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Last updateTue, 10 Jul 2018 11am

Mobilita’ internazionale: vincoli e opportunita’

Il tema della mobilità internazionale sta’ diventando realmente uno dei topic più discussi nell’attuale mondo dell’impresa. La globalizzazione dei mercati ha portato le imprese a farsi domande sull’utilizzo dei migliori talenti e sull’esigenza di utilizzarli in differenti parti dell’organizzazione per fargli ampliare l’esperienza – importante strumento di retention- e per far diffondere la cultura aziendale in differenti parti dell’organizzazione. Come possiamo motivare i migliori? Come possiamo diffondere il Know-how (ruoli professionali) e la cultura aziendale (ruoli manageriali) per avere omogeneità globale? Come possiamo risolvere il tema delle differenze delle culture senza integrare le persone provenienti da diversi Paesi? 

Una casistica ampia di mobilità internazionale

Le Direzioni del Personale stanno definendo politiche per una casistica ampia: expatriates, distacchi temporanei, incarichi internazionali senza muovere le persone (le persone viaggiano, ma non cambiano ufficio centrale e contratto di lavoro). Si studiano bene le formule, perché’ le domande sulle opportunità hanno facili risposte, ma bisogna pensare anche ai vincoli. E farsi altre domande: quale convenienza o svantaggio in termini di costi? Quali costi di adeguamento al costo della vita, di relocation, di indennità di disagio (alcuni Paesi sono considerati disagiati) dovremo sopportare? Quali sono le persone più adatte alle diverse culture? Quali soluzioni potremo definire per l’eventuale rientro nel Paese di origine? Le scelte devono quindi essere molto ponderate dalle Aziende e dalle persone. Nessun dubbio sulla apertura mentale, sull’apprendimento, sullo sviluppo di carriera. Qualche dubbio su costi, work-life balance, passi successivi della vita.

Una “culture map” per diventare cittadini del mondo

Riguardo agli espatriati ed alla mobilità internazionale ho tenuto l’anno scorso una Lectio Magistralis , al MIP Politecnico di Milano, per la graduation di un centinaio di giovani, che avevano terminato i corsi del Master Internazionale. Questi giovani, ragazzi e ragazze, provenivano veramente da tutti i paesi del mondo e fra loro vi era anche un certo numero di italiani. Sicuramente molti di loro diventeranno degli espatriati, dato il tipo di laurea conseguita.

I Millenial che vogliono fare delle carriere di serie A debbono vivere delle esperienze all’estero

Se fino a qualche lustro fa la figura dell’espatriato era piuttosto rara e tipica di ragazzi e ragazze con uno spiccato spirito di scoperta e avventura e/o cresciuti in famiglie abituate a trasferimenti frequenti da un paese all’altro, oggi questa tipologia di manager è molto più diffusa e arrivo a dire, in base alla mia ultratrentennale esperienza di cacciatore di teste/medico delle carriere, che un giovane Millennial, e ancor più uno della generazione Z, senza una duratura permanenza “espatriata”, rischia una carriera di serie B rispetto a chi all’estero ha maturato significative esperienze. Io stesso ho un figlio, oggi trentottenne, da poco DG di una multinazionale italiana quotata che vi è approdato poco meno di 3 anni fa, dopo 10 anni trascorsi in Mc Kinsey, fra Italia, New York e Rio de Janeiro. E sono sicuro che senza la combinazione McKinsey + 8 anni di espatrio non sarebbe mai arrivato alla posizione che ricopre oggi.

I vantaggi fiscali delle significative esperienze estere

Anche mio figlio, come centinaia di giovani italiani (purtroppo molte migliaia sono espatriati e mai più ritornati) ha beneficiato di una legge, la 238 del 2010, promulgata dal governo Berlusconi e poi reiterata da Letta e Renzi, in base alla quale chi rientra da una significativa esperienza estera, ha diritto, per un certo numero di anni (erano 3 e oggi sono 5) a una detassazione del suo income professionale del 50% (era del 70% per gli uomini e dell’80% per le donne).E’ evidente che queste misure continuano ad essere un importante facilitatore per chi rientra in Italia, portando con se’ know how di prim’ordine e valori, e consentono di sopravvivere per i primi anni, in quanto è risaputo che la combinazione salari/tassazione dell’Italia è perdente rispetto a molti altri paesi sia europei che extra europei.

Storie di espatriati

Vivo all’estero da quasi 7 anni, negli USA da 4, ma per onesta’ intellettuale preferisco non identificarmi col titolo di “espatriato” bensi’ con quello di “immigrato” dato che non ho mai avuto alcuna azienda che mi sponsorizzasse e che mi inviasse in un altro paese a lavorare. Non mi sento quindi pienamente autorizzato a parlare a nome degli espatriati, ma ne ho conosciuti tanti nel mio girovagare lontano dall’Italia. In particolare, nel mio soggiorno a Seattle, WA ho avuto modo di entrare in contatto con la comunita’ locale di espatriati italiani. Una comunita’ eterogenea in quanto ad aziende, motivazioni all’espatrio, anni passati fuori dall’Italia, esperienze precedenti di vita all’estero. Tutti pero’ a testimoniare una sostanziale soddisfazione in merito alla propria esperienza, e a sottolineare come l’essere espatriati oggi sia per molti versi un hardship estremamente piu’ sopportabile e sostenibile rispetto ad un anche recente passato.

Qui le loro testimonianze, a partire dal background personale e professionale.

Corrado Gentile e’ Product Manager di Terex Corporation, a Seattle da 4 mesi. La sua vita da espatriato e relativamente breve ma gia’ significativa. Demetro D’Ambrosi e’ arrivato a Seattle con Microsoft molti anni fa dopo esperienze in altri paesi e gia’ da tempo ha lasciato il mondo delle corporation per lavorare come Advisor per diverse organizzazioni. Tiziano Recchi, anch’egli a Seattle da molti anni, e’ invece ancora in Microsoft, presso cui opera da oltre 23 anni in qualita’ di Corporation Senior Program Manager.