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L’innominabile attuale

Invito di Enrico Viceconte alla lettura del libro di Roberto Calasso “L’innominabile attuale”, Biblioteca Adelphi, 2017

Una strozzatura e l’inconsistenza

Trovo in libreria il libro di Calasso subito dopo aver letto e recensito il volume di Cosimo Accoto intitolato “Il mondo dato”. Si acquista Calasso non per aggiornarsi sul management ma per prendersi una vacanza spirituale nell’antichità classica, nella Parigi di Baudelaire o all’origine del nostro pensiero indoeuropeo. La sorpresa è che tra il libro di Accoto, che invoca una filosofia del software ad accompagnarci nel presente, e il libro di Calasso ci siano, nonostante la diversità dei punti di partenza dei due percorsi, un punto in comune di arrivo. Un percorso a imbuto in cui, man mano che procediamo, si entra nell’”inconsistenza”, nell’indeterminazione, nel “friabile”. Un punto d’arrivo, avvolto nella nebbia, che i fari della vettura in cui viaggiamo non aiutano a distinguere. Già siamo nella nebbia e, se lo scrive Calasso che ci ha parlato magistralmente del turbamento e dello spleen di Baudelaire all’inizio della seconda rivoluzione industriale, significa che dovremmo prestare attenzione ai turbamenti anche nella “quarta rivoluzione industriale”. Scrive Calasso

“La sensazione più precisa e più acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno si sta mettendo i piedi. Il terreno è friabile, le linee si sdoppiano, i tessuti si sfilacciano, le prospettive oscillano. Allora si avverte con maggiore evidenza che ci si trova nell’”innominabile attuale”.

Futuri indeterminati

L’indeterminatezza, l’indefinito, il vago, come sosteneva Leopardi, sono molto poetici e libri come quelli di Calasso, sono una forma di saggistica poetica. Piccoli poemi didascalici che, come quelli di Esiodo e di Lucrezio, sono saggi umanistici, nel senso che contengono la saggezza del passato come fonte di illuminazione. Nel solco dell’umanesimo italiano. Ci è piaciuto l’incontro casuale tra l’umanesimo di Calasso e il trans-umanesimo di Accoto e di altri autori, come Ray Kurzweil, di cui abbiamo parlato in qualche post precedente. (Ragione e sentimento - seconda parte; Ragione e sentimento – terza parte),

Ho provato, nelle aule congiunte di due master in management, a stimolare i giovani che in futuro lavoreranno nelle organizzazioni, a una propria visione del futuro, non stereotipata. La forma scelta per il workshop è stata quella di una maratona di testimonianze di innovatori, maker e thinker, che hanno parlato dei propri progetti per il futuro. Dove il termine “progetto” è stato continuamente ricondotto alla sua etimologia di “proiezione” sullo schermo del futuro. Abbiamo usato, come immagine guida del laboratorio, il “cono di Voros” che rappresenta bene il concetto di proiezione.

I “futuri” di Voros, come se la proiezione che parte da “ora” avesse un focus chiaro al centro e sfumasse in periferia, saranno al centro, piuttosto nitidi, quelli certi, intorno, sempre più sfocati, quelli probabili, quelli possibili, quelli improbabili e, al margine estremo, quelli che possono essere visti solo utilizzando il processo del libero fantasticare che è tipico di certe forme e generi dell’arte, come la letteratura fantastica coi suoi sogni e, più spesso, coi suoi incubi.

 

Umanesimo e management

Suggerirei allo studente di un master, se in possesso di solide basi scolastiche (filosofia, storia, arte e letteratura), di dedicare qualche week end non solo al fondamentale ripasso di Porter, Kotler e Mintzberg, (che propongono strumenti indispensabili di focalizzazione per la riduzione della complessità) ma anche a porsi il problema del futuro delle organizzazioni che operano nei mercati, anche con qualche lettura che invece sfocalizzi e non riduca la complessità e l’indeterminatezza.

Come dicemmo nel post precedente, dedicato ad un libro di critical management studies, non è una proposta facilmente realizzabile, nei programmi MBA ed Executive MBA, per un banale motivo di gap di competenze in ingresso e di tempo a disposizione per la formazione. Competenze in ingresso che tendono al crescente specialismo (la maggior quantità possibile di indispensabili conoscenze verticali su un’area trasversale sempre più ridotta); tempo e investimento dedicati alla formazione che tendono al minimo indispensabile.

L’innominabile in un mondo di nomi

In un mondo che vorrebbe dare un nome ad ogni cosa (una label, una classificazione, una codifica) proporre un libro che si intitola “L’innominabile attuale” mi sembra un ottimo antidoto alla semplificazione eccessiva del “naming”. Da Guglielmo di Occam a Albert Einstein si invoca un giusto equilibrio tra la poca e l’eccessiva semplificazione. Sapremo che da un percorso di formazione è uscito un buon manager se avremo una persona maggiormente in grado di scegliere il giusto punto focale tra la troppa e la troppo poca semplificazione, ma anche tra analisi e intuizione.

