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La filosofia del software

Invito alla lettura di “Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale”, di Cosimo Accoto. Editore: EGEA, 2017. Collana: Cultura e società.

Abbiamo bisogno di una filosofia del software?

Un post recente lo abbiamo dedicato all’annunciato tramonto della produzione di massa e all’uso di filtri software per trarre, da enormi quantità di dati disponibili, informazioni utili per manovrare in modo automatico o semiautomatico le leve del marketing al fine di indirizzare a ciascuno di noi azioni personalizzatissime di configurazione del prodotto, produzione, comunicazione, distribuzione, pricing e vendita.

In precedenza abbiamo provato ad abbozzare una critica al concetto di “sharing economy” che ci era sembrato poco adatto a descrivere quello che succede in un’economia delle “piattaforme” in cui del software condiviso, una sorta di ecosistema artificiale e immateriale, non solo sostituisce attività e transazioni svolte in precedenza da persone, ma ridefinisce su vasta scala, a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri, i poteri contrattuali e la distribuzione del valore nelle catene di fornitura.

Successivamente ci siamo domandati se si dovesse parlare di “Industria 4.0” (etichetta alla moda) come di una rivoluzione oppure come una normale evoluzione, la cui velocità è crescente secondo un andamento esponenziale. La quarta rivoluzione industriale, concludemmo, non è che l’ultimo stadio evolutivo dei servomeccanismi dell’azione umana. Se la prima e la seconda rivoluzione industriale (200 anni, dal 1750 al 1950) hanno fornito tecnologie di meccanizzazione che hanno sostituito soprattutto il lavoro fisico dell’uomo, la terza e la quarta (100 anni, dal 1950-2050) stanno sostituendo progressivamente e rapidamente anche una grande quantità di lavoro mentale.

Con fiducia nel futuro dell’umanità, lo abbiamo chiamato “ultimo stadio” solo per una questione cronologica, immaginando ottimisticamente ulteriori stadi futuri. Ma qualche apocalittico può pensare che sia anche l’ultimo, quello finale, perché dopo, oltre la “singolarità tecnologica”, il software (l’artificiale, l’inorganico) sarà in grado di prendersi tutta la scena (o “mettersi alla guida”, come suggerisce un’immagine a pag.72 del libro che vi propongo) e la mente umana potrebbe diventare subalterna alla sua creatura, come nei più distopici (ma potrebbero essere anche utopici) libri di fantascienza.

Nei diversi sforzi di approfondimento abbiamo avvertito la mancanza di strumenti “filosofici” più raffinati per riflettere sulla natura delle cose che stanno succedendo nella storia della tecnologia e del suo impatto sull’uomo. In particolare ci sembrava evidente che, a fronte dell’importanza straordinaria del software in questa trasformazione, fosse carente la quantità di approfondimenti, da tutte le discipline, su cosa sia effettivamente il software.

Il libro proposto

Il libro che invito a leggere è un buon inizio. Lo ha scritto Cosimo Accoto, filosofo e consulente di strategia d’impresa, dopo un soggiorno di studio al MIT. Il tentativo di fondare una “filosofia della tecnica” ha radici nel primo novecento; pensiamo ad esempio a Gehlen, ma anche a Benjamin o all’antropologo Leroi-Gourhan. Un tentativo che, nell’ultimo ventennio del novecento, si è un po’ affievolito e si è reso confuso. Accoto, dunque, è pienamente legittimato a provarci, inserendosi a valle di una vena un po’carsica della filosofia, nel momento in cui si sente la necessità di chiedere il parere di un filosofo sulla natura della tecnica e della tecnologia.

