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Last updateWed, 18 Apr 2018 10pm

Tecnologia, cultura e competenze per avere successo nel mondo 4.0

C’è oggi una forte attenzione sugli impatti dell'innovazione tecnologica nel mondo del lavoro. Le analisi degli esperti di settore oscillano da un entusiasmo acritico per le sorti progressive delle nostre economie e reazioni quasi luddiste spaventate da dinamiche incontrollate. Fortunatamente esistono letture più equilibrate che aiutano a comprendere meglio gli effetti a breve e medio periodo sulle competenze richieste nel mercato del lavoro che si sta prospettando. Provo qui a delineare una possibile traiettoria partendo dalla storia più recente. Un ambito che in particolare richiede un’osservazione attenta è quello toccato dall’innovazione digitale. In questo senso non si tratta più di considerare gli effetti della digitalizzazione dei tradizionali processi informativi, ma serve analizzare quanto accade anche in ambiti di produzione manifatturiera.

Il lato umano dei big data: il Data Scientist nelle organizzazioni

La relazione esistente tra i dati e il genere umano sembra farsi sempre più complessa, ma anche più profonda. È innegabile che l’uomo abbia ormai sviluppato un rapporto con il digitale così profondo da essere egli stesso oggetto e soggetto della produzione di gran parte dei Big Data. I dati prodotti nel corso del 2016 hanno superato tutti quelli prodotti nel corso di tutti gli anni precedenti della civiltà umana, e lo stesso traguardo è stato raggiunto nel 2017 alla fine del mese di luglio. Qualsiasi tipo di attività noi si compia, lasciamo tracce digitali, dati. Calvino l’aveva chiamata, con stupefacente intuizione, la memoria del mondo. Le organizzazioni che desiderino competere sul mercato, da tempo si sono rese conto di quanto una capacità di analisi approfondita del dato porti concreti vantaggi in termini di innovazione e competitività.La figura emergente in questo ultimo decennio, e sotto la luce dei riflettori in questi ultimi due o tre anni, è quella del Data Scientist, una delle principali attività della quale è dare una struttura alla relazione esistente tra dati generati e comportamenti umani, permettendo una maggiore conoscenza di questi ultimi.

Siamo pronti a supportare le prestazioni delle organizzazioni del prossimo futuro?

Di questi tempi, quando si parla di prestazioni delle organizzazioni e di competenze necessarie, il pensiero non può che correre al 4.0. La digitalizzazione diffusa dovrebbe consentire alle organizzazioni una maggiore capacità di realizzare effettivamente una personalizzazione di massa, una maggiore flessibilità, una migliore capacità di utilizzare i dati per risolvere i problemi ed aumentare le prestazioni. Come sempre accade con le innovazioni organizzative, l’adozione delle potenzialità del 4.0 costituisce ora un vantaggio competitivo, domani sarà un requisito minimo necessario per sopravvivere.

Siamo pronti per questo passo?

Credo che per dare una risposta a questa domanda, si debbano considerare almeno tre temi: 1) quali tecnologie abilitanti costituiscono il 4.0? 2) quali nuovi ruoli si svilupperanno? 3) quali competenze serviranno?

Le tecnologie abilitanti (sottolineo “abilitanti”: esse non sono di per sé la soluzione taumaturgica dei problemi: sono invece tecnologie che inserite in un adeguato contesto organizzativo abilitano il miglioramento), a grandi linee, sono: la realtà aumentata, i big data, display e sensori, wearable technology, digital twin, stampa 3D, nonché i sistemi di collaborazione uomo-robot.

A fronte della necessità di utilizzare al meglio queste tecnologie abilitanti, si sta riflettendo sui possibili nuovi ruoli che nasceranno in azienda. La lista è lunghissima: si va dai ruoli di linea (lo “Smart Operations Manager”, il “Remote Maintenance Supervisor”, ecc.) ai ruoli di staff (il “Business Process Architect”, l’“IoT Architect”, il “Big Data Scientist”, il “Cyber Security Expert”, lo “Human Robot Interaction Psychologist, ecc.).