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Last updateTue, 10 Jul 2018 11am

Storia di una expatriate

Un expatriate, spesso accorciato a expat, come recita Wikipedia, nella sua voce in inglese non ancora tradotta in italiano, “è una persona temporaneamente o permanentemente residente in un paese diverso da quello di nascita. Nell’uso comune il termine si riferisce spesso a professionals, lavoratori esperti o artisti che svolgono la loro attività fuori dal proprio paese di nascita, sia in modo indipendente sia in quanto mandati all’estero dal proprio datore di lavoro…e che usualmente guadagnano più di quello che guadagnerebbero in patria e rispetto ai lavoratori locali”.

Non sono un esperto di expat nella seconda accezione, di lavoratore mandato all’estero dall’azienda e di tutto l’apparato di policy, condizioni di trattamento e pacchetti vari, retributivi, per la casa, lo studio dei figli, la sistemazione dell’eventuale moglie o marito al seguito.

Vi posso invece raccontare la storia di un expat del primo tipo, cioè di quelle persone che sempre Wikipedia nel seguito della voce definisce anche “Self initiated expatriates”, ovvero uomini o donne che “trovano da soli un contratto per lavorare all’estero, piuttosto che essere inviati a lavorare in una sede all’estero dalla propria compagnia”.

La storia comincia due anni fa, la protagonista si chiama Federica e all’epoca svolgeva il ruolo di HR Generalist in una Divisione di una delle più note società di revisione e consulenza americane, da ormai quattro anni e, nonostante le ripetute richieste al suo capo, senza la prospettiva di poter uscire dal suo ambito e poter almeno diversificare la propria esperienza di HR in altri settori di attività della Società.

Federica, dopo aver fatto un bilancio complessivo della sua vita, non solo professionale, capisce che non può più rimanere “ferma” ma si deve mettere “in moto”.

E per un cambio di vita vero non basta cambiare lavoro, bisogna anche cambiare paese.

Si mette alla ricerca di varie opportunità usando LinkedIn come canale, di rado ricorre agli Head Hunter: è lei l’Head Hunter di sé stessa e gli strumenti del Web la aiutano in questo.

Quando trova delle opportunità, quasi sempre i colloqui si svolgono via Skype.

E alla fine trova l’opportunità giusta: c’è una posizione di Compensation Manager a Hong Kong, in una multinazionale del lusso. Non si incontrano mai di persona, i colloqui sono a distanza e alla fine si arriva all’assunzione.

Ma quando si va come expat “del primo tipo” ovvero per iniziativa dell’interessato e senza la rete di protezione dell’azienda che ti ci manda, andare a vivere e a lavorare all’estero non è uno scherzo.

Hong Kong è notoriamente una delle città più care del mondo e Federica per risparmiare e nell’attesa di trovare una soluzione migliore cercandola sul posto, accetta la proposta di una coppia di ex colleghi di andare a vivere con loro temporaneamente: avrà una stanza per sé mentre il resto, cucina, bagno sarà in comune. Sebbene vivere con altre persone l’abbia aiutata a non sentire la nostalgia di casa nei primi mesi, la convivenza con estranei non e’ sempre facile, soprattutto se le abitudini quotidiane sono diverse.

Passando dall’interno all’esterno della casa Federica ha modo di vedere e soprattutto annusare, le abitudini locali: quando passa dalla porta dell’inquilina al primo piano, è normale trovare esposta ogni tipo di verdura ed altri alimenti crudi, vegetali e non, in attesa di essere cucinati usando lo zerbino come sostituto del frigorifero.  

Il lavoro è in parte nuovo ma in poco tempo riesce a stabilire buoni rapporti e a farsi apprezzare, sia dai suoi “clienti interni” sparsi per il mondo sia dal suo capo, che peraltro sta alle Hawaii, in quella che è un’autentica rete globale, dove le decisioni per essere prese devono rispettare i tempi di fusi orari distantissimi.

In ufficio i colleghi sono ovviamente cinesi e se ne ricordano molto bene, perché al di là di un’educazione formale hanno l’abitudine di parlare fra loro in cantonese in presenza di Federica e durante le riunioni, e non con il più internazionale e comprensibile inglese.

Dopo tre mesi Federica trova un piccolo appartamento sempre nel cuore di HK a Sai Ying Pun, non molto distante dal primo appartamento, da cui fa trasloco inerpicandosi da sola sulle strade in salita e sulle scale mobili in pieno agosto con 40 gradi trascinando zaini e borsoni.

