06232018Sat
Last updateThu, 21 Jun 2018 7am

The digital and bodily mismatch. Per un modello integrato di competenze

Di primo acchito l’interessantissimo stimolo di Marco Minghetti mi era parso andare un po’ al di là dei miei pur ampi e sparsi interessi; non mi occupo di economia del lavoro, non ho sensibilità tecnologiche e le mie esperienze sul tema delle competenze si sono mosse sempre sul piano dell’architettura di sistema. Di molto altro amo interessarmi: soprattutto di sviluppo organizzativo, di leadership, di dinamiche gruppali e di rapporto individuo-organizzazione, oltre che di cura dello sviluppo dei potenziali. Insomma, di buona parte delle generalities tipiche del mio mestiere. E però c’è un aspetto della digital transformation che risuona molto anche con temi su cui mi sono espresso in questi preziosissimi Learning Talk: la questione dell’attualità del gruppo[1], l’impatto dello smart working[2], la novità rappresentata dai millennials[3].

Rivedendoli a posteriori, in questi pur diversi contributi mi sono rifatto costantemente ad una considerazione che mi pare venga buona anche in questa sede: la necessità di un “contrappeso umano” alla volatilità delle organizzazioni. Provo a spiegarmi meglio. Assistiamo ormai da decenni ad un processo di dissolvimento dei confini organizzativi (nelle strutture, nei ruoli ecc.) e di conseguente virtualizzazione (dei processi, delle procedure, delle informazioni ecc.); fenomeni all’origine dei quali sta soprattutto la tecnologia e, in larga misura, il venir meno dei confini geopolitici e di mercato (in una parola, la globalizzazione). Sociologi, psicologi, antropologi culturali hanno ben spiegato gli effetti di tutto ciò sugli individui (in termini di identità, sentimento di sé, modelli relazionali ecc.).

È per questo che ho sostenuto che nelle attuali organizzazioni (il grande Jeffrey Pfeffer, nel suo ultimo libro, che ha presentato qualche giorno fa qui a Milano, parla addirittura di “tossicità organizzativa”[4]) vi è un bisogno crescente di relazioni e, ancor più, di contatto fisico tra gli individui. Non so quanto questo bisogno sia oggi riconosciuto e presidiato. Per quanto la tecnologia aiuti a sostituire il contatto diretto con una virtualità sempre più antropomorfa (addirittura augmented, iperrealistica), sappiamo bene, lungo la memoria storica di homo sapiens sapiens, che le basi della vita umana – attaccamento, fiducia, investimento, riflessività ecc. – presuppongono un tipo di relazionalità in cui la gioia e il dolore del contatto interumano convivono indissolubilmente[5].

 

Credo di aver già consumato tutto lo spazio qui disponibile. Magari in un prossimo contributo potrei raccontare quanto ho appreso, come se fosse la prima volta, su questa necessità di prossimità fisico-mentale, in un recentissimo team building condotto con modalità di “hard outdoor training”.

Chiudo invece con un dettaglio non so quanto rilevante: la stragrande maggioranza dei commenti che in queste ore (mentre scrivo) accompagnano la visita di Emmanuel Macron alla Casa Bianca fa riferimento alla gestualità e al contatto fisico all’interno delle due coppie presidenziali; non solo abbracci e baci di rito, ma – qui sta forse una chiave di cui intendere meglio il significato – gesti di intimità che non possono non parlare alla nostra mente umana (che, giova ricordarlo, non risiede nel cervello e neanche nel corpo, ma nella loro stretta interazione). Gesti di cui la storia recente ci fornisce un ricco campionario, meritevole di attenzione[6].

 


[4] J. Pfeffer, Dying for a paycheck: How modern management harms employee health and company performance – and what we can do about this, Harper business, 2018.

[5] Si perdoni la mossa da docente consumato, ma mai come in questa occasione mi sembra appropriato il ricorso alla “favola dei porcospini” di Schopenhauer, citata da Freud in Psicologia delle masse e analisi dell'Io: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

[6] Fulmineamente, mi vengono in mente la mano nella mano che Mitterand e Kohl si diedero a Verdun (e nessuno ha mai saputo chi di loro due prese l’iniziativa!) o Clinton che a Camp David spinse uno contro l’altro Rabin e Arafat…

 

Dario Forti

Formatore, psicologo, consulente di sviluppo organizzativo; amministratore della società di consulenza Skolé Srl; presidente di Ariele – Associazione italiana di psicosocioanalisi; membro del comitato scientifico della Casa della Psicologia dell’Ordine degli psicologi della Lombardia; membro della direzione scientifica della rivista Educazione sentimentale.

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