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Last updateWed, 22 Nov 2017 6pm

Lavoro di gruppo, come pensare di farne a meno?

Provo a dire la mia sul post di Emanuele Serrelli, che ha avuto il merito di porre una questione decisiva per ogni comunità professionale: quanto di ciò che dei professionisti (in questo caso consulenti, formatori, accademici, donne e uomini delle risorse umane) fanno abitualmente risponde a esigenze reali e attuali, oppure è una riproduzione di un sapere acquisito, dato per scontato, riproposto solo in quanto ha dato buona prova in passato ed è stato motivo di autoriconoscimento identitario e di legittimazione esterna?

Ho la fortuna (?) di aver vissuto una lunga stagione di collaborazione con organizzazioni (penso soprattutto alle imprese multinazionali) che negli anni hanno attraversato profonde trasformazioni della propria cultura organizzativa. È vero infatti, come afferma Serrelli, che oggi le organizzazioni rischiano di morire di gruppi e di lavori di gruppo, tra pluriappartenenze, conflitti di ruolo, dilemmi di lealtà, da un lato, e dall’altro una continua instabilità, tra cambiamenti e ripensamenti strutturali, che significa impossibilità di consolidare routines e apprendimento organizzativo. Ma c’è stato un tempo in cui il mostrare la possibilità del lavoro di gruppo, dello scambio tra ruoli interfacciati, dell’appartenenza a termine a task force o a comitati interfunzionali…, ha significato per un paio di generazioni di manager, capi intermedi e specialisti l’apertura al mondo dei possibili, il superamento dei comportamenti coatti (la ferrea disciplina e complicità gerarchico-funzionale), la scoperta e l’esercizio di attitudini e sensibilità fino ad allora non richieste, quando non proibite.

Non ci sono più i team di una volta? Che fare?

Il lavoro di team, oltre ad essere una necessità funzionale delle organizzazioni contemporanee, permette alle persone di legare e svilupparsi socialmente tra loro. È per questo che eventi ed esercizi di team building costituiscono una parte importante delle azioni di formazione con cui le organizzazioni cercano di ricavare il meglio dalle persone.

I team come li intendiamo derivano dall’applicazione di filosofie di total quality management, just-in-time e lean production nelle aziende degli anni Ottanta. Negli anni Novanta in letteratura il team-based work veniva presentato come innovazione organizzativa che ribaltava il paradigma del potere nelle organizzazioni, anche se in fondo aveva una funzione strumentale (controllo del gruppo, produttività). Mai è mancata, poi, una riflessione sul benessere dei lavoratori e, con l’arrivo delle nuove tecnologie, si arriva anche a parlare di “neocraft paradigm” (Vallas 1999).