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Last updateWed, 13 Dec 2017 10am

Smart Working: oltre Il Welfare, un nuovo modo di progettare l’organizzazione e la competitività

Da molto tempo è in corso un interessante dibattito (e molte esperienze concrete) su temi di grande attualità che riguardano la relazione fra persone e organizzazione come: la produttività, i tempi e i luoghi del lavoro, il controllo e la valutazione della prestazione, il benessere organizzativo, l’esercizio della leadership, le nuove forme di organizzazione.

Oltre la dimensione interna all’azienda, si potrebbe continuare includendo i modelli di business che aiutano a garantire la competitività dell’impresa.

Li cito tutti insieme perché quando, sempre più spesso, si parla di concetti e definizioni sostanzialmente convergenti (lavoro flessibile, lavoro agile, lavoro smart) mi accorgo come le interpretazioni, e soprattutto le declinazioni che si percepiscono dalle diverse applicazioni reali, siano spesso limitate o volutamente limitanti.

Smart working per smart people. Siamo a posto così?

Non so se il titolo è appropriato. Ci penserò alla fine. Ciò che mi è chiaro – e per questo ho voluto rispondere al bel post di Stefano Za – è che con l’espressione “smart working” (o con varianti come “flexible working”) si intende ormai rappresentare situazioni lavorative che ben interpretano l’attuale momento di trasformazione competitiva delle imprese, del lavoro e della vita delle persone, delle opportunità offerte dai contesti metropolitani.

Non ci sarebbe molto altro da dire. Senonché forse ancora non se ne è compreso bene il significato e gli impatti.

Concordo sul fatto che la tecnologia non è l’unica spiegazione dello smart working, che è da considerare solo come un fattore abilitante (enabling). Ma non è stato sempre così? Ogni passaggio, più o meno graduale o discontinuo nelle forme e nei comportamenti organizzativi, non è sempre stato preceduto e accompagnato da innovazioni tecnologiche che hanno o accelerato (la catena di montaggio) o trasformato (la telefonia mobile) i modi di lavorare e di relazionarsi delle persone? Difficilmente le organizzazioni gerarchico-funzionali sarebbero passate ad un funzionamento per processi se non vi fosse stato il supporto di sistemi informatici integrati (SAP, per intenderci); analogamente, il modello a “rete globale” sarebbe stato inimmaginabile prima di Internet.

Smart working e competitività: oltre il welfare aziendale

Non sono un esperto di smart working e “faccio mie” le indicazioni che emergono dai post introduttivi a questa discussione, su cui concordo in larga parte. Da anni tuttavia, mi occupo di come i driver competitivi, mercato e tecnologia impattano sui modelli di business e in questa chiave intervengo sul tema.

Le pratiche di smart working sono ancora molto “interne” ed orientate al welfare aziendale

Le esperienze osservate in diversi contesti sono ancora molto ancorate a pratiche e logiche molto interne alle imprese. La maggior parte delle iniziative sono infatti molto incentrate sul tema del “welfare aziendale”. La flessibilità lavorativa e la riduzione del disagio da spostamento sono ritenuti fattori importante per i lavoratori e sono numerose le pratiche che abilitano processi di questo tipo. I risultati che emergono sono interessanti, tuttavia ancora molto collegati a una visione tradizionale di impresa. La dimensione del “life balance”, predomina, l’aspetto principale è quello di restituire al lavoro e al luogo di lavoro dimensione di accoglienza, ascolto e non ostilità. Accanto a queste dimensioni, emergono decisioni più operative, quali quelle di recuperare efficienza nella distribuzione dei posti di lavoro, nella sostanza spazi più piccoli e più razionalizzati. Il legame con la competitività è ancora parziale, se non in una logica di rapporto win win azienda lavoratore/lavoratrice in termini di costi.