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Last updateWed, 18 Apr 2018 10pm

Il futuro nel lavoro: come pensarlo, con quali competenze

Il tema del futuro del lavoro con la crescente diffusione di tecnologie dirompenti e sostituenti le persone è stato affrontato e discusso in molteplici contesti. Se lavoreremo ancora o meno sembra non essere chiaro, le principali indagini a livello internazionale sulla questione possono essere ritrovate in http://emplus.egeaonline.it/it/61/archivio-rivista/rivista/3429011/articolo/3429051?hl=biffi.

Con le tecnologie intelligenti lavoreremo meno

Personalmente sono convinto che il lavoro come lo abbiamo da sempre inteso, attività necessaria per mantenersi e – per alcuni – dare un significato alla propria identità, progressivamente scomparirà perché svolto dalle macchine. Il ragionamento è semplice: da sempre l’uomo cerca di faticare meno, dapprima nelle attività fisiche e manuali, poi in quelle mentali; le aziende sono costantemente alla ricerca di un  ottimale impiego di risorse e ove possibile utilizzano fattori produttivi che ne riducono l’impiego velocizzando, e spesso, migliorando le prestazioni complessive dei processi lavorativi; la curiosità dell’uomo ci spingerà ancora a immaginare, progettare, utilizzare apparati fisici e virtuali sempre più sofisticati come prodotto della nostra capacità di creare cose nuove. In sostanza le spinte naturali del comportamento umano ci inducono a pensare che una sempre maggiore quota di lavoro sarà svolta dalle tecnologie. Con  l’attuale configurazione del modello di sviluppo del mondo economico, non più solo occidentale, fondato principalmente sulla competizione nel business in territori sempre più ampi, la convinzione che, grazie al fatto che con le tecnologie si generano nuovi business e nuovi compiti, si creeranno, come in passato, posti di lavoro in numero maggiore rispetto a quelli che scompariranno, non è sostenibile, oggettivamente pensando anche alle caratteristiche intrinseche delle tecnologie moderne davvero capaci di essere intelligenti.

Lo skill mismatch e la skill strategy nel nostro Paese: non solo formazione ma anche servizi per l’impiego

Cosa vuol dire skill mismatch? Quale peso ha lo skill mismatch in Italia?  Alcune considerazioni di massima possono aiutare a comprendere il costrutto. Viviamo in un Paese che ha un alto tasso di disoccupazione. Allo stesso tempo diverse indagini (Manpower, CEDEFOP, ILO, etc.). testimoniano di un mondo imprenditoriale che assumerebbe lavoratori, ma non ne trova con le competenze necessarie. Passando dall’Italia all’Europa il rapporto Matching Skills and Labour Market Needs del World Economic Forum sottolinea come: “In Europa circa 4 imprese su 10 riportano di avere difficoltà nel trovare lavoratori con le competenze richieste” (World Economic Forum, 2014, p. 9).

Le competenze digitali per lo sviluppo dell’innovazione organizzativa

Oggi stiamo diventando tutti pienamente consapevoli della profondità e dell’ampiezza della trasformazione digitale. Il punto di partenza è stata l’impresa, ma oggi è riduttivo circoscrivere l’impatto delle nuove tecnologie nel perimetro delle aziende. È per questa ragione che il governo giapponese preferisce parlare di Società 5.0 e non di Industria 4.0 S’intende cioè evidenziare che le nuove tecnologie influenzano l’intero sistema socio-economico: dalla sanità, all’agricoltura, ai servizi. In ogni caso l’Industria 4.0 ha la caratteristica di essere un’innovazione che comprende una pluralità di tecnologie e know how complementari tra loro così da rendere poco efficaci gli approcci basati sul tradizionale modello del trasferimento tecnologico. L’esperienza di Confindustria Veneto Siav nei programmi di formazione per le piccole e medie imprese del territorio mostra infatti che l’acquisizione delle nuove tecnologie rappresenta la fase iniziale del processo di innovazione, ma difficoltà e ostacoli emergono successivamente quando le nuove conoscenze devono essere integrate nelle prassi aziendali[i]. Lo sviluppo di capacità organizzative complesse richiede una formazione in grado di sostenere l’intero processo di innovazione: dapprima per aprire la visione degli imprenditori, poi per trasformare la nuova conoscenza acquisita per adattarla nei contesti aziendali e, infine, per incorporarla in processi, strutture organizzative e ruoli.