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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Storie di espatriati

Vivo all’estero da quasi 7 anni, negli USA da 4, ma per onesta’ intellettuale preferisco non identificarmi col titolo di “espatriato” bensi’ con quello di “immigrato” dato che non ho mai avuto alcuna azienda che mi sponsorizzasse e che mi inviasse in un altro paese a lavorare. Non mi sento quindi pienamente autorizzato a parlare a nome degli espatriati, ma ne ho conosciuti tanti nel mio girovagare lontano dall’Italia. In particolare, nel mio soggiorno a Seattle, WA ho avuto modo di entrare in contatto con la comunita’ locale di espatriati italiani. Una comunita’ eterogenea in quanto ad aziende, motivazioni all’espatrio, anni passati fuori dall’Italia, esperienze precedenti di vita all’estero. Tutti pero’ a testimoniare una sostanziale soddisfazione in merito alla propria esperienza, e a sottolineare come l’essere espatriati oggi sia per molti versi un hardship estremamente piu’ sopportabile e sostenibile rispetto ad un anche recente passato.

Qui le loro testimonianze, a partire dal background personale e professionale.

Corrado Gentile e’ Product Manager di Terex Corporation, a Seattle da 4 mesi. La sua vita da espatriato e relativamente breve ma gia’ significativa. Demetro D’Ambrosi e’ arrivato a Seattle con Microsoft molti anni fa dopo esperienze in altri paesi e gia’ da tempo ha lasciato il mondo delle corporation per lavorare come Advisor per diverse organizzazioni. Tiziano Recchi, anch’egli a Seattle da molti anni, e’ invece ancora in Microsoft, presso cui opera da oltre 23 anni in qualita’ di Corporation Senior Program Manager.

Il trasferimento della conoscenza aziendale attraverso programmi expatriated

“Quando si collabora, i successi intellettuali di una persona stimolano la passione e l'entusiasmo degli altri collaboratori.” 

                                                                                 Alexander Von Humboldt

 

La circolazione della conoscenza alla base della competitività

Fra le manifestazioni piu’ evidenti del vantaggio competitivo di un’ azienda, posizioni di particolare rilevanza sono occupate dal bagaglio delle proprieta’ intellettuali di cui dispone, dal grado di differenziazione dei prodotti/soluzioni del suo portafoglio, nonche’ dalla lungimiranza della strategia e dall’ eccellenza della sua esecuzione operativa. Ma ci sono altri aspetti che sono alla base della creazione del valore, specialmente quando si agisce su scala globale. Considerando l’evoluzione sempre piu’ rapida delle tecnologie e delle esigenze dei mercati, le aziende si trovano ad affrontare, oggi piu’ che mai, sfide sempre piu’ complesse in cui la circolazione interna della conoscenza e delle varie competenze diventano una necessita’, in quanto strumento essenziale per assicurare il raggiungimento degli obiettivi di crescita. L’ identificazione puntuale dei divari esistenti fra la capacita’ delle varie organizzazioni e l’ abilita’ di stabilire piani adeguati per poterli colmare con il trasferimento di esperienze qualificate assume quindi un aspetto cruciale per il successo dell’ azienda. Pertanto, la gestione appropriata dei flussi di risorse umane mirata all’ ottimizzazione dell’ efficienza e della produttivita’ riveste un ruolo di primaria importanza. 

Maggiore digitalizzazione non vuol dire minor bisogno di interazione fra persone   

E’ facile notare come fra le conseguenze della digitalizzazione ci siano l’ accorciamento delle distanze geografiche, la possibilita’ di svolgimento di transazioni in tempo reale, la maggiore efficienza delle attivita’ che prevedono collaborazione e condivisione etc… Potrebbe persino sembrare che questa vera e propria rivoluzione copernicana abbia marginalizzato quei flussi in cui le interazioni dirette fra individui venivano considerate come cardini insostituibili. Se si ha questa impressione, forse si e’ perso di vista qualche dettaglio. L’evoluzione tecnologica, di cui la digitalizzazione rappresenta un aspetto tangibile dei giorni nostri, e’ un qualcosa che puo’ modificare molti aspetti della vita aziendale, puo’ amplificarli, semplificarli, accelerarli, migliorarli ma non puo’ sostituire in toto alcuni elementi chiave. Persino l’ Intelligenza Artificiale, pur con l’ indubbio fascino che evoca e le promesse che ispira, non credo sia destinata a sostituzioni clamorose – almeno nel breve - ma piuttosto alla creazione di sistemi esperti di grande ausilio alla persona che, tuttavia, riveste ancora un ruolo centrale. Non capita di rado nella mia esperienza quotidiana di responsabile di un portafoglio di prodotti tecnologici di ricevere telefonate dalle forze di vendita in cui si richiede la presenza diretta di fronte a determinati clienti. Eppure esistono strumenti efficientissimi con cui operare da remoto: dimostrazioni dal vivo, condivisione di informazioni in varie forme, videoconferenze, tutori on-line etc…  Perche’ allora la richiesta pressante di salire su un aereo per andare ad incontrare altre persone? Proviamo a fare una digressione nel passato per spiegare il presente.

Storia di una expatriate

Un expatriate, spesso accorciato a expat, come recita Wikipedia, nella sua voce in inglese non ancora tradotta in italiano, “è una persona temporaneamente o permanentemente residente in un paese diverso da quello di nascita. Nell’uso comune il termine si riferisce spesso a professionals, lavoratori esperti o artisti che svolgono la loro attività fuori dal proprio paese di nascita, sia in modo indipendente sia in quanto mandati all’estero dal proprio datore di lavoro…e che usualmente guadagnano più di quello che guadagnerebbero in patria e rispetto ai lavoratori locali”.

Non sono un esperto di expat nella seconda accezione, di lavoratore mandato all’estero dall’azienda e di tutto l’apparato di policy, condizioni di trattamento e pacchetti vari, retributivi, per la casa, lo studio dei figli, la sistemazione dell’eventuale moglie o marito al seguito.

Vi posso invece raccontare la storia di un expat del primo tipo, cioè di quelle persone che sempre Wikipedia nel seguito della voce definisce anche “Self initiated expatriates”, ovvero uomini o donne che “trovano da soli un contratto per lavorare all’estero, piuttosto che essere inviati a lavorare in una sede all’estero dalla propria compagnia”.

La storia comincia due anni fa, la protagonista si chiama Federica e all’epoca svolgeva il ruolo di HR Generalist in una Divisione di una delle più note società di revisione e consulenza americane, da ormai quattro anni e, nonostante le ripetute richieste al suo capo, senza la prospettiva di poter uscire dal suo ambito e poter almeno diversificare la propria esperienza di HR in altri settori di attività della Società.

Federica, dopo aver fatto un bilancio complessivo della sua vita, non solo professionale, capisce che non può più rimanere “ferma” ma si deve mettere “in moto”.

E per un cambio di vita vero non basta cambiare lavoro, bisogna anche cambiare paese.