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The Pricing of Progress, Economic Indicators and the Capitalization of American Life

Eli Cook, Assistant Professor in American history all’università di Haifa, ha appena pubblicato un libro presso Harvard University Press: The Pricing of Progress, Economic Indicators and the Capitalization of American Life. Il libro è il risultato dei suoi studi di dottorato ad Harvard ed offre spunti interessanti per gli economisti, per gli storici e per gli studiosi di management e direzione del personale.

In breve, è la storia dell’invenzione del Prodotto Interno Lordo (PIL), delle varie forme di misurazione del benessere e della ricchezza che lo hanno preceduto e degli effetti che il successo del PIL ha avuto su altri aspetti della vita americana e non solo. Uno degli effetti è la diffusione dell’espressione capitale umano, che, secondo l’autore, è la diretta conseguenza dell’idea di misurare e attribuire valore agli investimenti (e alle persone) in base ai redditi attesi, alla capitalizzazione, invenzione quest’ultima relativamente recente del capitalismo moderno inglese.

L’invenzione del PIL (del Gross Domestic Product per l’esattezza) ad opera di Simon Kuznets presso il National Bureau of Economic Research (NBER) venne ufficialmente riconosciuta e adottata dalle autorità degli Stati Uniti nel 1934. Il libro parte però da molto più lontano e narra oltre trecento anni di dibattiti e tentativi di misurazione del benessere e della dimensione delle economie occidentali. La storia riguarda in particolare lo scambio tra Inghilterra e Stati Uniti di idee e di metodi di misurazione alternativi, con alcune differenze che riflettevano il diverso stato di sviluppo delle varianti nazionali di capitalismo. Una delle voci principali in questa storia fu quella di William Petty che a fine 600 contribuì ai primi tentativi di misurazione della ricchezza delle nazioni.

Negli Stati Uniti, per molto tempo ebbero maggiore successo misurazioni alternative quali gli indicatori sociali e morali: alcuni Stati, per confrontarsi tra di loro, usavano misurare il numero di chiese, di scuole, di carcerati, di prostitute, di cittadini affetti da malattie mentali. Questi indicatori oggi appaiono un primitivo precedente storico dei modernissimi indicatori di benessere sviluppati dall’ISTAT e dall’OCSE e oggi utilizzati dal Governo Italiano. Gli indicatori di benessere sono uno dei numerosi tentativi avviati negli ultimi 10 anni per affiancare al PIL forme di misurazione nuove e complementari.

Ma l’idea del PIL, oggi così dominante, è relativamente recente. Solo all’inizio del 900 prenderà forma definitiva la tecnica di misurazione dell’economia che oggi diamo per scontata e che tanto influenza la vita politica ed economica in tutto il mondo. Secondo Eli Cook, la definizione e il rapido successo dell’idea del PIL vanno attribuiti alle attività di John D. Rockerfeller che finanziò il NBER. La famiglia Rockerfeller, ritenne che quel tipo di indicatore avrebbe contribuito positivamente all’agenda politica ed economica delle grandi imprese americane. La loro, in particolare, attraversava un momento difficile, non solo per la crisi del 1929 ma anche per i lavori della Commission on Industrial Relations e per l’inchiesta sul Ludlow Massacre, la brutale repressione di uno sciopero che causò la morte di 25 tra operai e familiari.

Il libro si conclude con delle argomentazioni che vanno oltre l’economia. Secondo Eli Cook, il PIL di Simon Kuznets è il risultato finale di numerosi tentativi (come quelli di James Glen, Alexander Hamilton, Simon Blodget Jr, George Tucker, Hinton Helper, David Wells) che andavano nella stessa direzione, ovvero la misurazione della capacità dei cittadini americani di produrre denaro. Cook narra lo sviluppo di indicatori monetari come il PIL e i suoi predecessori insieme a eventi chiave della storia economica quali la recinzione delle terre comuni tra 700 e 800 in Inghilterra, la tratta degli schiavi nei Caraibi, l’industrializzazione americana e l’emergere del potere delle grandi conglomerate americane. Come il PIL, anche i precedenti indicatori trattavano e quantificavano la società americana e i suoi cittadini non come beni di consumo o commodities ma come fattori di produzione o beni capitali il cui valore poteva essere stimato calcolando l’ammontare di reddito monetario o flusso di cassa generato in un anno.

La lunga storia dell’invenzione del PIL fu il passo finale non solo nell’attribuzione del prezzo e del valore del progresso, ma anche il passo finale nella capitalizzazione dell’intera vita quotidiana americana. L’idea di capitale umano si farà presto strada, rinforzata da una pubblicazione del NBER nel 1958: Investment in Human Capital and Personal Income Distribution. Da allora, diamo per scontato che il benessere e la prosperità di una nazione possono essere misurati solo con il Prodotto Interno Lordo e che il valore dei lavoratori, anzi dei cittadini tutti, può misurarsi sulla base del loro flusso di cassa atteso, sul ritorno dell’investimento. L’investimento fatto dagli individui e dalla collettività nel cosiddetto capitale umano. Il valore degli individui, quindi, non sarebbe costante ma muterebbe con le variazioni dei flussi di cassa attesi durante il ciclo di vita.

La prosperità, il benessere sono oggi misurati in unità monetarie. Accade non solo per beni e prodotti ma persino per ambiente, nazioni, comunità e per noi stessi. Il perfezionamento della misurazione economica andò di pari passo con la scomparsa di altre forme di misurazione del progresso, ad esempio quegli indicatori sociali o morali che non attribuivano un prezzo alla vita quotidiana. Mentre tra gli economisti e tra i politici è incorso un dibattito critico relativamente animato sul significato e sull’uso del PIL, lo stesso non sta accadendo tra gli studiosi di management e di HRM.

Probabilmente è più facile mettere in discussione la capitalizzazione della vita quotidiana dei cittadini di quanto lo sia contestare la quantificazione del valore del lavoro e del contributo dei lavoratori. D’altronde persino Marx criticava le proporzioni dei flussi di valore tra prodotti, capitale e lavoro ma non l’attribuzione di un valore o di un prezzo al lavoro. Anzi, a partire dal valore del lavoro si sviluppava la sua elaborazione teorica su plusvalore, profitto e sfruttamento. D’altronde anche gli economisti del lavoro più critici sono abituati a parlare di produttività e costo del lavoro in maniera piuttosto disinvolta. Inoltre l’approccio del Human Resource Management sembra più viva che mai. Insomma, se forse vedremo sempre più spesso degli indicatori alternativi affiancati al PIL, probabilmente i tempi non sono affatto maturi per mettere in discussione l’espressione capitale umano, così diffusa e così spesso utilizzata anche al di fuori delle aziende, persino a scuola. Espressione usata talvolta in buona fede, talvolta in maniera cinica e spregiudicata. Come se il valore degli studenti, del lavoro dei docenti e dell’educazione andassero misurati e valutati come un qualsiasi investimento, ovvero, in base al flusso di cassa atteso.

 

Andrea Bernardi è Senior Lecturer in Employment and Organization Studies presso Oxford Brookes University in Gran Bretagna.

Ha conseguito il dottorato di ricerca in Organizzazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Tra i suoi interessi di ricerca c’è la prospettiva storica negli studi aziendali, il settore cooperativo (compreso quello cinese), le relazioni industriali (incluso il caso del settore universitario), l’ineguaglianza. Coordina l’area di ricerca EAEPE dedicata a Critical Management Studies.

 

 

 

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