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Distopie da inizio millennio

“Se l’uomo fosse perfetto, cambierebbe mestiere”

 

Svolgimento del tema in meno di 300 caratteri.

Domanda e titolo: Digital Transformation (DT), come sono cambiati e si stanno trasformando i fabbisogni di competenze e di ruoli professionali nelle aziende?

Risposta e svolgimento: poco, secondo me, nella sostanza molto poco (266 caratteri).

Risposta lunga, con svolgimento in circa 5000 caratteri spazi inclusi e domanda fuori luogo. La domanda fuori luogo è questa: cambiò qualcosa per uno storyteller quando inventarono la scrittura? Molto sì, dovette imparare a scrivere. Cambiò molto per uno storyteller quando inventarono il computer? Molto sì, dovette imparare a scrivere con la tastiera. Ma nella sostanza? Nella sostanza è ancora uno storyteller. E solo così possiamo capire che la DT non è una rivoluzione nel pensiero, ma solo uno dei molti cambiamenti che l’uomo ha creato per avvicinarsi a Dio. Perché Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza e l’uomo ha creato la macchina a immagine e somiglianza sua. Ma evidentemente anche Dio soffriva di razionalità limitata.

Adesso inizia lo svolgimento.

Vorrei dedicare questi 4000 caratteri spazi inclusi al Deep Learning (DL), tema che conosco superficialmente, ma che reputo centrale in un buon ragionamento sulla DT. E  vorrei farlo scrivendo una lettera virtuale alle mie due figlie in quanto rappresentanti del futuro, sperando che possano andare oltre le mie paure di uomo del vecchio millennio. Comincia così: “Care ragazze…”

Care ragazze,  la prima volta che ho visto un TED sul DL ho avuto paura. Un tipo di sudore mentale che va oltre la ragione. Un tipo di timore che riporta a galla filmografie distopiche alla Terminator (o forse per voi suona meglio Black Mirror), e che induce l’urgenza di capire quanto siamo veramente distanti dalla singolarità

Il DL è il modello di apprendimento ad oggi più sofisticato di una Intelligenza Artificiale (IA). Cosa fa? Combina la potenza e la velocità di calcolo con simulazioni avanzate dell’apprendimento umano: l’esempio, l’esperienza, la classificazione, le connessioni. Perché mi ha spaventato? Perché, da quel che ho capito, non solo mi sa imitare, ma sa anche imitare il mio modo di organizzare il pensiero. Come me, un sistema di DL sa cosa significa ‘Fai esperienza e poi regola’ (Leonardo da Vinci). E lo sa fare più velocemente di me.

Per darvi solo un’idea,  se da grandi pensavate di studiare lingue, vi dico solo questo: un’IA che sia stata istruita a tradurre dal tedesco al russo e dal russo al cinese, con un po’ di pazienza potrebbe imparare a tradurre anche dal tedesco al cinese. Datele il giusto volume di dati grezzi e un problema ben definito da risolvere e la IA scoprirà le regole, metterà insieme i pezzi del puzzle e lo risolverà. Insegnatele a vincere e farà di tutto per farlo, alla faccia di De Coubertin e con tanta pazienza perché, per una IA, il tempo è una variabile davvero ridicola.  Insomma, almeno sulla carta, silicio batte carbonio, nessuna remontada, nessuna chance e noi faremo la fine dei dinosauri.

Eppure, in questo mare di fatalismo, non sono così rassegnato all'estinzione. Innanzitutto IA e DL sono un progetto "umano", in cui si combinano- in delicato equilibrio- innovazione tecnologica e teorie su intelligenza e apprendimento. E’ un progetto che definirei riflessivo sul pensiero umano e sui meccanismi della conoscenza.  Esprime ciò che sappiamo del pensiero e anche ciò che ci sfugge. La IA raggiunge livelli di complessità che simulano le decisioni di pancia e l’inconscio: è difficile ricostruire i suoi percorsi, esattamente come lo è per una persona. Può essere ignorante (pochi dati) e razziste o  di parte (le istruzioni di base sono comunque umane). La IA non è solo garbage in-garbage out, è anche  bias in-bias out. Una IA non sa distinguere la realtà dalla finzione, lo storytelling dai fatti, un documentario da un film. E’ veloce e preparata ma non colta nel senso più nobile del termine. Illuminista, ma senza passione. Scienziata ma senza il dubbio.

Che cosa vi voglio dire con tutto questo? E’ molto semplice: non provate a competere in velocità e complessità con una IA, ma state certe che  non vi servirà essere un ingegnere informatico per trovare un lavoro nel pieno della DT. Secondo me, anzi,  sarà più facile trovarlo come simbionti di un ingegnere informatico, inseguendo non la tecnologia, ma il pensiero. Non perché non siate abbastanza intelligenti per diventare uno scienziato di cose complicate e futuribili, ma perché senza una cultura più ampia, senza un modello interpretativo, fareste esattamente la fine della IA: tanta capacità di assimilare, tanta capacità di masticare, tanta capacità di organizzare, tanta capacità di sistematizzare, ma relativamente poca capacità di ‘creare’ in modo eclettico, di aggirare i bias, di distinguere fatti e opinioni.

Quindi come per gli esseri umani, è un problema di ‘educazione’, istruzione e feedback. Far diventare grande e saggia una di queste macchine non è semplice.  E anche farla crescere con senso critico, arguzia e flessibilità può essere faticoso. Con un esempio stupido, Google impara a cercare quello che ha imparato come più interessante per noi. Supponiamo che la parola che inseriamo sia Ungheria. Se siete appassionati di calcio potrebbe darvi molti Puskas. Se siete appassionati di letteratura vi citerà Agota Kristoff. Se siete un uomo medio sui 50 anni, sono alte le possibilità che vi parli di Eva Henger e Cicciolina. Insomma, se fosse una persona, direste che fa di tutto per farvi sentire accuditi.  Ma senza farvi esplorare il mondo che ancora non conoscete. Con una metafora, la IA è un piccolo universo Asperger capace di costruire l’intero dai singoli pezzi, ma non di una visione di insieme o di un banalissimo senso figurato. Ma, diversamente da un Asperger, ma un IA non muove verso l'ignoto, non ha dubbi digitali: Laggiù, dove "hic sunt leones", la IA ancora non vi ci porta. Perchè è la curiosità che l'ha partorita, ma l'ha partorita senza curiosità.

Insomma, se ve la sentite di inseguire il treno delle tecnologie, fatelo. Ma se non ci riuscite, non demoralizzatevi. Potete sempre puntare tutte le vostre fiches sul capire come funziona il nostro pensiero, perché il vero limite della IA non è la IA, è la nostra splendida ignoranza su cosa succede nella nostra testa. Che è poi alla base della nostra splendida curiosità. Che è poi alla base della nostra splendida curiosità. Che è poi quello che ci tiene a galla da un milione di anni. Che è poi quello che mi fa pensare che, grazie al cielo, fino a che non saremo perfetti, non potremo fare il lavoro di Dio.

 

 

 

Carlo Turati, autore televisivo e teatrale con un passato di docente di organizzazione aziendale, collabora come consulente di management con EOS ed è Innovation Advisor presso Wingage. Si occupa di temi legati ai processi di apprendimento, di gestione della conoscenza e di storytelling.

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