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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Il superamento dello skill mismatch passa per un cambio di mindset a partire da quello del Top Management

Abbiamo dato vita a questo learning talk partendo da un assunto: oggi le aziende si trovano davanti ad un quadro di sfide poste dai processi di trasformazione digitale che appare estremamente diversificato. Su questa base abbiamo attivato un panel di esperti chiedendo loro di rispondere alle seguenti domande: quanto inciderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica su occupazione, disoccupazione e mismatch fra professioni ricercate e competenze disponibili sul mercato? Ci sono professioni maggiormente a rischio scomparsa e altre emergenti di difficile reperimento? E quali sono rispetto alle diverse specializzazioni e discipline (operation, marketing, manutenzione, HR, produzione, vendita e via dicendo)? Quale ruolo possono giocare le funzioni HR delle imprese, gli altri attori del mondo della formazione e dello sviluppo e le associazioni territoriali per sviluppare nuovi modelli di competenze all’altezza delle aspettative?

Big Data e Intelligenza Artificiale

Nel suo ricco contributo focalizzato sulla funzione Marketing, Alberto Maestri prende come esempio dell’evoluzione in atto la figura del Content Marketer, sempre più simile a un Data Scientist (il cui profilo è stato descritto da Alessandro Giaume) per capacità di gestire software di data management e di competenze in fatto di analisi del dato. Sottolinea poi “la crescente importanza dell’ingresso delle intelligenze artificiali nei processi di storytelling, capaci di trasformare i robot in veri e propri creatori di contenuti”. L’impatto di AI e robotica su insegnamento e formazione è stato quindi trattato, con un approccio meno “tecnoentusiasta”, da Carlo Turati e Edoardo Datteri, sostenitore della tesi secondo cui “il mestiere di insegnane non è automatizzabile – o meglio, che la sua automatizzazione richieda il superamento di sfide che l’Intelligenza Artificiale affronta dalla sua nascita e che, verosimilmente, continuerà ad affrontare ancora per svariati decenni.” Per un approfondimento sul tema delle trasformazioni introdotte dalla crescente presenza della AI in tutti i processi aziendali rimando anche al mio post, recentemente pubblicato su NOVA100: Le 10 cose che ogni CEO dovrebbe sapere sull’Intelligenza Artificiale.

The digital and bodily mismatch. Per un modello integrato di competenze

Di primo acchito l’interessantissimo stimolo di Marco Minghetti mi era parso andare un po’ al di là dei miei pur ampi e sparsi interessi; non mi occupo di economia del lavoro, non ho sensibilità tecnologiche e le mie esperienze sul tema delle competenze si sono mosse sempre sul piano dell’architettura di sistema. Di molto altro amo interessarmi: soprattutto di sviluppo organizzativo, di leadership, di dinamiche gruppali e di rapporto individuo-organizzazione, oltre che di cura dello sviluppo dei potenziali. Insomma, di buona parte delle generalities tipiche del mio mestiere. E però c’è un aspetto della digital transformation che risuona molto anche con temi su cui mi sono espresso in questi preziosissimi Learning Talk: la questione dell’attualità del gruppo[1], l’impatto dello smart working[2], la novità rappresentata dai millennials[3].

Rivedendoli a posteriori, in questi pur diversi contributi mi sono rifatto costantemente ad una considerazione che mi pare venga buona anche in questa sede: la necessità di un “contrappeso umano” alla volatilità delle organizzazioni. Provo a spiegarmi meglio. Assistiamo ormai da decenni ad un processo di dissolvimento dei confini organizzativi (nelle strutture, nei ruoli ecc.) e di conseguente virtualizzazione (dei processi, delle procedure, delle informazioni ecc.); fenomeni all’origine dei quali sta soprattutto la tecnologia e, in larga misura, il venir meno dei confini geopolitici e di mercato (in una parola, la globalizzazione). Sociologi, psicologi, antropologi culturali hanno ben spiegato gli effetti di tutto ciò sugli individui (in termini di identità, sentimento di sé, modelli relazionali ecc.).

È per questo che ho sostenuto che nelle attuali organizzazioni (il grande Jeffrey Pfeffer, nel suo ultimo libro, che ha presentato qualche giorno fa qui a Milano, parla addirittura di “tossicità organizzativa”[4]) vi è un bisogno crescente di relazioni e, ancor più, di contatto fisico tra gli individui. Non so quanto questo bisogno sia oggi riconosciuto e presidiato. Per quanto la tecnologia aiuti a sostituire il contatto diretto con una virtualità sempre più antropomorfa (addirittura augmented, iperrealistica), sappiamo bene, lungo la memoria storica di homo sapiens sapiens, che le basi della vita umana – attaccamento, fiducia, investimento, riflessività ecc. – presuppongono un tipo di relazionalità in cui la gioia e il dolore del contatto interumano convivono indissolubilmente[5].

Distopie da inizio millennio

“Se l’uomo fosse perfetto, cambierebbe mestiere”

 

Svolgimento del tema in meno di 300 caratteri.

Domanda e titolo: Digital Transformation (DT), come sono cambiati e si stanno trasformando i fabbisogni di competenze e di ruoli professionali nelle aziende?

Risposta e svolgimento: poco, secondo me, nella sostanza molto poco (266 caratteri).

Risposta lunga, con svolgimento in circa 5000 caratteri spazi inclusi e domanda fuori luogo. La domanda fuori luogo è questa: cambiò qualcosa per uno storyteller quando inventarono la scrittura? Molto sì, dovette imparare a scrivere. Cambiò molto per uno storyteller quando inventarono il computer? Molto sì, dovette imparare a scrivere con la tastiera. Ma nella sostanza? Nella sostanza è ancora uno storyteller. E solo così possiamo capire che la DT non è una rivoluzione nel pensiero, ma solo uno dei molti cambiamenti che l’uomo ha creato per avvicinarsi a Dio. Perché Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza e l’uomo ha creato la macchina a immagine e somiglianza sua. Ma evidentemente anche Dio soffriva di razionalità limitata.

Adesso inizia lo svolgimento.

Vorrei dedicare questi 4000 caratteri spazi inclusi al Deep Learning (DL), tema che conosco superficialmente, ma che reputo centrale in un buon ragionamento sulla DT. E  vorrei farlo scrivendo una lettera virtuale alle mie due figlie in quanto rappresentanti del futuro, sperando che possano andare oltre le mie paure di uomo del vecchio millennio. Comincia così: “Care ragazze…”