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Dal lavoro tradizionale allo Smart Working: che fare?

L’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano definisce il lavoro flessibile come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Si può dire che in Italia un terzo delle grandi aziende è flessibile: infatti molte aziende hanno avviato, in modalità sperimentale o definitiva, forme di smart working.

Il termine smart working (flexible working o lavoro flessibile) inizia la sua inarrestabile ascesa circa una decina di anni fa avendo avuto come antenato importante il telelavoro che era nato e si era già progressivamente affermato nel secolo scorso a fronte di un contesto tecnologico assai meno evoluto di quello attuale. Nel 2016 Vodafone ha commissionato un sondaggio, reso noto con il titolo Flexible Work: Friend or Foe, che ha coinvolto 8000 rispondenti tra lavoratori e datori di lavoro (considerando piccole e medie imprese, organizzazioni del settore pubblico e multinazionali) distribuiti in dieci Paesi e su tre continenti. Il sondaggio evidenzia che il 75% delle aziende a livello globale ha introdotto politiche di lavoro flessibile per consentire ai dipendenti di organizzare in modo più autonomo la propria giornata di lavoro, utilizzando le tecnologie più avanzate per lavorare da casa o in mobilità.

Il fenomeno dello smart working non è solo importante di per sé, ma rappresenta anche una leva critica  di  trasformazione  delle organizzazioni nel loro complesso a fronte delle opportunità  rappresentate dalle attuali tecnologie digitali (Digital Transformation): questo è confermato anche da un recente sondaggio svolto da “World Economic Forum” da  cui emerge che il principale driver socio-economico di cambiamento organizzativo è rappresentato dallo smart working, mentre il mobile e il cloud computing descrivono gli ingredienti principali del driver tecnologico.