Scorrendo l’indice in libreria sono subito attratto dall’ultimo capitolo, quello delle conclusioni, che si intitola “verso una filosofia artificiale”.  Mi sono chiesto infatti perché Accoto abbia preferito parlare di una “filosofia artificiale” piuttosto che di una “filosofia dell’artificiale”. Il concetto ricalca il sottotitolo del libro “Cinque brevi lezioni di filosofia digitale” insinuando la suggestione – se le parole hanno un peso - che l’artificiale digitale non sia solo un possibile oggetto di osservazioni filosofiche ma che sia esso stesso – oggi – in qualche modo in grado di osservare autonomamente e “filosoficamente” la realtà. Una sorta di “filosofia aumentata”. Il che può costituire una bella sfida ai filosofi oppure, semplicemente, un titolo ad effetto. Non sono in grado di giudicare. D’altra parte l’autore dice che stiamo andando “verso” quella cosa lì. Non è detto che la strada arrivi da qualche parte. Poiché i titoli sono traditori, leggo subito, con una certa prevenzione, le conclusioni e trovo, invece, dei temi interessanti che mi invogliano a intraprendere la lettura dell’intero libro e, dopo averlo letto, a suggerirlo.

Il libro appare come il frutto, come mostra la bibliografia, dell’esplorazione di una vasta letteratura; circa 170 titoli, editi dal 2014 al 2016. Ci sembra dunque l’esito, in 130 pagine, di un processo di distillazione o di digestione piuttosto laborioso che risulta arduo sintetizzare ulteriormente senza perdere qualcosa di sostanzioso. Però provo a trarre, tra gli innumerevoli percorsi di lettura, tre aspetti salienti.

1. La scelta di una prospettiva “ontologica” volta a rispondere alla domanda: “cos’è il software?, piuttosto che alla domanda “cosa fa il software?”. Ontologia come esplorazione di quello che “è”, per come esso si rivela.

2. L’enfasi sulla caratteristica del software, così come è oggi, tra le tecnologie nate nel corso dell’evoluzione della cultura, di agire in anticipo. Se l’automazione industriale ha dato il meglio di sé nel servirsi del meccanismo di feedback, per tenere sotto controllo  - per mantenere in “carreggiata”-  i sistemi, le rivoluzioni tecnologiche e industriali in cui stiamo entrando promettono una proiezione in avanti, un feedforward, che affida alla macchina il compito di predisporre il futuro, predisporsi in base a proprie considerazioni, scegliere autonomamente la “carreggiata”.

3. L’emergere della significatività del singolo “dato”, atomo dotato di individualità, nell’ immensità dei “big data” e della pervasività dell’“internet of evertything” e degli algoritmi di filtraggio.

Nelle conclusioni, l’autore suggerisce di non guardare alla condizione informatizzata attuale nei termini del post-qualcosa (all’inizio degli anni ’80 qualcuno, come l’influente Jean Francoise Lyotard, parlava di “post-modernità”; quaranta anni dopo qualche nuovo profeta parla di “post-umanità”), e neanche nei termini del pre-qualcosa (in quanto non ne siamo ai confini, ma ci siamo già dentro).  Accoto si esprime nei termini del proto-qualcosa, vale a dire di qualcosa che esiste già, in forma embrionale. L’ontogenesi di quella “cosa” concepita nel XX secolo è l’oggetto del libro, che si sofferma sui meccanismi ontogenetici in atto.

Ritornando a quell’inizio degli anni ‘80 in cui -  in piena terza rivoluzione industriale - andava di moda il postmodernismo, non posso dimenticare che in quei tempi (nei quali cominciavo a lavorare nell’industria del software) le proiezioni verso il futuro dei postmodernisti spesso, in nome di un’utile presa d’atto della sfida della complessità, facevano ricorso ad un’inutile complicatezza di pensiero e di prosa che contaminava i domini degli studi sociali, culturali, scientifici, tecnici, filosofici, epistemologici con eccessiva disinvoltura e un certo compiacimento. Un compiacersi che accomunava l’autore e il giovane lettore come me. Oggi, mentre mi accingo – sulla soglia della quarta rivoluzione industriale - ad andare in pensione, dopo 40 anni di onesto lavoro nelle organizzazioni e per le organizzazioni e con una maggiore saggezza, mi metto in allarme quando intravedo eccessi di disinvoltura: comincio a diffidare di ciò che leggo. Diffido ormai della “fusion” di troppe discipline e delle bibliografie troppo vaste, interdisciplinari e indisciplinate.

