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Last updateThu, 21 Jun 2018 7am

Come sono cambiati e si stanno trasformando i fabbisogni di competenze e di ruoli professionali nelle aziende?

L’Italia sta vivendo un problema fondamentale di mismatch fra offerta e domanda, che accomuna tutti i protagonisti del mercato del lavoro. Il 21,5% delle figure ricercate dalle aziende italiane è di “difficile reperimento” come emerge da uno studio della Camera di Commercio di Reggio Emilia. E secondo il Rapporto Excelsior 2017 di Unioncamere, le maggiori difficoltà di reperimento riguardano gli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche per un sonante 63%. Seguiti a ruota (56%) dai tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione. A partire da questo zoccolo duro, il divario si allarga quanto più la singola azienda si impegna in processi di trasformazione digitale.

La trasformazione digitale crea o distrugge posti di lavoro?

CBS Insights ha previsto che saranno circa dieci milioni i posti di lavoro persi entro dieci anni a causa dell’Intelligenza Artificiale. Al primo posto cuochi e inservienti, seguiti al secondo dagli addetti alle pulizie e, al terzo, da facchini e magazzinieri. Ma non sono a rischio solo le professioni manuali e i blue collar: molti risparmiatori hanno abbandonato i consulenti finanziari in carne e ossa per affidare le proprie finanze a robo-advisor. mentre Gartner prevede che nel giro di cinque anni ci sarà un robot ogni cinque impiegati. Secondo IBM presto (entro il 2025) avremo anche Amministratori Delegati sostituiti da simulacri. Per McKinsey (https://www.mckinsey.com/business-functions/digital-mckinsey/our-insights/four-fundamentals-of-workplace-automation ) “meno del 5% delle occupazioni potrà essere completamente automatizzato utilizzando la tecnologia attuale. Tuttavia, il 60 per cento delle occupazioni potrebbe automatizzare il 30 per cento o più delle loro attività”. Non basta: ormai ci sono algoritmi per selezionare il miglior candidato da assumere, promuovere il miglior dipendente, costruire il team più efficiente, individuare il lavoratore improduttivo. Al di là delle implicazioni etiche, la diffusione dell’ Intelligenza Artificiale è tale da imporre  il ripensamento in chiave di digitalizzazione di metodi, strumenti e ruoli nell’ambito della Direzione HR e non solo (https://www.forbes.com/sites/jeannemeister/2018/01/11/ai-plus-human-intelligence-is-the-future-of-work/#61db65e82bba ).

A questo quadro a tinte fosche, che sembra quasi, ha osservato qualcuno, la versione 4.0 di un film di Ken Loach, si contrappone la visione di chi sostiene che “i robot non tolgono ma creano lavoro ed è ora che ce ne rendiamo conto”, facendo aggio su analisi come il primo studio territoriale sull’impatto dell’industria 4.0 in Veneto, “che mostra come le aziende digitali creano più posti di lavoro di quelle meno innovative” (http://www.linkiesta.it/it/article/2018/01/06/i-robot-non-tolgono-ma-creano-lavoro-ed-e-ora-che-ce-ne-rendiamo-conto/36703/).

Il mismatch fra (nuove?) professioni e competenze

Chi ha ragione? L’editoriale di Dario Di Vico pubblicato sul Corriere della Sera, dal titolo: “Il paradosso del lavoro che c’è. Mancano i profili più richiesti” (https://t.co/4bkjiOJX8o ), punta il dito sul mismatch tra offerta e domanda di lavoro. Di tale mismatch soffrono sia gli imprenditori che vorrebbero accrescere la capacità produttiva e di innovazione dello loro aziende e che faticano a trovare il personale in grado di padroneggiare le tecnologie della trasformazione digitale, sia le nuove generazioni, il cui tasso di disoccupazione è intorno al 30% ormai da anni.

Ma forse il problema è ancora più a monte. L’inchiesta di Di Vico è incentrata sulle esigenze di imprese che hanno avviato percorsi di automatizzazione industriale all’interno di un profilo produttivo ancora in gran parte tradizionale. Aziende che innovano, insomma, ma che in realtà non si sono ancora lanciate in quella rivoluzione ormai nota con l’etichetta un po’ impropria di Industry 4.0 (http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2016/05/09/una-roadmap-per-la-fabbrica-intelligente/ ). In altre parole, anche in un mercato del lavoro che in molti casi è ancora allineato a modelli culturali, organizzativi e tecnologici 1.0 (se non addirittura 0.0) nel mercato del lavoro italiano l’offerta non  riesce a trovare risposta da figure professionali con la qualità tecnologica adeguata.

Le sfide per le aziende

Oggi dunque le aziende si trovano davanti ad un quadro di sfide poste dai processi di trasformazione digitale che appare estremamente diversificato. Ci si domanda quindi: quanto inciderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica su occupazione, disoccupazione e mismatch fra professioni ricercate e competenze disponibili sul mercato? Ci sono professioni maggiormente a rischio scomparsa e altre emergenti di difficile reperimento? E quali sono rispetto alle diverse specializzazioni e discipline (operation, marketing, manutenzione, HR, produzione, vendita e via dicendo)? Quale ruolo possono giocare le funzioni HR delle imprese,  gli altri attori del mondo della formazione e dello sviluppo e le associazioni territoriali per sviluppare nuovi modelli di competenze all’altezza delle aspettative? 

 

Marco Minghetti

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www.marcominghetti.com

Marco Minghetti è docente universitario, giornalista e blogger (Nova100, Le Aziende Invisibili), autore del volume Intelligenza Collaborativa, e Partner di OpenKnowledge

 

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