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Last updateWed, 22 Nov 2017 6pm

Lavoro sociale, lavoro emozionale e burnout: che fare?

Proseguiamo il discorso del precedente post sul lavoro socio-sanitario e socio-educativo, nel quale avevamo affrontato, guidati da un articolo di Laura Scotese (2009), il legame tra “lavoro emozionale”, dissonanza emotiva e burnout. Ai primi due fenomeni, ineliminabili in determinate categorie professionali che lavorano a stretto contatto con utenti in difficoltà, bisognerebbe rispondere – secondo alcuni studi e approcci – in maniera compensativa. Aggiungeremo qui le riflessioni di Vanna Iori sull’importanza di spazi di espressione e rielaborazione delle emozioni per prevenire il burnout oltre che per elevare la qualità di servizi socio-sanitari e socio-educativi. Presenterò la mia idea di “meccanismi di deferimento/differimento” che caratterizzano i contesti socio-educativi, e accennerò infine alla difficoltà e alla necessità di abbandonare un focus esclusivo sulla relazione utente-operatore (e sullo stress ivi generato) per acquisire uno sguardo maggiormente sistemico sulle emozioni al lavoro.

L’inevitabile dissonanza emotiva nelle professioni educative

Facendo seguito a un recente post sull’aggressività, continuiamo il discorso sulla gestione delle emozioni in professioni ad alta intensità emotiva. In particolare quelle educative. Partiamo da un interessante articolo reperibile online: “Il ruolo delle emozioni in ambito sanitario: lavoro emozionale e job burnout” di Lucia Scotese (2009). In esso, l’autrice ricostruisce sinteticamente l’evoluzione degli studi sulle emozioni nei contesti professionali, un “argomento di ricerca a lungo trascurato” a beneficio di una visione razionalistica delle organizzazioni. Con lei vedremo i concetti di domanda emotiva, di lavoro emozionale e di dissonanza emotiva, ed esploreremo il legame di questi fenomeni con lo stress e il job burnout, sviluppandone le conseguenze HR.

Capire l’aggressività in una équipe educativa-assistenziale rivolta a persone affette da disabilità grave

Iniziamo con una piccola premessa terminologica: in contesti sociosanitari i gruppi di lavoro si chiamano équipe. In francese il termine proviene dal linguaggio marinaresco, e ha un uso più ampio per indicare una squadra sportiva o di lavoro. Secondo Franca Olivetti Manoukian, in alcuni contesti équipe ha finito per significare “soltanto una riunione periodica a cui spesso non si è nemmeno interessati a partecipare” (cit. in Bider 2004, p. 16), ma in realtà in moltissimi casi l’équipe è la vera unità fondamentale del lavoro sociale, ed è un gruppo di lavoro con dinamiche molto interessanti.