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Last updateTue, 10 Jul 2018 11am

Empatia oltre l’autoinganno: cosa dice la ricerca? [parte 2]

I risultati degli studi svolti in alcune organizzazioni che hanno intrapreso iniziative di formazione e sviluppo nell’ambito dell’“intelligenza emotiva” (Goleman 1998) suggeriscono che l’empatia possa essere appresa e che sia un ottimo viatico all’efficacia. Quando intrapresi, infatti, i programmi mirati al rafforzamento delle competenze emotive hanno portato a un aumento della produttività e del profitto. Un’indagine del Center for Creative Leadership indica che la differenza tra una leadership eccellente e una ordinaria sia dovuta in larghissima parte (90%) alla sfera dell’intelligenza emotiva e che questa sia due volte più importante – in termini di efficacia - del quoziente intellettivo e delle competenze tecniche combinati tra loro.

L’indagine che investiga l’efficacia dei programmi di formazione manageriale nell’area dell’intelligenza emotiva è ancora all’inizio, tuttavia anche la ricerca accademica sta presentando da tempo risultati di analisi quali-quantitative utili nel fornire alle organizzazioni elementi per valutare le iniziative in tal senso.

Efficienza e produttività non sono sinonimi. L’empatia come competenza. [parte 1]

A nessuno importa quanto sai, fino a quando non sanno quanto ci tieni (Theodore Roosevelt).

Empatia. Uno di quelle parole di significato ampio e vago che ognuno, o quasi, conosce ma di cui non si è ben sicuri della definizione. Per chiarire cosa sia l’empatia, forse aiuta prima definire ciò che non è. Empatia non è sinonimo di compassione. E non vuol dire nemmeno trovarsi d’accordo con le opinioni altrui e neppure occuparsi dei sentimenti delle persone che ci stanno intorno. Una definizione funzionale e pragmatica di empatia potrebbe essere dunque la seguente: avere consapevolezza dei sentimenti delle altre persone anche quando non siamo d’accordo con loro e/o non possiamo essere compassionevoli.

Branding e ranking nel campionato delle università britanniche fra mercato e stato

LA SECONDA PUNTATA DI UN REPORTAGE SULLE TRASFORMAZIONI DEL SISTEMA UNIVERSITARIO BRITANNICO

leggi qui la prima puntata

Nel  Regno Unito esistono circa 134 università (higher education institutions) da non confondersi con le further education institutions, a metà strada tra scuola superiore e università come nel modello tedesco. Tra queste solo due, Buckingham e Regent’s, si definiscono private, o indipendenti, cioè non fanno parte del sistema di regolamentazione pubblica del sistema universitario. Anch’esse, tuttavia hanno ricevuto la “royal charter” che le autorizza a definirsi università (Universities UK, 2015).

Branding e ranking

Un tratto distintivo delle università Britanniche è costituito dalla lunga tradizione di elaborazione di classifiche, ranking, e misurazioni della performance nella ricerca, nella didattica, nelle carriere degli ex alunni, nella collaborazione con soggetti privati, eccetera. Le classifiche delle università costituiscono uno strumento di orientamento per gli studenti/clienti. Sono cioè dei meccanismi di mercato che contribuiscono a orientare le domande di iscrizione a seconda della qualità attesa del servizio e del valore atteso del titolo conseguito.