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Storytelling, fiction e critical management studies

Enrico Viceconte invita alla lettura di “Leggere e scrivere organizzazioni” a cura di Luigi Maria Sicca, Editoriale scientifica, 2010

Momenti di pensiero critico

L’idea di tornare a parlare ancora di “storytelling” nel management, dopo numerosi post sull’argomento, mi viene da due circostanze: aver sostenuto una discussione con amici su un tema di attualità e aver ripreso in mano un libro che avevo da un paio d’anni.

Il tema della discussione era se alcuni prodotti televisivi, come Gomorra o Romanzo criminale, possano contribuire, involontariamente, a comportamenti criminali anche quando si pongono – oltre ad una finalità estetica (raggiunta con efficacia artistica) - il lodevole obiettivo etico di mostrare quei comportamenti come ripugnanti e autodistruttivi.

Il libro, invece, tratta di tutt’altro: “Estetica, umanesimo e conoscenze manageriali”. Un volume intitolato “Leggere e scrivere organizzazioni”, a cura di Luigi Maria Sicca.

Le storie che ci influenzano

Il cortocircuito tra il tentativo di dare forma alla mia preoccupazione per gli effetti delle fiction e il libro di studi organizzativi – che adotta un taglio sociologico - mi ha aiutato a mettere ulteriormente a fuoco un tema del quale avevo parlato nel post dedicato a un libro di Gottschall: l’influenza che hanno le storie sui nostri comportamenti.

Scrivemmo allora che Alessandro Magno e Hitler furono in qualche modo ossessionati da alcune trame, l’Iliade per il macedone e il Parsifal per il tedesco, e che siano stati mossi da quelle storie nel trascinare i propri seguaci verso folli obiettivi. Gli esempi che ho fatto, i poemi omerici e le saghe nordiche, non lasciano dubbi sulla separazione dovuta tra la profondità artistica della narrazione e gli effetti negativi di cui parlo, in qualunque periodo storico e in qualunque luogo. Questa argomentazione mi è servita per rispondere a certe obiezioni al mio discorso ostile alle fiction violente fatte dagli amici in nome della difesa della libertà dell’arte e della cultura (anche quella di massa).

La lettura e la ricezione; la scrittura e la costruzione

Il nodo, come direbbero i semiologi, è nella “ricezione”. Per cui ogni sforzo che venga fatto per aumentare le nostre capacità di “leggere”, come il libro di critica curato da Luigi Maria Sicca, è benvenuto. Soprattutto quando poi capita a noi di “scrivere” le trame. Come può capitare a un manager d’impresa o a un leader. O come capita a un formatore manageriale che deve insegnare a “leggere” e a “scrivere”.

Non si scandalizzino gli sparuti sopravvissuti lettori fedeli alla Scuola di Francoforte per aver messo sullo stesso piano l’epos dell’Iliade e la serie televisiva di Gomorra, cultura alta e cultura di massa. Né si sentano incoraggiati a relativizzare troppo i lettori post e pop semiologici, che pensano invece che tra alto e basso non ci sia differenza sostanziale e che sia solo una questione di strumenti di ricezione.

Critical Management Studies (CMS)

Il fertile terreno di coltura del libro curato da Luigi Maria Sicca è quello dei “Critical Management Studies”, più propensi allo studio multidisciplinare (seppur prevalentemente sociologico) dell’organizzazione che all’analisi delle determinanti della performance organizzativa. Un filone di studi molto british e molto left wing, come profumano di sociologia britannica, uscita indenne dal tatcherismo dei ‘90, le molteplici discipline che si qualificano come “Studies” di qualcosa.

Un campo di studi organizzativi che ci invita alla anti-performatività, vale a dire a prenderci una vacanza “critical” di piacevole, colto e umanistico sollievo dall’ansia da prestazione e dalle slides a “punto elenco”, che affligge la letteratura manageriale di matrice statunitense.

Uso non a caso il termine performatività con nostalgia di un gergo di quel periodo dei primi anni ’80 in cui il complicato Lyotard ci invitava a leggere i molteplici giochi linguistici sottesi alle dinamiche della società, nella terza rivoluzione industriale, al tramonto delle “grandi narrazioni”.