Ontogenesi del nuovo mondo

In conclusione al libro, Accoto si cimenta in un modello non banale per leggere le caratteristiche del digitale nella chiave di “forze ontogenetiche”. L’autore cerca di intravedere la forma futura dell’artificiale (e della coabitazione tra umano e artificiale) in base a caratteristiche “abilitanti” delle macchine software che vanno inter-connettendosi con una progressione pazzesca. Fattori che non hanno precedenti nella storia della tecnologia. Il capitolo contiene delle suggestioni interessanti, ma, a differenza del resto del libro, si legge a fatica per il tentativo ambiziosissimo di ridurre il processo ontogenetico a un numero discreto di determinanti (e il gioco di nominarle tutte con la lettera A).

A pagina 12, Accoto traccia, svincolandosi con praticità dal quadro dei fumosi “software studies”, il piano dell’opera. Scrive:

«non faremo, quindi, un’analisi socioculturale. Sociopolitica di “cosa fa” (ingegneria) o di “che cosa vuole” (politica) software (indagini pur rilevanti e -come vedremo - intrecciate con le nostre), ma piuttosto un’analisi filosofica e ontologica di “che cosa è”. Dobbiamo capire in profondità il senso della natura del suo essere e, meglio ancora, la sua ontogenesi, cioè come il software diventa quello che “è”.»

 «Dovremo chiederci cioè non solo che cosa sono i media dopo l’arrivo del software, ma cos’è il mondo dopo l’avvento del software che si alimenta con sensori, che incorpora algoritmi, che è sospinto sempre più verso l’intelligenza artificiale che si incarna, oggi, in potenti piattaforme socioeconomiche.»

Scrive, più aventi, Accoto:

«Se - come vedremo- “il codice è modellare il futuro e futuro è scritto nel codice” (Citazione vintage da quel vecchio compagno di strada della nostra agitazione culturale dei citati inizi degli anni 80, Franco Berardi detto Bifo. Nota del recensore), allora si tratta di creare anche nel nostro paese e più collettivamente un senso di urgenza per la sua comprensione filosofica. Questa urgenza è vitale anche in una prospettiva più strettamente di business (E qui scompare Bifo. Nota del recensore). Se si vogliono sviluppare, in maniera innovativa, nuovi servizi, prodotti e mercati, la conoscenza profonda della natura del software è fondamentale. E, in effetti, filosoficamente, il software trasforma in profondità il nostro concetto di ciò che è possibile. Detto in breve: il codice ridefinisce, ontogeneticamente, le condizioni di possibilità del mondo.»

La scelta di parlare di futuro tecnologico in termini di ontogenesi e non di filogenesi rispecchia, a nostro avviso, la visione “forte” dell’ambiente tecnologico come un organismo in crescita (verso una forma determinata da fattori interni) e non come una serie di tecnologie che competono tra loro in un processo evolutivo collocato in un ecosistema. Accettiamo questa prospettiva, quantomeno interessante, e andiamo a riassumere quali sono queste spinte “ontologiche”.

Le sette spinte ontologiche

Queste le sette forze che Accoto identifica:

Amplificazione, Automazione, Aggiornamento, Anticipazione, Alienazione, Anarchiviazione, Atmosfericità

1.Amplificazione

Le tecnologie digitali sono caratterizzate da una riproducibilità e moltiplicabilità senza frizioni delle “macchine”: qualcosa di completamente nuovo nell’artificiale. Questa forza ontogenetica - riprodursi senza sforzo - è connessa (assieme un effetto e una causa) ai fenomeni di crescita esponenziale a cui assistiamo.

