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L'altro volto della speranza

Regia di Aki Kaurismaki - con Sakari Kuosmanen, Sherwan Haji, Kati Outinen- durata: 98' - origine: Finlandia, 2017.

Chi segue da sempre il cinema di Aki Kaurismaki, sa che ogni suo nuovo film, atteso con trepidazione, non delude quasi mai la speranza di vedere qualcosa di unico nell'appiattito panorama cinematografico internazionale. Non fa eccezione L'altro volto della speranza, Orso d'argento per la regia alla Berlinale 2017, in cui fin dalla prima inquadratura lo spettatore affezionato si ritrova come a casa, avendo fin da subito sotto gli occhi tutti gli elementi - cromatici, figurativi, musicali - cari al regista finlandese.

Il miracolo è che queste costanti immancabili (e ce ne sono molte altre, a partire dai cani...) non provocano mai un senso di noia o di deja vu, ma sono funzionali a portare l'attenzione su ciò che sta davvero a cuore all'autore, che si tiene perciò lontano da ogni inutile virtuosismo registico. E ciò che sta a cuore a Kaurismaki è precisamente l'osservazione degli umani, visti come esseri fondamentalmente mancanti (nel senso che nessuno di noi ha da sé il potere di passare dal niente all'essere) e perennemente in bilico tra solitudine e dipendenza.

Jackie

Regia di Pablo Larrain - con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Caspar Phillipson, Billy Crudup, John Hurt - durata 91' - origine: USA, Cile, 2016

Il legame che unisce il cinema e la memoria è stato spesso oggetto di studio nella storia della settima arte, sia da parte di critici e studiosi di cinema e sia da parte di psicologi e sociologi dei media. Addirittura, qualche saggista si è spinto a considerare la memoria, almeno nelle sue varianti emotivamente più significative, come vero e proprio soggetto cinematografico. Ci sono però film che non solo rappresentano la memoria ma che cercano di esprimerla attraverso il loro proprio svolgersi, attraverso il modo in cui la mettono in scena.

E' questo il caso di Jackie, primo film "hollywoodiano" (anche se la produzione è indipendente dai grandi Studios) del regista cileno Pablo Larrain, un nome già oggetto di culto da parte dei cinefili di tutto il mondo, in particolare dai frequentatori dei festival.  Com'è noto, la vicenda riguarda la figura di Jacqueline Bouvier, coniugata Kennedy, e in particolare i giorni che seguirono l'assassinio del di lei marito, il 35° presidente degli USA John Fitzgerald, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963.

The Founder

Regia di J. Lee Hancock - con Michael Keaton, Laura Dern, Nick Offerman, John Carroll Lynch - Origine: USA, 2016 - durata 115'

 

Negli anni Cinquanta Ray Kroc, un venditore di frullatori, incontra nel sud della California i fratelli Mac e Dick MacDonald, che gestiscono un fast-food con metodi innovativi. Colpito dall'idea dei due sul come vendere hamburger grazie a un formidabile sistema organizzativo, Kroc dapprima si impegna a diffondere le loro idee imprenditoriali ma poi finisce per soffiare la compagnia ai due ingenui fratelli e creare un impero da svariati milioni di dollari.

Nella ricca galleria di ritratti che il cinema ha dedicato a figure di imprenditori realmente esistiti, si ritaglia un posto di rilievo questo ennesimo film biografico che però, a differenza dei recenti biopic dedicati ai contemporanei (dai numerosi - e più o meno riusciti - film su Steve Jobs, allo Zuckerberg di The Social Network), si rivolge non all'oggi ma all'America degli anni Cinquanta.

Innanzitutto una premessa: leggere, all'inizio di un film, la fatidica scritta "basato su una storia vera" innesca nello spettatore un meccanismo psicologico che aumenta il grado di partecipazione emotiva. Quando poi come prima immagine vediamo il protagonista rivolgersi direttamente a noi con uno "sguardo in macchina" che spezza la barriera fra film e spettatore, ecco che le nostre difese sono irrimediabilmente azzerate e tutto ciò che accadrà da lì in poi, malefatte comprese, finirà per avere un'aria famigliare e sarà da noi accolto con la stessa indulgenza che riserviamo, appunto, alle cose di famiglia. E, infine, dare allo stesso protagonista il volto ammiccante di Michael Keaton assesta il colpo definitivo ad ogni nostro tentativo di affrontare il film con l'intenzione di sapere qualcosa di come andarono veramente le cose tra i fratelli McDonald e Ray Kroc. Lasciamo quindi da parte ogni pretesa storica e concentriamoci sul racconto.