CMS e formazione manageriale

Da formatore manageriale ho tratto utili spunti dal libro. Il principio della performatività applicato all’educazione manageriale, come sembra ammonirci nel libro di Sicca il saggio dell’inglese John Hendry (pag. 154), poco si adatterebbe alla post-burocrazia del secolo presente (orizzontale e a rete invece che verticale e gerarchica), mentre invece sarebbe utile (nella critical management education) leggere le storie scritte da Sofocle e Shakespeare. Un’utopia! Come riconosce lo stesso Hendry prendendo sconsolatamente atto da una parte della scarsa cultura umanistica di un britannico che si iscrive a una business school, dall’altra dell’impossibilità di colmare quel profondo gap culturale nei pochi mesi di un corso MBA.

Il libro che vi invito a leggere, facendo riferimento alla scrittura e alla lettura delle organizzazioni, quindi usando la metafora dell’organizzazione come testo, si pone nella duplice prospettiva della produzione (scrittura-costruzione) e della ricezione (lettura-diagnosi) dell’organizzazione. Una tesi di costruttivismo sociale (la realtà è una costruzione sociale) e una metafora (organizzazione = testo) che scopriremo essere efficaci.

Il saggio di Czarniawska e Rhodes

Il saggio del libro su cui mi soffermo maggiormente (nel quadro del mio interesse per lo storytelling) è di Barbara Czarniawska e Carl Rhodes e si intitola “Trame forti: la cultura di massa nella teoria e nella pratica di management”. Ma è interessante anche lo sviluppo del tema che dobbiamo, in postfazione, a Sergio Piro.

Il saggio attribuisce alla narrazione una particolare funzione di conoscenza di cui altre modalità di pensiero non sono capaci. “La narrativa – scrivono gli autori citando un saggio precedente - raggiunge quell’obiettivo che spesso viene mancato dalla teoria organizzativa: unire il soggettivo con l’oggettivo, il fato degli individui con quello delle istituzioni, i micro-eventi con i macro-sistemi. La narrativa trasmette inoltre conoscenza tacita: essa racconta la conoscenza senza analizzarla, così che ne veicola di più di quanto non avvenga quando si usa il messaggio esplicito, tipico dell’insegnamento propriamente detto”.

Trame forti della letteratura alta e loro divulgazione nella letteratura bassa

Se le “trame forti” dei classici immortali della letteratura e del teatro (ma anche miti, saghe, fiabe e leggende) strutturano la narrativa “alta”, alla narrativa “bassa” (ad esempio alla cultura di massa che passa anche attraverso le serie televisive) spetta il compito di divulgare, di portare le trame forti ed eterne nella vita di tutti i giorni. Persino in quei luoghi prosaici della razionalità economica che sono le organizzazioni.

Nel saggio, gli autori fanno osservazioni interessanti sul tema del rapporto della cultura di massa con la teoria e la pratica del management.

  • La prima tesi sostenuta è che la cultura di massa svolga le stesse funzioni della cultura alta su una scala più ampia di pubblico, secondo un principio di divulgazione della cultura alta.
  • La seconda tesi è che la cultura di massa, oltre a ritrarre la sua epoca, perpetui gli schemi narrativi forti (strong plots), conosciuti fin dalla mitologia (greca e cristiana nel caso del management occidentale), dalla letteratura classica e dalle fiabe popolari.
  • La terza tesi è che la cultura di massa non solo trasmetta ideali e fornisca descrizioni, ma insegni anche pratiche e suggerisca i modi attraverso i quali tali pratiche possono essere comprese. Gli autori rilevano, facendo riferimento a ricerche precedenti, che i mafiosi americani hanno preso alcune espressioni tipiche da film come “Il padrino”. “I modelli astratti - scrivono gli autori – non ti insegnano che cosa dire o come agire al tuo primo incontro di lavoro, un film potrebbe farlo.