La nascita e la crescita smisurata di quei veri e propri mostri dell’economa, le piattaforme software in grado di produrre in modo automatico fatturati immensi, è la manifestazione della liberazione del software dall’inerzia della materia.

2.Automazione

La seconda forza ontogenetica, che già abbiamo visto in azione – in forma analogica - dall’inizio della prima rivoluzione industriale, è quella dell’automazione basata sul feedback, in grado di mantenere l’omeostasi di sistemi complessi intorno ad un set desiderato. L’autore include nei fenomeni di automazione non solo quelli che riguardano la produzione industriale, ma anche l’automazione del marketing, della logistica e della finanza. Un’ automazione che attraverso il “machine learning”, diventa, da oggi in poi, automazione dell’automazione, che l’autore definisce automazione al quadrato. Non solo Omeostasi e Stabilità, ma anche e Apprendimento e Dinamismo sono dunque le conseguenze della presenza del digitale nell’artificiale.

3.Aggiornamento

La terza forza che agisce nella crescita dell’artificiale digitale e la possibilità di continuo aggiornamento delle macchine digitali ciascuna delle quali è in continua evoluzione e riprogettazione continua. La possibilità che l’artificiale digitale possa agilmente evolvere per versioni incomplete e progressive (beta-test e release successive (1.0, 2.0, 3.0, 4.0, …) conferirebbe una plasticità senza precedenti all’artefatto umano.  Potenziando l’effetto di apprendimento.

4.Anticipazione

La quarta forza risiede nella possibilità di realizzare con il software meccanismi di feedforward. Vale a dire la capacità degli algoritmi di anticipare eventi e comportamenti piuttosto che reagire, come avviene nei sistemi di controllo automatico precedenti, agli scostamenti. L’autore parla di “era della precognizione”. La possibilità degli algoritmi di lavorare su ipotesi del futuro.

5.Alienazione

La quinta forza ontogenetica consiste nella differenza tra il modo di pensare degli algoritmi e quello degli uomini. L’autore parla di intelligenze altre, in grado di agire lasciando fuori dal loop l’umano e le sue capacità sensoriali e cognitive.

6.Anarchiviazione

La sesta forza riguarda le forme in cui le nuove tecnologie archiviano l’informazione. Da una parte l’orientamento all’archiviazione totale e bulimica di dati (non parziale come per il vecchio concetto di archivio: viene in qualche modo archiviato per futura utilità anche ciò che è apparentemente irrilevante e difficilmente classificabile, come ad esempio la rilevazione del mio insignificante e inclassificabile passaggio, un mese fa, in un certo luogo georeferenziato), la seconda si riferisce all’orientamento attuativo dell’archivio (per fare, non per conservare). Passaggio da un algoritmo di catalogazione e categorizzazione a un algoritmo dinamico d’uso. Nel volume si fa l’esempio della struttura dei magazzini dell’Amazon, in cui la collocazione degli articoli avviene in base ad algoritmi di minimizzazione delle attività logistiche fondati sull’apprendimento automatico dei comportamenti d’acquisto dei clienti. Il neologismo usato è suggestivo perché gioca (forse un po’troppo) con le parole proponendo un ossimoro tra la logica dell’archivio e l’arbitrio dell’anarchia. Due parole che hanno nell’etimologia, per inclusione ed esclusione la parola greca “Arché” connessa all’autorità, ai principi primi e alla gerarchia.

7.Atmosfericità

La settima e ultima forza si riferisce all’emergenza dei “media atmosferici”. Un concetto un po’… nebbioso (che possiamo far discendere dal filosofo tedesco Gernot Böhme) nel quale le spiegazioni di Accoto non ci aiutano più di tanto ad orientarci. Diciamo, se abbiamo ben inteso l’uso della locuzione, che l’intelligenza che si distribuisce ovunque (sul Cloud, nella polvere senziente e intelligente dell’internet delle cose), costituisce un ambiente in cui siamo immersi che continuamente influenza la nostra percezione, la nostra cognizione e le nostre sensazioni estetiche, così come la città di Walter Benjamin – dico io - e i suoi passage illuminati da vetrine piene di merci (ma anche la riproduzione tecnica dell’arte) creavano la sensibilità dell’uomo moderno.

