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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Una “culture map” per diventare cittadini del mondo

Riguardo agli espatriati ed alla mobilità internazionale ho tenuto l’anno scorso una Lectio Magistralis , al MIP Politecnico di Milano, per la graduation di un centinaio di giovani, che avevano terminato i corsi del Master Internazionale. Questi giovani, ragazzi e ragazze, provenivano veramente da tutti i paesi del mondo e fra loro vi era anche un certo numero di italiani. Sicuramente molti di loro diventeranno degli espatriati, dato il tipo di laurea conseguita.

I Millenial che vogliono fare delle carriere di serie A debbono vivere delle esperienze all’estero

Se fino a qualche lustro fa la figura dell’espatriato era piuttosto rara e tipica di ragazzi e ragazze con uno spiccato spirito di scoperta e avventura e/o cresciuti in famiglie abituate a trasferimenti frequenti da un paese all’altro, oggi questa tipologia di manager è molto più diffusa e arrivo a dire, in base alla mia ultratrentennale esperienza di cacciatore di teste/medico delle carriere, che un giovane Millennial, e ancor più uno della generazione Z, senza una duratura permanenza “espatriata”, rischia una carriera di serie B rispetto a chi all’estero ha maturato significative esperienze. Io stesso ho un figlio, oggi trentottenne, da poco DG di una multinazionale italiana quotata che vi è approdato poco meno di 3 anni fa, dopo 10 anni trascorsi in Mc Kinsey, fra Italia, New York e Rio de Janeiro. E sono sicuro che senza la combinazione McKinsey + 8 anni di espatrio non sarebbe mai arrivato alla posizione che ricopre oggi.

I vantaggi fiscali delle significative esperienze estere

Anche mio figlio, come centinaia di giovani italiani (purtroppo molte migliaia sono espatriati e mai più ritornati) ha beneficiato di una legge, la 238 del 2010, promulgata dal governo Berlusconi e poi reiterata da Letta e Renzi, in base alla quale chi rientra da una significativa esperienza estera, ha diritto, per un certo numero di anni (erano 3 e oggi sono 5) a una detassazione del suo income professionale del 50% (era del 70% per gli uomini e dell’80% per le donne).E’ evidente che queste misure continuano ad essere un importante facilitatore per chi rientra in Italia, portando con se’ know how di prim’ordine e valori, e consentono di sopravvivere per i primi anni, in quanto è risaputo che la combinazione salari/tassazione dell’Italia è perdente rispetto a molti altri paesi sia europei che extra europei.

Una “culture map” per lavorare efficacemente nel mondo

Cosa c’entra con tutto ciò la mia Lectio magistralis? C’entra perché quel giorno portai con me e citai un bellissimo libro regalatomi poco prima da uno dei miei Mentee, che si intitola “THE CULTURE MAP”. Il volume è stato scritto da Erin Meyer, una giovane americana, professoressa all’INSEAD, madre di due figli, che, nata nel lontano e profondo Wisconsin, ha poi vissuto buona parte della sua vita professionale all’estero e , nel 2013, ha compendiato le sue esperienze di manager e consulente per aziende e gestori di vari continenti, in un libro piacevole, di facile lettura, ricco di spunti interessanti per chiunque debba gestire team multinazionali o affrontare per la prima volta una esperienza da espatriato.

I comportamenti manageriali della “culture map”

I comportamenti vengono analizzati da 8 punti di vista diversi: -Communicating -Evaluating -Persuading -Leading -Deciding .-Trusting –Disagreeing Scheduling. Le differenze fra le varie nazionalità sono spesso notevoli e gli esempi concreti numerosissimi e istruttivi e spesso divertenti e sfatano molti luoghi comuni, come quello che considera gli americani statunitensi i piu’ duri nel criticare e punire; non è vero, i piu’ duri, volendo ovviamente generalizzare, sono gli scandinavi e gli olandesi. Ad esempio, quando un manager americano deve dare un feed back negativo a un collaboratore, lo fa solo quando è sicuro di poter abbinare alla critica negativa, almeno 2 feedback positivi. Se guardiamo ai comportamenti più tipici delle varie nazionalità esaminate, ad esempio, i giapponesi sono più simili ai tedeschi, mentre i cinesi si comportano spesso come i brasiliani. E gli italiani? Gli italiani sono generalmente “nel mezzo”, assieme ad alcuni latino americani (ad esempio i cileni) e agli europei mediterranei. Abbastanza gerarchici nel leading, principle-first nel persuading, e emotionally expansive, all’opposto di tutti gli asiatici e gli svedesi: però confrontational nel disagreeing, assieme a molti europei, americani e russi, all’opposto dei cinesi e degli indiani e di quasi tutti i latino americani. E così via; il libro è un vero e proprio “Handbook comportamentale” , ma non voglio togliere al lettore il gusto di scoprire questa miniera di aneddoti e e casi reali che a me, che nei 28 anni in Egon Zehnder, ho interfacciato gli allora 55 uffici nazionali della società, ha dato molte conferme, ma ha anche riservato non poche sorprese. Buona lettura! 

 

 

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