Il “naming” è un aspetto del marketing: dare il nome ai prodotti, ai brand, alle idee. Come vendere un prodotto senza nome? Proporre la lettura di un libro sull’ “innominabile” è dunque una proposta eversiva. Parlammo in post precedente di “Industria 4.0” come la label di un’idea, come se questa fosse da commercializzare. Leggendo la Folie Baudelaire, di Calasso, si comprende il disorientamento del poeta francese di fronte alla Parigi del diciannovesimo secolo. La label “seconda rivoluzione industriale” non era stata ancora inventata e, credo, il poeta non sapesse dare un nome alla sua inquietudine nella Parigi che si trasformava avviandosi verso un nuovo secolo. L’indeterminatezza si manifestava come disagio, spleen. Con l’ultimo suo libro, che vi invito a leggere nel prossimo week end, Roberto Calasso torna sul tema del disagio del progresso, parlandoci di un’indefinibile quarta rivoluzione industriale del ventunesimo secolo nel quale

“C’è anche la possibilità di sedersi sulla riva del grande flusso informatico, senza lamentarsi, senza giustificarsi. Senza obbligo di meditazione, senza dover intraprendere azioni benefiche, senza preoccuparsi troppo di quel che si mangerà o berrà. Limitandosi a praticare ciò che si appaga di se stesso. E guardare, includendo chi guarda in ciò che guarda. Tentare cautamente di accertare se il soggetto che guarda è nostro ospite o se siamo noi a essere ospiti suoi. Cedergli il passo e fare un cenno di assenso”.

La struttura del libro

Il libro di Calasso si articola in due lunghi capitoli e un terzo capitolo, brevissimo, che conclude il libro lasciando il senso di profonda inquietudine di un sogno agghiacciante.

Il primo capitolo inizia parlando del mondo attuale come l’esito di un processo di autodistruzione avvenuto fra il 1933 e il 1945.

«Negli anni fra il 1933 e il 1945, il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito. Quello che venne dopo era informe, grezzo e strapotente. Nel nuovo millennio, è informe, grezzo e sempre più potente. (…) E’ un mondo frantumato anche per gli scienziati. Non ha un suo stile e li usa tutti. Questo stato delle cose potrebbe anche apparire esaltante. Ma si esaltano solo i settari, convinti di tenere il bandolo di ciò che accade. Gli altri – i più – si adattano».

Tra i “settari” di oggi, che reagiscono mostruosamente al flusso inesorabile delle cose nel quale si lasciano trasportare i reduci dell’autoannientamento dell’occidente, sono i terroristi islamici suicidi che cercano di colpire nei luoghi in cui, come rimedio all’”età dell’ansia”, l’occidente secolarizzato cerca lo svago “inconsistente” e “normale” (musei, concerti, spiagge, ristoranti, centri commerciali naturali e artificiali). Il concetto di “età dell’ansia” fa riferimento a un poemetto a più voci di Auden, nel quale in un bar di New York, nel 1948, dialogano alcuni reduci del tentativo di annientamento del decennio appena trascorso.

Il secondo capitolo parla invece del processo di autodistruzione richiamato dal primo capitolo, negli anni fra il 1933 e il 1945.

«Non si tratta di ricordi. Ma di parole scritte, pubblicate, dette, riferite, registrate nei giorni fra l’inizio di gennaio 1933 e il maggio del 1945. Pur non volendolo, hanno tutte un’aria di famiglia. Tutte le immagini di quegli anni, di qualsiasi provenienza, emanano qualcosa di ipnotico. (…) Era come se il tempo avesse formato una spirale sempre più stretta, che finiva in una strozzatura».

30 gennaio 1933, “Hitler è cancelliere”, scrive Klaus Mann riportando le parole di un amico incontrato per strada a Berlino, pallido e inquieto. Nel secondo capitolo abbondano frammenti di epistolari di intellettuali che, in qualche modo, non si erano accorti fino in fondo che si stava entrando nell’imbuto, nella “spirale sempre più stretta” dell’annientamento.

Walter Benjamin è stato il grande filosofo tedesco che, rielaborate in chiave razionale le inquietudini di Baudelaire, aveva scoperto nei passage di Parigi e nel passeggio del flâneur il senso della modernità. In una lettera del 20 marzo 1993, Walter Benjamin scrive che la Germania è diventata il Paese

“in cui rivolgendosi a qualcuno si fissano gli occhi sui risvolti delle giacche, preferendo non guardare più in faccia nessuno”.

