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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Tecnologia, cultura e competenze per avere successo nel mondo 4.0

C’è oggi una forte attenzione sugli impatti dell'innovazione tecnologica nel mondo del lavoro. Le analisi degli esperti di settore oscillano da un entusiasmo acritico per le sorti progressive delle nostre economie e reazioni quasi luddiste spaventate da dinamiche incontrollate. Fortunatamente esistono letture più equilibrate che aiutano a comprendere meglio gli effetti a breve e medio periodo sulle competenze richieste nel mercato del lavoro che si sta prospettando. Provo qui a delineare una possibile traiettoria partendo dalla storia più recente. Un ambito che in particolare richiede un’osservazione attenta è quello toccato dall’innovazione digitale. In questo senso non si tratta più di considerare gli effetti della digitalizzazione dei tradizionali processi informativi, ma serve analizzare quanto accade anche in ambiti di produzione manifatturiera.

Verso la social enterprise

In passato il digitale ha avuto l’impatto tipico di una tecnologia che cambia l’efficienza del lavoro. I software e le conseguenti migliori capacità di elaborazione dei dati hanno agito sulla velocità di esecuzione delle attività analogiche che sono andate a sostituire. Maggior efficienza vuol dire minor richiesta di lavoro umano, ma allo stesso tempo si è vista emergere una serie di professioni che estendevano e davano senso alle nuove possibilità tecnologiche a disposizione. Non solo nell’ambito marketing. Gli uffici ICT delle aziende si sono dotati di competenze tecniche nuove in cui la gestione di database e reti, il governo del web e aspetti di privacy e accessibilità sono diventati centrali. Il digitale ha però, sempre limitatamente all’innovazione sull’elaborazione e lo scambio di dati, avuto un impatto diverso. Non solo l’efficienza dei processi era influenzata dalla tecnologia, ma lo erano anche le modalità di collaborazione e condivisione dei dati. Per una volta il cambiamento è emerso prima in ambito privato e poi in quello delle aziende. L’enterprise 2.0 è stata una lenta consapevolezza da parte delle aziende di nuove possibilità di scambio con il cliente e poi di collaborazione tra i dipendenti e con tutti i soggetti della supply chain. Se i progetti di integrazione di ERP e di miglioramento dello scambio di informazioni nelle fasi del ciclo attivo e passivo della gestione aziendale sono sempre stati nei programmi delle aziende, quantomeno di quelle più strutturate, non era autonomamente emersa la potenzialità implicita nella collaborazione tra persone consentita dal web. Appartenenza aperta, emersione dal basso dei talenti, community interne e knowledge sharing, magari centrate sulla serendipity, spazi di collaborazione aperta e CRM rinnovati hanno permesso di pensare all’open innovation in maniera più concreta e fattibile.Ciò ha portato alla possibilità di interagire con soggetti esterni all’azienda in maniera nuova. Clienti e influencer, ma anche fornitori e collaboratori, magari organizzati in maniera non tradizionale all’interno di un coworking. L’accesso veloce a competenze esterne ha permesso un’accelerazione dell’innovazione, ma ha anche determinato un grande cambiamento nel modo in cui i professionisti costruivano competenze e relazioni. La Social Enterprise, versione matura dell’enterprise 2.0, richiede uno sforzo di apertura alle aziende, ma anche un cambio di prospettiva per la crescita professionale delle risorse. Per comprendere appieno le potenzialità è utile leggere HRevolution di Alessandro Donadio.

Il lavoro 4.0

Nel contesto di crisi generale di qualche anno fa, questo mix ha indebolito la posizione di molti soggetti, specialmente tra quelli più giovani che hanno cercato soluzioni alternative, magari all’estero. L’adeguamento di competenze per un contesto come quello descritto non era d’altronde per tutti e l’emersione dei NEET, nonché il tasso di disoccupazione giovanile lo confermano.Ma l’impatto è stato anche sulle competenze e le professionalità più consolidate. L’effetto del digitale è stato profondo perché ha cambiato i tradizionali equilibri di diversi settori. Quello che abbiamo definito disintermediazione non è solo un accesso più veloce a informazioni direttamente dalla fonte, ma evidentemente si tratta di una rilettura delle catene logistiche e commerciali. Non solo guide turistiche e giornalisti, ma anche insegnanti, intermediari commerciali, rivenditori e tanti altri hanno dovuto ripensare al proprio valore per il mercato. Certe rendite di posizione dettate da vincoli logistici o asimmetrie informative sono saltati. In alcuni casi la difesa di posizioni corporativistiche ha creato un contraccolpo negativo sull’innovazione. L’adozione di strumenti digitali nel campo commerciale ha trovato resistenze provenienti dall’organizzazione stessa che proteggeva un know-how relazionale a rischio. Non a caso tra i progetti di più difficile implementazione stanno quelli di CRM e Inbound Marketing.  