Conclusioni

Cogliamo, dal ragionamento di Accoto, il senso che, sulla freccia del tempo, per la prima volta la tecnologia non costituisca solo uno strumento per amplificare gli strumenti di controllo di processo, misurazione e attuazione, al servizio dei progetti umani, ma sia essa stessa uno strumento proiettato verso il futuro, con una propria, emergente ed inaspettata, progettualità. Dal processum (la strada, il procedere) al projectum (la destinazione proiettata nel futuro), dall’analessi (la retrospezione) alla prolessi (l’anticipazione), sembrerebbe che la tecnica abbia fatto, con il software - invenzione recentissima - un salto in una nuova dimensione ontologica. La tecnica digitale non fa solo cose nuove. La tecnica digitale “è” una cosa nuova. In grado non solo di archiviare il passato, come faceva la scrittura, ma anche di archiviare gli infiniti futuri possibili. Con un’agilità e una potenza sconosciute al genere umano.

La capacità prolettica del software, di agire in anticipo, attribuisce alla “Cosa” appena nata in seno all’umanità, le caratteristiche mitiche del titano “Pro-meteo”, colui che agisce dopo aver proiettato la sua azione nel futuro, proattivamente, e non quelle semplicemente reattive di un “Epi-meteo” (il fratello titano, meno eroico, un po’scemo e più passivo, di Prometeo).

Prometeo, con il suo fuoco, è il simbolo del progresso e dell’azione. Ma anche quello della rivoluzione. C’è un passo un po’enigmatico del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels in cui si dice che prima della rivoluzione il passato dominava sul presente (la ricchezza creata sul benessere presente dei lavoratori) e che dopo la rivoluzione sarebbe stato il presente a dominare sul passato (il benessere dei lavoratori sulla ricchezza creata). Se quello che sta accadendo (e che Accoto tenta di descrivere) sta veramente accadendo, forse assisteremo a rivoluzioni in cui il futuro potrebbe dominare sul presente.

Il Manifesto del Partito comunista fu il tentativo di una teoria “semplice” della prima e della seconda rivoluzione industriale. Accopagnata da una “grande narrazione”. Una teoria che ebbe effetti politici e sociali di gran lunga superiori a quelli delle tecnologie abilitanti da cui prendeva le mosse l’analisi di Marx ed Engels. Non fosse altro che per gli incommensurabili e drammatici effetti di azione e reazione che avrebbe provocato, dallo scoppio delle devastanti guerre mondiali alla guerra fredda, ad oggi. Qual è l’equivalente dello “Spettro” evocato nelle parole dell’incipit del libro di Marx ed Engels.

Il postmodernismo, che Lyotard fa coincidere con la fine delle “Grandi narrazioni”,  fu il tentativo un po’compiaciuto di una teoria un po’complicata della terza rivoluzione industriale (così mi sembrava vagamente negli anni 80). Quello fu un tentativo un po’goffo e un po’troppo compiaciuto. Ad oggi non ci sembra che sia emersa una filosofia (e forse neanche una scienza economica) in grado di trattare in modo efficace i temi della quarta rivoluzione industriale. Ci auguriamo che, tra l’eccessiva semplificazione del marxismo e il ruolo della grande narrazione e l’eccessiva complicatezza del postmodernismo (con la disgregazione di tutte le narrazioni), la via filosofica che si stia intraprendendo sia quella mediana. In questa chiave suggerisco di leggere e discutere i tentativi laboriosi e interessanti, come quelli fatti da Cosimo Accoto, nel suo libro.

 

 

Enrico Viceconte

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