Da Peter Pan alle baby gang

Ecco che la terza tesi del saggio mi soccorre nel giustificare, nelle discussioni al bar con gli amici, i miei timori sulle fiction violente. Un’organizzazione criminale è pur sempre un’organizzazione e può capitare che possa trarre da una fiction una benzina mitologica per alimentare il suo sviluppo. Peter Pan e i suoi amichetti sull’”Isola-che-non-c’è” traevano ispirazione dai racconti sugli indiani. La cosa appare molto meno divertente quando parliamo invece di baby gang omicide. La vita imita l’arte e viceversa. Il film “Cera una volta in America” trae forza narrativa dalla paideia violenta di una baby gang di New York (e lo sviluppo organizzativo di una banda criminale) e i gangster movies hanno fornito per anni molto materiale mitologico all’immaginario di malviventi,  per scrivere la trama violenta della propria vita.  Diceva Roland Barthes in “Miti di oggi”: “I gangster sono come gli dei: un cenno del capo e il destino si compie”. E’vero, generazioni di ragazzi si sono presi a botte immaginandosi -nella fascinazione del mito - come Ettore e Achille o Al Capone e i suoi scagnozzi senza diventare dei guerrafondai e senza fondare una banda di criminali. Ma gli studi critici servono proprio a non liquidare certi problemi come irrilevanti. Anche nel caso dei Critical Management Studies.

Il metodo di studio di Czarniawska e Rhodes

Sinteticamente, il rispecchiamento e la progettazione, l’espressione e la costruzione, l’imitazione e la creazione, non sono mai processi separati. La produzione, la circolazione il consumo di prodotti culturali costituiscono un processo circolare e non una successione lineare.

Lo studio di Czarniawska e Rhodes parte, ovviamente, dalle storie. Nel saggio che vi invito a leggere alcuni casi d’impresa e le avventure di alcuni attori reali sono dettagliatamente narrati e ricondotti ad alcune trame forti della narrativa. Lo stesso procedimento viene applicato all’incontrario ad alcuni romanzi di ambiente aziendale, e alle avventure di alcuni personaggi finzionali.

Al termine di questa fase gli autori si domandano se lo schema narrativo sia stato posto nella storia dagli attori stessi che la “scrivono” (prospettiva un po’ “strutturalista”) o piuttosto dal ricercatore che la “legge” (prospettiva alquanto “post-strutturalista”).

La risposta degli autori è nella circolarità e nel rinforzo reciproco tra le due cose. Una risposta che attribuisce alle storie e allo storytelling la funzione organizzare la realtà. In modo da consolidare la trama e l’ordito, stabilizzando le forme dell’organizzazione e i comportamenti degli attori organizzativi. Lettura e scrittura che si adagiano nell’alveo di un “genere”.

Come sovvertire gli schemi narrativi forti

Con questo titolo, a pag. 113, inizia la parte più interessante del saggio di Czarniawska e Rhodes.

É proprio nella letteratura popolare che si può trovare l’antidoto critico alla sclerotizzazione delle trame organizzative. Gli autori, traendo dalla cultura pop l’esempio delle strisce di Dilbert di Scott Adams e dei cartoni animati dei Simpson, aprono la discussione sul ruolo critico della satira. Gli autori non ignorano i precedenti in Rabelais (ma non potremmo ignorare anche Don Chisciotte e Bertoldo). La proposta è interessante anche se, nell’immaginare, come si fa a pag.124, una funzione “carnevalesca” del comico si getta il dubbio che ogni carnevale sia solo una parentesi di licenze, in un susseguirsi di schemi obbligati.

E qui il saggio, che sembrava arenato nell’impossibilità di affrancarsi dalla prigionia delle trame, sembra uscire dal pessimismo ricordando, finalmente, che la letteratura può essere anche “avanguardia”. Che tra classici e letteratura popolare c’è l’opzione dell’avanguardia, sostenendo che la scrittura di ricerca organizzativa deve essere sovversiva e spiazzante come la letteratura d’avanguardia e usare le storie come le usa uno scrittore difficile.

Chi sarà il Joyce della ricerca manageriale?

