11252017Sat
Last updateWed, 22 Nov 2017 6pm

Essere o diventare smart worker?

Non lo sapevo, eppure sono una smart worker. Lo ero ancora prima che il termine venisse coniato. Ma ne ho preso coscienza solo quando Raul Nacamulli mi ha proposto di scrivere un articolo su questo tema. La mia reazione istintiva è stata “non sono un'esperta di smart working” e lui, in tutta risposta: “sì, ma tu sei una smart worker!”.

In effetti, fin dall'inizio della mia carriera professionale, oltre 20 anni fa, non mi sono mai posta il problema dell’orario e del luogo di lavoro, né del possesso di una scrivania, ma di fare bene il mio lavoro per essere all’altezza delle aspettative dei clienti, di far crescere la mia reputazione professionale e coltivare un network di relazioni, di tenermi aggiornata affinché le mie competenze non diventassero obsolete o poco interessanti per il mercato del lavoro, di organizzare il tempo personale in modo da non essere inghiottito da quello lavorativo. Mi sono abituata a fare riunioni in videoconferenza e avanzamenti di progetto via skype, a usare archivi condivisi in cloud e strumenti di co-writing e di shared project planning. I miei collaboratori lavorano in gruppi che si aggregano e ricompongono sulla base di progetti, sono misurati sui risultati e non sul tempo passato in ufficio, hanno orari flessibili e possibilità di organizzare il lavoro in autonomia, anche da casa. Siamo legati da relazioni di fiducia e di collaborazione. Generalmente, remiamo tutti nella stessa direzione, prendiamo decisioni rapide, cerchiamo di semplificare i problemi e di velocizzare i tempi di consegna verso i clienti. Viviamo in un’organizzazione piatta, con pochi livelli gerarchici e molto scambio interfunzionale.

Queste sono le regole che chiunque lavori in una società di consulenza conosce e applica tutti i giorni, ma anche chi fa il rappresentante, lavora in una start up, ha un’attività in proprio o è un libero professionista. Per tutti costoro lo smart working non è una novità, sono nati con un profilo da smart worker, senza bisogno di diventarlo. Quali riflessioni si possono invece fare per chi smart worker vuole diventarlo o per le aziende che stanno avviando politiche di smart working?

Fra le tante variabili che a mio avviso possono far funzionare un sistema di smart working in un’organizzazione complessa (e senza con questo avere alcuna velleità di essere esaustiva), ne ho selezionate due, che mi toccano particolarmente e che riguardano alcuni valori che dovrebbero essere alla base di una cultura organizzativa “smart”, ovvero: l’uso del tempo e l’orientamento all’auto-sviluppo.

Analizziamole una alla volta.

Smart "smart working"

“Il mio “ufficio” apre alle 9.15 quando parte il mio treno verso Milano. Ho già fatto il mio lavoro di padre. Adesso mi aspettano 50 minuti, fantastici per organizzare il lavoro e fare qualche telefonata. Oppure, lavoro in un coworking vicino a casa dove riesco a concentrarmi e non mi sento solo.”

Premessa non necessaria ma che mi piace premettere

Ci sono due modi di guardare allo smart working. Da un lato c’è chi lo associa pesantemente alle possibilità di flessibilizzazione degli spazi e dei tempi di lavoro grazie alla crescente potenza della tecnologia di connessione. Dall’altro c’è chi considera smart una parola a 360°, da applicare non solo alla flessibilità spazio-temporale, ma anche all’alleggerimento dello spazio e del tempo organizzativo.

Sono probabilmente vere entrambe ma, attenzione, perché se sposate la seconda ipotesi, state per imbarcarvi in una piccola rivoluzione che va ben al di là del post-fordismo. State per entrare in un’era il cui unico vero obiettivo è riconciliare il lavoro con l’uomo.

Smart Working e Smart Worker

Nel bel saggio introduttivo a questo Talk scritto da Stefano Za è stato spiegato molto chiaramente come il concetto di Smart Working, originariamente focalizzato sul telelavoro, si sia ampliato notevolmente negli ultimi anni grazie all’avvento e all’inarrestabile diffusione dei processi di Digital Transformation.

Dallo Smart Working alla Phygital Entreprise

Questa peculiare evoluzione ha fatto sì che oggi le politiche aziendali di Smart Working vadano ad articolarsi secondo  un “combinato disposto”, per utilizzare un termine caro a chi opera in HR, di questo tipo: le aziende (vedi il caso archetipico di Barilla), da una parte, tendono sempre di più a far sì che strati ampi di popolazione aziendale svolgano le attività professionali da remoto per almeno 1/2  giorni alla settimana; dall’altra, a ripensare completamente gli spazi di lavoro degli uffici per consentire che il lavoro sviluppato in ambiente “analogico” sia coerente (in termini di modelli valoriali, mindset, sistemi di governance, stili di leadership diffusi, eccetera) a quello collaborativo prodotto in community online: fino a traguardare le nuove frontiere della “Phygital Enterprise”. Per questo motivo, ho proposto qualche tempo fa questa definizione: “lo Smart Working è l’approccio innovativo all’organizzazione del lavoro che si caratterizza per flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari di lavoro e degli strumenti, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati e ad una progressiva digitalizzazione dei processi di lavoro”. Per quanto riguarda questo secondo aspetto, rimando ad una recente intervista con Rosario Sica, che ho pubblicato sul mio blog de Il Sole 24 Ore Le Aziende InVisibili (Dal Digital Workplace alla Phygital Enterprise). In questa sede mi concentro invece sulle conseguenze e le prospettive connesse al primo fenomeno.