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Non ci resta che piangere

di Roberto Benigni, Massimo Troisi - con R. Benigni, M. Troisi, P. Bonacelli, C. Monni, A. Sandrelli, I. Peynado - durata: 111' - origine: Italia, 1984.

Con un incasso di oltre 15 miliardi di lire, il film della coppia tosco-campana, costituita da due attori-registi allora poco più che trentenni e all'inizio della loro carriera (ma già consacrati e baciati dal successo), fu il dominatore della stagione 1984/85, in un' epoca in cui le sale cinematografiche, per quanto già erose dalla televisione, erano ancora centrali nel sistema dell'entertainment nazional-popolare.

Il nascente fenomeno dell'home video, poi, consentendo di noleggiare e vendere migliaia di copie del film in VHS contribuì a farne un patrimonio condiviso da milioni di persone. E questo nonostante il film non fosse molto più che una serie di sketch, di battute e duetti, privo di una trama credibile e girato dal grande Giuseppe Rotunno (il fotografo di Fellini, Visconti e tanti altri) con la mano sinistra. Del film uscì successivamente una diversa versione televisiva più lunga di 18' che ancora oggi viene riproposta periodicamente nei palinsesti infiniti delle varie emittenti. Ciò a riprova che i due avevano girato molto più materiale di quello previsto inizialmente e che sul set tra di loro imperava l'improvvisazione, un po' come accadeva anni prima tra Totò e Peppino De Filippo (non a caso omaggiati nell'episodio della lettera a Savonarola che riprende quella celebre di Totò, Peppino e... la malafemmina).

Quando un padre

di Mark Williams -  tit. or.: A Family Man - con Gerard Butler, Willem Dafoe, Gretchen Mol, Alfred Molina - durata 108'  - origine USA Canada, 2016.

Una delle principali attività di chi si occupa di sociologia del cinema è capire quanto le narrazioni che si susseguono sul grande schermo (locuzione che oggi, a dire il vero, appare un po' datata) siano frutto o causa dei fenomeni sociali che pretendono di raccontare. Non è tanto un problema di "realismo", vetero o neo che sia, quanto della capacità di intercettare gli umori, i significati, gli stati emotivi o, per dirla con un termine di moda, i sentiment che stanno transitando in quel momento nella società.  

Da  questo punto di vista, non è nemmeno cruciale che si tratti di buono o cattivo cinema, poiché anche nella pellicola (altra parola finita in solaio) più scalcagnata possono rimanere impigliati brandelli di "realtà" da cui ricavare informazioni utili a decifrare alcuni fenomeni che attraversano le nostre società. E' grazie a questo approccio che anche da Quando un padre, opera prima  - modesta - di Mark Williams (noto soprattutto come attore della saga di Harry Potter), si può uscire con qualche idea in più sul tema che il film propone e cioè il difficile equilibrio tra lavoro e affetti, tra famiglia e carriera. 

L'altro volto della speranza

Regia di Aki Kaurismaki - con Sakari Kuosmanen, Sherwan Haji, Kati Outinen- durata: 98' - origine: Finlandia, 2017.

Chi segue da sempre il cinema di Aki Kaurismaki, sa che ogni suo nuovo film, atteso con trepidazione, non delude quasi mai la speranza di vedere qualcosa di unico nell'appiattito panorama cinematografico internazionale. Non fa eccezione L'altro volto della speranza, Orso d'argento per la regia alla Berlinale 2017, in cui fin dalla prima inquadratura lo spettatore affezionato si ritrova come a casa, avendo fin da subito sotto gli occhi tutti gli elementi - cromatici, figurativi, musicali - cari al regista finlandese.

Il miracolo è che queste costanti immancabili (e ce ne sono molte altre, a partire dai cani...) non provocano mai un senso di noia o di deja vu, ma sono funzionali a portare l'attenzione su ciò che sta davvero a cuore all'autore, che si tiene perciò lontano da ogni inutile virtuosismo registico. E ciò che sta a cuore a Kaurismaki è precisamente l'osservazione degli umani, visti come esseri fondamentalmente mancanti (nel senso che nessuno di noi ha da sé il potere di passare dal niente all'essere) e perennemente in bilico tra solitudine e dipendenza.