Più avanti si legge Joseph Roth che il 22 marzo 1933 scrive all’amico Stefan Zweig, l’autore de “il mondo di ieri, ricordi di un europeo”:

“Ho paura, per così dire, per la salute della sua anima. Posso parlarle con tutta franchezza? Ho paura che non abbia colto pienamente quel che succede”.

Benjamin e Zweig, due autori che mi sono cari. Due esistenze intellettualmente non fragili finite, prima di giungere in fondo all’imbuto di cui si erano progressivamente accorte, con la scelta del suicidio. Il tema del suicidio è sottofondo di tutto il libro.

Il terzo capitolo è fulmineo e agghiacciante. Parla di un manoscritto di Baudelaire da poco scoperto in una biblioteca. Un capitolo brevissimo che vale la pena di riportare per intero.

«In un foglietto isolato, non databile, oggi alla biblioteca Jaques Doucet, Baudelaire ha raccontato il crollo di un’immensa torre, che un giorno si sarebbe chiamata grattacielo. Provava un senso di impotenza perché non riusciva a trasmettere la notizia alla "gente", alle "nazioni". Così doveva contentarsi di sussurrarla ai "più intelligenti". Ma anche il sussurro dovette aspettare più di un secolo per essere stampato. E nessuno lo notò. Le "nazioni" non fecero in tempo ad accorgersi di che cosa li attendeva. Era tutto accaduto in sogno, in uno di quei sogni a cui Baudelaire era avvezzo: quelli che danno voglia di non dormire più:

"Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull'altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane, statue. - Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. - Come avvertire la gente, le nazioni - ? avvertiamo in un orecchio i più intelligenti. In cima, una colonna cede e le due estremità si spostano. Ancora non è crollato nulla. Non riesco più a ritrovare l'uscita. Scendo, poi risalgo. Una torre labirinto. Non sono mai riuscito a uscire. Abito per sempre un edificio che sta per crollare, un edificio intaccato da una malattia segreta. - Calcolo, dentro di me, per divertirmi, se una massa così prodigiosa di pietre, marmi, statue, muri che stanno per cozzare fra loro saranno molto imbrattati dalla gran quantità di materia cerebrale, di carne umana e di ossa sbriciolate".

Quando la "notizia" di questo sogno giunse alle "nazioni", tutto corrispondeva, con una sola aggiunta: le torri erano due - e gemelle».

Il secondo capitolo che ci parla del presente e del futuro

Perché consigliare il libro di Calasso come lettura per il week end del manager? Per una molteplicità di motivi.

Il primo e più importante motivo che mi suggerisce il libro di Calasso è per segnalare lo scarso dialogo che c’è tra manager e intellettuali. Per colpa condivisa. Ad una rinascita apparente di interesse sui blog per le idee di Adriano Olivetti a proposito della presenza degli intellettuali – come potrebbe essere oggi un Calasso - a fianco dei manager e al posto dei manager, corrisponde invece un inaridimento sostanziale di quel dialogo, che, nella visione di Olivetti, voleva essere fecondo. Non si troverebbe oggi, negli organici aziendali, un posto per un Leonardo Sinisgalli, un Paolo Volponi, un Cesare Musatti e una conferenza di Calasso sul futuro, o meglio sul passato del futuro, sarebbe presa come uno spreco di tempo o, se proprio va bene, come un evento culturale mondano pensato per l’immagine dell’azienda.

Si tratta, come dicevo, di una colpa condivisa perché l’avvicinamento non avviene né da parte degli intellettuali verso i manager, né da parte dei manager verso gli intellettuali, accrescendo il gap nella divisione del loro rispettivo lavoro sociale. E allora capita che le visioni del futuro, che con i miei allievi si sono servite, come di un telescopio, del “cono di Voros”, siano molto povere di profondità di campo. A dispetto di quel manipolo di studiosi che, come dicemmo nel post precedente, propongono al mondo aziendale – non so con quale successo - i Critical Management Studies. E a dispetto di quella disciplina che il management sta trascurando, il “long range planning”,  che sembra essersi arresa all’accelerazione alla turbolenza, preferendo innamorarsi del futurologo alla moda.

Il secondo motivo me lo suggerisce Joseph Voros, fisico teorico, futurologo e consulente di aziende della Silicon Valley, a cui ho scritto a proposito del suo modello del cono dei futuri, che intendevo utilizzare per quel workshop. Alla mia domanda se il cono del futuro, proiettato in avanti, avesse un analogo cono che provenisse dal passato, lui mi ha risposto:

“I do think I can help with your quest for cones, future and past, with the following document (attached): Taylor, CW 1990, Creating strategic visions, Strategic Studies Institute, US Army War College, Carlisle Barracks, Carlisle, Pennsylvania, USA. In it, Taylor talks about the cone of plausibility, both forward and backward”.

