12162017Sat
Last updateWed, 13 Dec 2017 10am

L’ultimo capitolo della storia del data-driven: the Big Data

Perché raccogliere dati? In che modo possono esserci utili? Ma soprattutto, perché affidarsi ad un dataset così grande come quello che viene appunto chiamato Big Data?

Partiamo con ordine. Prima di tutto è fondamentale capire che cos’è un Big Data. Si è soliti indicare con questo termine - tra l’altro molto recente - una raccolta di dataset (ovvero un insieme di dati strutturati e collegati) che raccolgono informazioni molto eterogenee, in grado di comunicare tra loro e che permettono l’accesso ad una quantità smisurata di informazioni. Queste informazioni vengono poi utilizzate per compiere analisi complesse in cui è richiesta la sovrapposizione e il confronto di più dati possibili al fine di ottenere un’immagine nitida del fenomeno che si sta studiano (un esempio può essere lo studio dei mercati azionari). Dunque le informazioni non provengono da un singolo database ne da un dataset ma da un’unita più grande che li contiene entrambi e rende fruibili allo stesso tempo dati di diversa natura: immagini, email, localizzazione geografica, archivi e le informazioni provenienti dai social network.

A questo punto sorge spontanea una domanda. Chi è in grado di sfruttare una tale mole d’informazioni?

Quando una “F” in pagella è meglio di una “A”

Rilasciare o richiedere un feedback è quanto di più spontaneo ci si possa aspettare da un individuo. Lo si fa praticamente di continuo, con amici, partner, conoscenti e in maniera del tutto spontanea e incondizionata. Quando si parla in pubblico, ad esempio, la gente si aspetta di sentire qualcosa di interessante: se le nostre parole non soddisfano certe aspettative, di certo non si riceve un grande applauso, dicasi il contrario qualora l’intervento viene apprezzato. Sorprende dunque come una pratica così comunemente utilizzata faccia fatica ad attecchire con la stessa naturalezza anche negli ambienti lavorativi; la dove gli individui avrebbero probabilmente più bisogno di essere gratificati dopo aver portato a termine un lavoro o essere riusciti in qualcosa di importante. Spesso per malcostume dei diretti supervisori si lasciano al caso cose che non dovrebbero affatto esserlo.

Ferguson docet. Andare a scuola di leadership dal più grande di tutti.

Il calcio, il “soccer” per dirla alla maniera di chi questo sport lo ha inventato, non è solo una mera esibizione di atleti che corrono dietro ad una palla, ne tantomeno lo sfoggio di muscoli o la ricerca del risultato, è molto di più. Un noto manager sportivo italiano va dicendo ormai da diversi anni che questo sport è cambiato, che ci sono altre regole, altre leggi che obbligano a modificare le strategie e i modi di fare, e che prima ci si abitua e meglio sarà per tutti. Quest’analisi affonda le proprie radici dall’entrata in scena dei grandi magnati russi prima e arabi dopo. Con le loro praticamente infinite risorse economiche hanno ridisegnato il palcoscenico mondiale, allestendo squadre di star e facendo lievitare il costo del cartellino di giocatori anche mediocri. Risultato? I club che non dispongono dei capitali necessari per restare competitivi ad alti livelli hanno solo un’altra alternativa percorribile, la fantasia e l’astuzia, che tradotti significano: innovare.