La rivoluzione nel mondo dei servizi e dei ruoli professionali e il maker come agente di cambiamento

Se quanto finora descritto ha cambiato il mondo dei servizi e dei ruoli professionali più centrati sull’elaborazione di dati e sullo scambio di informazioni (commerciali, marketing, sviluppo prodotto, accounting, hr, …), la rivoluzione digitale ha impattato anche in ambito produttivo. Benché da molti anni sia già in corso un’evoluzione di tecnologie di fabbricazione e logistiche, Industria 4.0 ha accelerato la consapevolezza delle aziende sulla necessità di un adeguamento tecnologico e culturale. Le aziende più attente si sono già mosse da tempo e trovano oggi il supporto istituzionale necessario per continuare sulla strada intrapresa. Le aziende che non avevano avviato questo percorso hanno oggi l’occasione di un adeguamento rapido. Tralasciando gli aspetti tecnici delle diverse tecnologie coinvolte, mi piace sottolineare che si tratta anche in questo caso di un cambiamento che rilegge le logiche relazionali e i ruoli delle risorse coinvolte. Per sfruttare al meglio le nuove soluzioni serve che nelle aziende si sviluppi una capacità di lettura e visione del valore che la tecnologia può fornire al mercato non solo in termini di efficienza, ma, come visto per l’innovazione digitale dei bit (in contrapposizione a quella sugli atomi), in termini di business model e strategia di mercato In questo senso esemplare è la figura del Maker. Finora è apparsa, per chi l’ha conosciuta da vicino, come una professione confinata nell’ambito degli appassionati di nuove tecnologie di fabbricazione digitale. Se guardiamo alle necessità delle aziende e non vogliamo che questa figura si limiti a un contesto marginale rispetto all’economia reale, il Maker dovrebbe però diventare un ?"?agente di cambiamento?"??. Un professionista che fa leva su?lle? nuove tecnologie e sugli aspetti più innovativi del mondo digitale per ibridare sistemi di produzione tradizionali impattando sul modello economico circostante.Chi agisce sui processi di produzione non deve quindi solo essere l'esperto di fabbricazione digitale o l'appassionato di stampanti 3d e droni, ma un soggetto attivo nel sistema economico capace di incidere sul processo di innovazione delle aziende manifatturiere. Questa azione progettuale che ibrida il maker con il designer può agire sul processo produttivo, sull'interfaccia tra prodotto e cliente, sull'integrazione di servizi digitali ai prodotti e così via.

Nuove competenze e nuovi contesti di lavoro

Prima di tutto un adattamento alla nuova cultura, in particolare a quella delle relazioni. Se accedere alle informazioni richiede da sempre lo sviluppo di un know-how verticale fondato su studio ed esperienza, oggi diventa importante accedere a chi detiene un’informazione complementare o a chi può accelerare l’utilizzo del proprio know-how. Questo capitale relazionale è detto know-who e diventa da subito la competenza che chi si muove nell’attuale mondo del lavoro deve sviluppare. L’ingegnere 1.0 che possiede una forte capacità di analisi e una conoscenza profonda della propria materia, ma che non entra in una rete (fisica o virtuale) di relazioni con chi si muove al meglio nel suo ambito perde l’occasione di accelerare il suo percorso di crescita professionale. Al di fuori dell’azienda sono nati spazi ideali per sviluppare queste competenze relazionali. I già citati coworking digitali (Talent Garden, Impact Hub, WeWork per citare i più famosi), gli acceleratori e incubatori (quelli universitari o quelli privati come H-Farm) e sul piano produttivo i Fab Lab, i maker space e le tante iniziative simili che accolgono l’universo dei Maker, non sono solo spazi utili a lavorare, ma anche i contesti ideali per lo scambio. Curiosità, generosità e apertura diventano le competenze ideali per sfruttare al meglio queste opportunità di crescita. La tecnologia infine è un ottimo amplificatore, ma se si applica a processi che non funzionano, amplificherà il caos. Conoscere il modo per creare un contesto lavorativo fondato su processi sotto controllo richiede anche competenze di Lean Thinking e Design Thinking. Parlando con Alessandro Catazzo di Considi, che ogni giorno opera nei contesti di miglioramento dei processi, sono emersi alcuni focus principali in questo senso.

Innanzitutto le competenze non sono statiche, ma in linea con le frequenti innovazioni di processo e prodotto “i ruoli e le competenze delle persone devono evolvere di conseguenza”. Alessandro lo definisce un passaggio “da manodopera a mentedopera” Il secondo punto tocca quindi “la capacità di formare in modo continuo le persone”.

I responsabili di funzione devono mostrare “come si fa” e non limitarsi a dire “provate e ditemi”. Il lavoro e i miglioramenti si basano sulla comprensione, il consenso e il rispetto reciproco.

Ancora una volta torna il tema relazionale:

Creare dei miglioramenti attraverso il coinvolgimento di tutti permette di non tornare alle abitudini precedenti, generando un virtuoso meccanismo di miglioramento continuo dove le persone sono le vere protagoniste dei progressi ottenuti. Se le persone si sentono protagoniste parteciperanno sempre più volentieri alle future attività di progetto mettendo il loro ingegno a disposizione degli altri.

Il gioco è quindi su due fronti. Da una parte “solo le persone possono percepire i mutamenti del mercato e mettere in pista dei sistemi per reagire ad essi”. Dall’altra serve proprio a questo fine un approccio diverso da parte dei leader. “Diventa fondamentale gestire le ambiguità organizzative (di ruolo, di competenze, di responsabilità)”.

Per governare il cambiamento serve la comprensione del nuovo paradigma lavorativo

Le tecnologie hanno e sempre più avranno un impatto determinante nel mondo del lavoro. Molte cose stanno cambiando e non basta, per quanto già difficile, adeguare il proprio bagaglio di competenze tecniche per governare questa evoluzione. Serve la comprensione di un nuovo paradigma lavorativo in cui la velocità di accesso a informazioni e competenze complementari è altrettanto importante della conoscenza profonda del proprio ambito di lavoro. Si tratta di competenze che toccano aspetti culturali e relazionali e il contesto formativo e sociale farà la differenza. Ambienti aperti al cambiamento e persone capaci di mettere in discussione i propri consolidati punti di riferimento saranno determinanti per il futuro della nostra economia.

 

 

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