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Clint Eastwood, formatore

Da anni ormai Clint Eastwood non è più il cowboy con due sole espressioni (col cappello e senza cappello, Sergio Leone dixit) ma è divenuto uno dei più importanti registi viventi, cantore dell'American Dream e della sua fine, erede dei Ford e degli Hawks, insomma un classico dei giorni nostri. Quando sia iniziata la sua consacrazione è difficile a dirsi poiché di regìe ne ha firmate fin dai primi anni Settanta, ma senza dubbio l'Oscar de Gli spietati (1992) lo sistemò definitivamente nell'olimpo hollywoodiano; da allora il successo presso il grande pubblico e l'ammirazione di una certa critica, soprattutto europea, sono andate di pari passo. Parliamo quindi di venticinque anni di carriera, con almeno una ventina di titoli, quasi tutti memorabili. Dare quindi una lettura in ottica formativa di un corpus così consistente (basti pensare che Stanley Kubrick ha fatto in tutta la sua carriera poco più di una decina di film), non è solo un'operazione spericolata ma rasenta l'improntitudine. Bisogna per forza di cose limitarsi, perciò, a due o tre film, scelti in base ai gusti personali di chi scrive oltre che alla loro particolare inclinazione verso determinati temi. I film sono Million Dollar Baby (2004), Gran Torino (2008) e Sully (2016). Il primo fu scritto da Paul Haggis (che due anni dopo vincerà l'Oscar per la sceneggiatura di Crash) a partire da un racconto di F.X. Toole probabilmente ispirato a una storia vera.

Blade Runner 2049

di Denis Villeneuve - tit. or.: id. - con Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Jared Leto - durata 163' - origine: USA, 2017

Nel tentativo di rincorrere i successi delle serie Tv, il cinema si è già da molti anni piegato alle logiche dei sequel, prequel, midquel, interquel (sì, esiste... per non parlare poi degli spin-off...). Soprattutto quando si tratta di una pellicola che ha fatto la storia del cinema, che è divenuta un cult-movie, come è il caso del primo Blade Runner (R. Scott, 1982), l'idea di farne una replica che ne segua o ne anticipi le vicende, diviene una tentazione a cui i produttori non riescono quasi mai a resistere. Naturalmente gli esiti artistici non sempre giustificano queste operazioni, mentre molto spesso le giustificano gli esiti economici, tanto che diventa lecito immaginare che questi siano il vero motivo che spinge Hollywood a rimettere mano a storie del passato.

Non ci resta che piangere

di Roberto Benigni, Massimo Troisi - con R. Benigni, M. Troisi, P. Bonacelli, C. Monni, A. Sandrelli, I. Peynado - durata: 111' - origine: Italia, 1984.

Con un incasso di oltre 15 miliardi di lire, il film della coppia tosco-campana, costituita da due attori-registi allora poco più che trentenni e all'inizio della loro carriera (ma già consacrati e baciati dal successo), fu il dominatore della stagione 1984/85, in un' epoca in cui le sale cinematografiche, per quanto già erose dalla televisione, erano ancora centrali nel sistema dell'entertainment nazional-popolare.

Il nascente fenomeno dell'home video, poi, consentendo di noleggiare e vendere migliaia di copie del film in VHS contribuì a farne un patrimonio condiviso da milioni di persone. E questo nonostante il film non fosse molto più che una serie di sketch, di battute e duetti, privo di una trama credibile e girato dal grande Giuseppe Rotunno (il fotografo di Fellini, Visconti e tanti altri) con la mano sinistra. Del film uscì successivamente una diversa versione televisiva più lunga di 18' che ancora oggi viene riproposta periodicamente nei palinsesti infiniti delle varie emittenti. Ciò a riprova che i due avevano girato molto più materiale di quello previsto inizialmente e che sul set tra di loro imperava l'improvvisazione, un po' come accadeva anni prima tra Totò e Peppino De Filippo (non a caso omaggiati nell'episodio della lettera a Savonarola che riprende quella celebre di Totò, Peppino e... la malafemmina).