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Il bisogno di competenze ibride per affrontare e gestire consapevolmente le sfide dell’industria 4.0

Ogni giorno ascoltiamo o leggiamo di innovazioni digitali e dei loro impatti in diversi settori e contesti, come migliorano la nostra vita o come creano nuove opportunità di business. Cognitive computing (tra cui il machine learning), Internet of Things, Big Data, cloud e fog computing, sono tra i fenomeni che nel terzo millennio hanno acquisito un’importanza rilevante, rientrando in quelli che sono considerati alla base dell’Industria 4.0.

Comprendere gli impatti organizzativi e sociali derivanti dall’adozione di queste tecnologie, richiede nuove tipologie di competenze, necessarie per operare consapevolmente nell’ecosistema digitale.

In questo ecosistema le informazioni costituiscono l’elemento principale che guida i processi decisionali che portano poi a far intraprendere una specifica azione da parte dell’uomo o delle macchine (autonomous systems/robots). Il fenomeno dei Big Data ad esempio enfatizza la disponibilità di una mole sempre crescente di informazioni, che potenzialmente potrebbe permettere di compiere delle scelte sempre più accurate e in tempi brevi.

Un report pubblicato sul MIT (Massachusetts Institute of Technology) Sloan Management Review riporta una analisi longitudinale che copre un arco temporale di 8 anni in cui sono stati intervistati circa 1900 manager, business executives e analisti. Tra le varie informazioni raccolte, ogni anni è stato chiesto agli intervistati se in quello in corso avevano a disposizione maggiori dati utili rispetto all’anno precedente, e almeno il 70% del campione ha sempre risposto affermativamente nell’arco degli 8 anni. Nel 2017 sono stati il 77% a rispondere in questo modo.

Nonostante l’accesso a dati utili continui ad aumentare nel corso degli anni, la capacità di estrarre informazioni utili dai dati raccolti e sviluppare nuove soluzioni si conferma essere ancora piuttosto limitata. Infatti, il divario tra un maggiore accesso ai dati e la capacità di sfruttarli per sviluppare nuove soluzioni è raddoppiato tra il 2012 e il 2017, passando dal 14% al 28%. Nel 2017 solo il 49% degli intervistati infatti ha dichiarato di riuscire ad utilizzare i dati per sviluppare e supportare le proprie strategie.

 

L’impossibilità di sfruttare a pieno le potenzialità offerte dei big-data è solo un esempio. L’implementazione di soluzioni innovative nell’ambito di un sistema organizzativo che sfruttino le potenzialità di tutti questi fenomeni e promuovano una trasformazione in linea con i principi dell’industria 4.0, implica un ripensamento dei processi di business e lancia delle nuove sfide in ambito organizzativo e sociale. Per raccogliere opportunamente queste sfide vi è la necessità di acquisire un mix di competenze che includano sia quelle tecnico-organizzative sia quelle digitali. Potrebbero essere definite come un “bagaglio di competenze ibride”, necessarie sia per supportare il dialogo tra attori operanti nei diversi ambiti (manager e professionisti IT) e a diversi livelli (strategici, direzionali e operativi), sia per comprendere meglio i limiti e le potenzialità relativi ai fenomeni in questione ed in generale valutare le opportunità offerte dall’ecosistema digitale, correlandole con i bisogni, il contesto e gli obiettivi aziendali (come suggerito nel quarto capitolo del volume “Internet of things: persone, organizzazioni e società 4.0”).

 

Sebbene ci sia una certa consapevolezza sulla necessità di questo bagaglio di competenze, un recente sondaggio svolto in Italia ha evidenziato che il 76% delle aziende (caratterizzate da un alto livello di automazione) non svolgono attualmente nessun tipo di formazione in merito, pur considerando il fenomeno Industria 4.0 nel suo complesso una “minaccia” per le figure professionali classiche.

A tal proposito, sono degni di nota i risultati emersi da un’altra recente indagine svolta in ambito internazionale e focalizzata sul ruolo delle competenze digitali richieste dal mondo del lavoro, a prescindere dal ruolo specifico. L’indagine ha coinvolto nel corso del 2017 circa 6000 soggetti (di 22 differenti nazionalità) di livello manageriale o operanti nell’ambito della gestione delle risorse umane, spesso chiamati a valutare studenti neo laureati. Dall’analisi dei risultati emerge come il ruolo delle competenze digitali sia ritenuto fondamentale per operare consapevolmente nell’era digitale, a prescindere dal profilo della figura professionale ricercata. Ad esempio, nozioni di base sul coding (la scrittura di codice per realizzare dei software attraverso l’utilizzo di un linguaggio di programmazione) rappresentano le competenze più richieste, oltre a nozioni fondamentali di information security, data analysis e machine learning. Infine, dalla stessa indagine emerge che accanto alle competenze digitali risultano rilevanti e richieste dal mondo del lavoro anche altri tipi di competenze ad esse correlate come il critical thinking e computational thinking.

Pur essendo in una fase iniziale, il paradigma dell’Industria 4.0 sta avendo un impatto sia nelle imprese operanti in alcuni settori sia sulla vita delle persone. Ad esempio, sta cambiando il modo in cui i beni sono prodotti e le merci distribuite, come i servizi sono erogati e i prodotti raffinati, e come i clienti sono contattati, fidelizzati e “influenzati”. Riuscire a sfruttare il potenziale offerto dall’attuale ecosistema digitale richiederà non solo innovazione nelle tecnologie adottate e nei modelli di business, ma anche investimenti nella definizione e nella formazione di nuove capacità e competenze, nonché a livello più generale azioni politiche volte a incoraggiare l'interoperabilità tra i diversi attori coinvolti, garantire la sicurezza e proteggere la privacy.

 

 

Stefano Za

Adjunct Professor of Organization Studies and Information Systems
Università Luiss Guido Carli

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