Si, il cono del passato esisterebbe. Come è scritto sulla fotocopia della dispensa allegata alla e-mail di Voros, prodotta da uno sconosciuto Charles W. Taylor, per i cadetti dal US Army War College. E il momento presente è nel punto focale tra un cono del passato, in cui convergono i passati (più o meno storici) che ricordiamo (costituiti da fatti documentati, fattoidi, finzioni e leggende), e un cono del futuro in cui proiettiamo i nostri progetti. 

 

Troviamo in un blog di futurologi, un’immagine simile. 

 

 

Credo che un libro come quello di Calasso vada letto per poter collocare il proprio presente nel punto focale tra passato e futuro sapendo discernere, come storici, i fatti evidenti e documentati dalle invenzioni, il vero dal falso, e affinando gli strumenti di interpretazione.

Il terzo motivo per leggere Calasso è nella sua interpretazione del futuro.

“Un’immane sconvolgimento psichico, che nessuno sarebbe in grado di circoscrivere, è stato provocato - e continua a esserlo - dalla confluenza fra il digitale il digitabile. Il sapere assume la forma di una singola enciclopedia, in perenne, proliferante espansione e in linea di principio digitabile. Enciclopedia che giustappone informazioni impeccabilmente veritiere e informazioni infondate, ugualmente accessibili sullo stesso piano. Ciò che digitabile appartiene a ciò che familiare, perciò trattabile con affettuosa noncuranza. Il sapere perde prestigio e appare come fatto di voci - nel senso di voci di un’enciclopedia e di voci vaganti, incontrollabili, boatos. L’aspetto più affascinante - e potenzialmente fecondo - di questa enciclopedia totale è il caos algoritmico, per cui le connessioni, una volta superate le più probabili, diventano sempre più arbitrarie ed equivoche, come si suppone avvenga in una rete neurale”.

Calasso mostra il suo sgomento quando l’autore di best seller Harari scrive: “occorre soltanto che registriamo con mettiamo la nostra esperienza al grande flusso di dati, e gli algoritmi scopriranno il suo significato e ci diranno che cosa fare”.

“Harari – scrive Calasso - appartiene a quegli esseri che hanno il dono di dire con brutale chiarezza ciò che molti altri non sanno di pensare già - e non oserebbero formulare”.

Lo sgomento cresce quando Calasso riferisce del TED Talk del 25 aprile 2017 in cui Stuart Russel, esperto di “Human-Compatible Artificial Intelligence” dichiara che quando gli algoritmi e i robot dovranno decidere cosa è bene per un singolo essere umano, per una comunità, per una nazione, o per l’umanità tutta, non dovranno fare altro che leggere tutto ciò che la razza umana scritto.

“Sono poche parole, ma bastano per prospettare un orrore che nessun romanzo di fantascienza è riuscito ad evocare: un ammasso sterminato di segni in ogni tipo di alfabeto che vengono letti da un robot e da cui sgorga, come uno sciroppo emolliente, il succo dei valori”.

Il libro di Roberto Calasso ci parla ripetutamente dell’ansia, dell’inquietudine, dello sgomento, dei suicidio. E della presenza, tra i “settari”, sia di chi si fa risucchiare nel cono del passato, ad esempio nelle follie di annientamento dei terroristi suicidi., sia dei “dataisti” e dei transumanisti che si sentono irresistibilmente attratti, nel cono del futuro, da proiezioni oltre-umane.

Siamo autorizzati a non farci terrorizzare dagli incubi proiettati in fondo al cono. A non cadere nella paura del sogno premonitore ottocentesco di Baudelaire del crollo della torre, che forse richiama la caduta della torre di Babele. Ma dovremmo anche riascoltare, attraverso le parole di un fine intellettuale come Calasso, l’amichevole avvertimento di Joseph Roth a Stefan Zweig:

“Ho paura, per così dire, per la salute della sua anima. Posso parlarle con tutta franchezza? Ho paura che non abbia colto pienamente quel che succede”.

“Che fine hanno fatto gli intellettuali?” si domandava, avvertendo una mancanza o un tradimento, il sociologo inglese Frank Furedi. (Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo - Cortina, Milano, 2007). Quello di sfuggire (ed aiutarci a sfuggire) dagli incantamenti, dagli allettamenti, dalle irrisioni, dalle censure, dalle attrazioni fatali. Un ruolo essenziale per la civiltà. Credo che nelle aule di alta formazione manageriale, in ogni World Business Forum, ma forse anche nell’organico dei manager delle imprese, ci debba essere posto per gli intellettuali, oltre che per i forecaster, per i futurist, per gli strategist, per gli executive. L’ampiezza e la profondità del cono di futuro che abbiamo davanti è frutto dell’ampiezza e della profondità del cono del passato che è alle nostre spalle, i cui segni e presentimenti sono disseminati nell’arte e nella letteratura.

 

Enrico Viceconte

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