Non so se le aule delle business school potranno mai ospitare letture e dibattiti avanguardistici sui temi della complessità strategica e organizzativa, con ottiche narrative multiple in grado di aumentare i punti di visione e le focali. Oppure se si continuerà ad affrontare le complessità sistemiche organizzative con strumenti di riduzione della complessità come i classici toolkit del management. Le 5 forze di Porter, che Hendry dichiara di avere in uggia nel suo saggio sulle business school, sono sicuramente uno strumento semplicistico, buono per studenti britannici (e non solo) che non conoscono Shakespeare e tantomeno Joyce. Ma Hendry si dà lui stesso la risposta: forse sono l’unico strumento praticabile, stante l’aridità dell’immaginario dei discenti, poco avvezzi ai classici e tanto meno alle avanguardie letterarie.  La formazione dei manager assomiglia più a quella di un manutentore che a quella di un artista. Servono pinze, cacciaviti e scalpelli.

Per finire torniamo alla satira e all’umorismo

Il saggio di Czarniawska e Rhodes mi lascia dunque il desiderio inappagabile di un’utopica business school d’avanguardia in cui amerei parlare e ascoltare, leggere e scrivere, nei cui seminari si esplorano, riflettendo su storie finzionali, i mille piani di Deleuze, le decostruzioni di Derrida, la difference e la différance di Lacan. Credo che non esisterà mai.

Ma il saggio mi lascia anche una sensazione rassicurante e un sogno più a portata di mano: che ci siano ancora dei campi di studio e delle Università in cui è lecito, quando si parla di organizzazioni, non farsi prendere dalla smania della performatività.  Penso proprio a quei dipartimenti di cultural studies di certe università che sono sopravvissuti sino ad oggi al thatcherismo e al reaganismo degli anni ’80. E quando penso a quel mondo accademico riflessivo che alligna in fornitissime e accoglienti biblioteche, penso a uno scrittore inglese, David Lodge, e a certi suoi deliziosi romanzi, che sono di pregevole satira. Tra tutti ho un ricordo particolare di Ottimo lavoro, Professore! (1988)  La storia di un manager di un’azienda metalmeccanica in crisi, nell’Inghilterra della Thatcher, e di una raffinata ricercatrice di antropologia, esperta di “industrial novel”,  il cui studio etnografico consiste nell’essere l’ombra del rustico manager nella sua quotidianità lavorativa (shadowing).

L’inghilterra ha una grande tradizione nel social novel e anche nell’industrial novel. Pioniera nell’uso della narrativa come ricerca sociale nella prima, nella seconda rivoluzione industriale e nella travagliata transizione dalla seconda alla terza.

Genere letterario che spesso è stata satira della condizione moderna e industriale. Pensiamo a Charles Dickens nell’800, ma anche a Ken Loach e a Full Monty (1997), per arrivare fino alla stralunata inettitudine di un Mr. Bean interpretato da Rowan Atkinson, vero elemento di disturbo ed intoppo in ogni processo organizzato che si possa progettare.

Di quello spirito britannico conservo un ricordo lontano di quando leggevo, negli anni 60 e  70, gli albi di Linus. C’era una striscia che ben rappresentava la trama del giorno-dopo-giorno nelle aziende: il racconto della noia e della “corrosione del carattere” (à la Sennet, dove character è carattere e personaggio) dell’uomo dell’organizzazione. Erano le strisce di Bristow, l’omino con la bombetta disegnato per oltre mezzo secolo, a partire dal 1960, dall’inglese Frank Dickens (1932 – 2016).

Un filosofo raffinatissimo come Vladimir Jankélévitch scriveva negli anni ’60 un saggio sullo scorrere del tempo e sul ritmo del divenire per l’individuo. Il libro si intitolava “L’avventura, la noia, la serietà”.

L’individuo vive tra due polarità opposte: da una parte l’ “avventura” che ti spinge romanzescamente verso un avvenimento e i suoi rischi, dall’altra la “noia”, che colora di grigio la “durata vuota” di ogni giorno. Serietà, per Jankélévitch, è percorrere il tempo stando nel mezzo. La serietà è ciò che contraddistingue l’uomo dotato di umorismo, nel modo in cui affronta la vita.

L’umorismo come forma perfetta di serietà. Ecco ci sembra che un punto di vista critico alle organizzazioni, per esser serio, debba essere fondato su uno sguardo umoristico.

Concludo quindi con un’illustrazione tratta da: Bristow, il libretto rosso dell’assenteista, di Frank Dickens, 1974, Oscar Mondadori. 

 

 

 

 

 

Enrico Viceconte

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