da molto più lontano e narra oltre trecento anni di dibattiti e tentativi di misurazione del benessere e della dimensione delle economie occidentali. La storia riguarda in particolare lo scambio tra Inghilterra e Stati Uniti di idee e di metodi di misurazione alternativi, con alcune differenze che riflettevano il diverso stato di sviluppo delle varianti nazionali di capitalismo. Una delle voci principali in questa storia fu quella di William Petty che a fine 600 contribuì ai primi tentativi di misurazione della ricchezza delle nazioni.

Clint Eastwood, formatore

Da anni ormai Clint Eastwood non è più il cowboy con due sole espressioni (col cappello e senza cappello, Sergio Leone dixit) ma è divenuto uno dei più importanti registi viventi, cantore dell'American Dream e della sua fine, erede dei Ford e degli Hawks, insomma un classico dei giorni nostri. Quando sia iniziata la sua consacrazione è difficile a dirsi poiché di regìe ne ha firmate fin dai primi anni Settanta, ma senza dubbio l'Oscar de Gli spietati (1992) lo sistemò definitivamente nell'olimpo hollywoodiano; da allora il successo presso il grande pubblico e l'ammirazione di una certa critica, soprattutto europea, sono andate di pari passo. Parliamo quindi di venticinque anni di carriera, con almeno una ventina di titoli, quasi tutti memorabili. Dare quindi una lettura in ottica formativa di un corpus così consistente (basti pensare che Stanley Kubrick ha fatto in tutta la sua carriera poco più di una decina di film), non è solo un'operazione spericolata ma rasenta l'improntitudine. Bisogna per forza di cose limitarsi, perciò, a due o tre film, scelti in base ai gusti personali di chi scrive oltre che alla loro particolare inclinazione verso determinati temi. I film sono Million Dollar Baby (2004), Gran Torino (2008) e Sully (2016). Il primo fu scritto da Paul Haggis (che due anni dopo vincerà l'Oscar per la sceneggiatura di Crash) a partire da un racconto di F.X. Toole probabilmente ispirato a una storia vera.

Blade Runner 2049

di Denis Villeneuve - tit. or.: id. - con Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Jared Leto - durata 163' - origine: USA, 2017

Nel tentativo di rincorrere i successi delle serie Tv, il cinema si è già da molti anni piegato alle logiche dei sequel, prequel, midquel, interquel (sì, esiste... per non parlare poi degli spin-off...). Soprattutto quando si tratta di una pellicola che ha fatto la storia del cinema, che è divenuta un cult-movie, come è il caso del primo Blade Runner (R. Scott, 1982), l'idea di farne una replica che ne segua o ne anticipi le vicende, diviene una tentazione a cui i produttori non riescono quasi mai a resistere. Naturalmente gli esiti artistici non sempre giustificano queste operazioni, mentre molto spesso le giustificano gli esiti economici, tanto che diventa lecito immaginare che questi siano il vero motivo che spinge Hollywood a rimettere mano a storie del passato.