09262017Tue
Last updateThu, 21 Sep 2017 2pm

Quando un padre

di Mark Williams -  tit. or.: A Family Man - con Gerard Butler, Willem Dafoe, Gretchen Mol, Alfred Molina - durata 108'  - origine USA Canada, 2016.

Una delle principali attività di chi si occupa di sociologia del cinema è capire quanto le narrazioni che si susseguono sul grande schermo (locuzione che oggi, a dire il vero, appare un po' datata) siano frutto o causa dei fenomeni sociali che pretendono di raccontare. Non è tanto un problema di "realismo", vetero o neo che sia, quanto della capacità di intercettare gli umori, i significati, gli stati emotivi o, per dirla con un termine di moda, i sentiment che stanno transitando in quel momento nella società.  

Da  questo punto di vista, non è nemmeno cruciale che si tratti di buono o cattivo cinema, poiché anche nella pellicola (altra parola finita in solaio) più scalcagnata possono rimanere impigliati brandelli di "realtà" da cui ricavare informazioni utili a decifrare alcuni fenomeni che attraversano le nostre società. E' grazie a questo approccio che anche da Quando un padre, opera prima  - modesta - di Mark Williams (noto soprattutto come attore della saga di Harry Potter), si può uscire con qualche idea in più sul tema che il film propone e cioè il difficile equilibrio tra lavoro e affetti, tra famiglia e carriera. 

L'altro volto della speranza

Regia di Aki Kaurismaki - con Sakari Kuosmanen, Sherwan Haji, Kati Outinen- durata: 98' - origine: Finlandia, 2017.

Chi segue da sempre il cinema di Aki Kaurismaki, sa che ogni suo nuovo film, atteso con trepidazione, non delude quasi mai la speranza di vedere qualcosa di unico nell'appiattito panorama cinematografico internazionale. Non fa eccezione L'altro volto della speranza, Orso d'argento per la regia alla Berlinale 2017, in cui fin dalla prima inquadratura lo spettatore affezionato si ritrova come a casa, avendo fin da subito sotto gli occhi tutti gli elementi - cromatici, figurativi, musicali - cari al regista finlandese.

Il miracolo è che queste costanti immancabili (e ce ne sono molte altre, a partire dai cani...) non provocano mai un senso di noia o di deja vu, ma sono funzionali a portare l'attenzione su ciò che sta davvero a cuore all'autore, che si tiene perciò lontano da ogni inutile virtuosismo registico. E ciò che sta a cuore a Kaurismaki è precisamente l'osservazione degli umani, visti come esseri fondamentalmente mancanti (nel senso che nessuno di noi ha da sé il potere di passare dal niente all'essere) e perennemente in bilico tra solitudine e dipendenza.

Jackie

Regia di Pablo Larrain - con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Caspar Phillipson, Billy Crudup, John Hurt - durata 91' - origine: USA, Cile, 2016

Il legame che unisce il cinema e la memoria è stato spesso oggetto di studio nella storia della settima arte, sia da parte di critici e studiosi di cinema e sia da parte di psicologi e sociologi dei media. Addirittura, qualche saggista si è spinto a considerare la memoria, almeno nelle sue varianti emotivamente più significative, come vero e proprio soggetto cinematografico. Ci sono però film che non solo rappresentano la memoria ma che cercano di esprimerla attraverso il loro proprio svolgersi, attraverso il modo in cui la mettono in scena.

E' questo il caso di Jackie, primo film "hollywoodiano" (anche se la produzione è indipendente dai grandi Studios) del regista cileno Pablo Larrain, un nome già oggetto di culto da parte dei cinefili di tutto il mondo, in particolare dai frequentatori dei festival.  Com'è noto, la vicenda riguarda la figura di Jacqueline Bouvier, coniugata Kennedy, e in particolare i giorni che seguirono l'assassinio del di lei marito, il 35° presidente degli USA John Fitzgerald, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963.