Sono sì e no 20 metri quadri di appartamento, la stanza da letto è così piccola che all’armadio non ha potuto mettere le ante perché avrebbero sbattuto contro il letto (singolo), ma almeno ha una casa tutta per sè.

Hong Kong è una città raramente bella e affascinante, ma vista e vissuta da vicino alla lunga diventa poco sopportabile, lei e la massa di cinesi maleducati sui quali ti ritrovi ad andare a sbattere a ogni ora del giorno e della notte, ancorchè fra le più sicure al mondo.

Così Federica dopo un anno e mezzo, nonostante abbia creato un bellissimo gruppo di amici a HK,  decide di chiedere il trasferimento in quella che fin dagli inizi era stata la sua vera meta: Singapore, ribattezzata anche la Svizzera del Far East.

Si trova la nuova casa con il solo aiuto della Agenzia messale a disposizione dall’azienda, che le ha anche effettuato il trasporto dei pochi mobili.

La nuova casa è molto meglio del buco di HK, più grande, con la piscina e immersa nel verde del quartiere di Katong e vicina al mare, al quale può recarsi con la bicicletta che si è comperata.

I colleghi e le colleghe singaporeani sono decisamente più aperti e gentili e poi non è difficile ricostruirsi in poco tempo una rete di amicizie, anche di altri italiani espatriati, con i quali dopo il lavoro godersi tutte le bellezze e le opportunità di una città fra le più moderne e sicure al mondo.

Il lavoro non è cambiato, segue sempre (da Singapore!) i centri commerciali di lusso di Italia, Middle East ed Europa.

Siamo oramai alla fine di febbraio del 2018 quando si insedia il nuovo Direttore HR che, considerata la crisi di vendite nel Middle East e i ritardi dell’apertura in Francia, le comunica che la sua posizione non serve più e deve trovarsi un altro posto.

Federica si tiene per sé quello che pensa di un’azienda che la trasferisce in una nuova città e dopo sei mesi la licenzia, non si perde d’animo e si mette alla ricerca: passa al setaccio LinkedIn, guarda tutti gli annunci e posting vari, contatta ogni persona che lavori nelle HR in citta’, comincia a trovare contatti e opportunità, arriva a fare fino a tre colloqui al giorno, il tutto continuando a lavorare full time perche’ era ancora nel periodo di preavviso.

In venti giorni arriva ad avere per le mani tre opportunità concrete: è nella short list per la posizione di Responsabile HR per il Far East della nostra più grande multinazionale del Nord Est (no, non quella dell’abbigliamento, ancora un po’ più in là), e due grandi multinazionali americane, una di software e l’altra di aerei, la scelgono, una come HR Business Partner per una Divisione, l’altra direttamente come HR Manager per Asia Pacific. Sceglierà la prima perché la seconda non può assumerla subito per una questione di permessi.

Se mi chiedete qual è la “lezione” che si può ricavare da questa storia o, come si diceva una volta (quando c’era) la morale, la prima risposta che mi viene in mente è che in questo mondo globalizzato, Internet e i suoi canali social forniscono un formidabile strumento e aiuto alla mobilità dei talenti, ma anche che il primo talento che questi ragazzi devono avere è il coraggio di mettersi in cammino e di contare solo sulle proprie gambe e anche su qualcos’altro, per continuare il proprio percorso anche davanti ai rovesci più improvvisi e imprevedibili.

Una lezione per il nostro paese direi che emerge da sé: la dove il mercato del lavoro è realmente aperto, uscire da un’azienda o perdere il posto di lavoro fa parte delle regole del gioco ed è compensato dalla possibilità di ricollocarsi velocemente, a patto ovviamente di avere una professionalità che lo stesso mercato del lavoro richiede ed apprezza.

Se mi chiedete invece come faccio a conoscere questa storia, vi rispondo che l’ho sentita raccontare giorno per giorno, nelle telefonate che faceva alla mamma, da mia figlia Federica, con un piccolo dettaglio: che l’ultima puntata, quella del licenziamento e dei venti giorni passati a trovarsi un nuovo lavoro ce l’ha raccontata solo venti giorni dopo, a cose fatte e lavoro trovato. Non voleva che ci preoccupassimo, ci ha detto.

Dedicato a tutti quelli che, come mia figlia, hanno il coraggio di mettersi in cammino, da soli.

 

 

Renato Boccalari

Senior Advisor HC Innovation di GSO Company

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https://www.gso.it/it

 

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