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Riportare al centro le relazioni umane fra generazioni

Il post di Stefano Moriggi mi ha sollecitato due domande fondamentali: quali sono le possibili cause di esclusione dal potere dei Millennial? Queste cause sono significativamente diverse da quelle che hanno incluso ed escluso le generazioni che l’hanno preceduta?

È complesso affermare con certezza se siano i tratti caratteristici di una generazione a configurare gli assetti del potere o siano le dinamiche di potere preesistenti a determinare i tratti caratteristici di una generazione. Cioè, è difficile stabilire se le polarizzazioni, più o meno accentuate, tra i potenti e gli esclusi che si sono succeduti nella storia dell’umanità siano frutto di differenze antropologiche tra generazioni o siano risultanti dagli assetti di potere che la conoscenza e la padronanza delle tecnologie produce.

Io non so se la generazione dei Millennial “presenti tratti antropologici in discontinuità”[1] rispetto alle generazioni precedenti. Non ho fatto approfonditi studi specifici, forse perché non mi si è presentata l’occasione, o non ho le competenze per farlo o forse non mi interessa.

Ma, dato che ciò che si ama tende a imporsi come ontologico, ritengo che sia interessante affrontare il problema dal punto di vista della trasformazione degli assetti di potere conseguenti alla digitalizzazione della società e delle nostre organizzazioni. Propongo quindi di rileggere il momento storico che stiamo vivendo, non da dilettanti, da tecno-populisti, da passatisti o da distratti lettori di quotidiani, ma con onestà scientifica focalizzando l’attenzione su alcuni dei tantissimi temi da approfondire.

Communitas e immunitas[2]

Il dilagare della “cultura della rottamazione” ha contribuito notevolmente a recidere il legame tra passato, presente e futuro. Le generazioni che oggi convivono sul nostro pianeta hanno difficoltà a ricercare il punto di equilibrio condiviso tra immunitas e communitas. Per le vecchie generazioni communitas significa accettazione di molti vincoli e limitazioni di libertà personali controbilanciata da sentimenti positivi e forti di appartenenza e di protezione. Lo sviluppo dell’immunitas, con la complicità delle tecnologie digitali, ha tagliato molte limitazioni legate alla disciplina, aumentando la libertà di scelta e di opinione del singolo.

Tuttavia nel “pacchetto” offerto ai Millennial c’è anche maggiore insicurezza e responsabilità di scelta.

Innamorarsi senza innamoramento

Le nuove tecnologie stanno cambiando il concetto di relazione umana sia nei contesti sociali che lavorativi. Facebook consente ai Millennial di creare e cancellare le amicizie con una semplice aggiunta o eliminazione dall’indirizzario. Oggi è possibile entrare in relazione con altre persone senza assumersi impegni, limitandosi ad accettare notifiche ed esprimere dei “mi piace” alle dichiarazioni di persone spesso mai incontrate da vicino. Queste innovazioni stanno abituando la persona a non assumere impegni di comunità, evitando spesso di confrontarsi con le cose complicate dei rapporti umani. Tutto il pensiero sottostante ai social, con il quale abbiamo formato i Millennial e instupidito le generazioni precedenti, è sintetizzabile in questo slogan: innamorarsi senza innamoramento.

Nuove forme di apprendimento

Le tecnologie digitali ci consentono di possedere tutta la conoscenza prodotta consegnata al cloud. Possiamo evitare di appesantire la nostra memoria! Tra l’altro sarebbe impossibile perfino immagazzinare le informazioni prodotte in un solo giorno. Nel nostro inconscio si fa sempre più spazio la speranza che tutte le informazioni che non possiamo memorizzare possano comunque essere recuperate attraverso google. Il prezzo da pagare, tuttavia, si traduce nella perdita di proprietà vitali che si chiamano pazienza, congruenza, leadership. Ovvero tutte quelle proprietà che consentono di sviluppare un pensiero che prevede una prospettiva di tempo, una sequenza di passi necessari al compimento di un percorso. Ci stiamo sempre più abituando a lavorare montando una sequenza di momenti staccati, come una sequenza di suoni separati tra loro, con troppo pochi collegamenti per poter generare armonia. Ma, se la conoscenza diventa una cosa staccata da noi, significa che prima o poi potrebbe sparire.

La cultura ispirata dal reperimento facilitato delle informazioni su internet sta comportando una incapacità crescente di mantenere sotto controllo le cose della nostra vita. O meglio, c’è un controllo illusorio della nostra vita che coincide con la vulnerabilità dei nostri percorsi di navigazione[3]. Non so se questo dovrebbe impaurirci, tuttavia prestiamo ai problemi della nostra vita la stessa attenzione data alla preparazione di un caffè.

Istruzione e formazione

Nella scuola lo sviluppo della capacità innovativa viene spesso ridotto al mero investimento in innovazione tecnologica. Questa semplificazione impedisce la generazione di contesti di apprendimento in grado di far comprendere, in una logica intergenerazionale, il futuro incerto.

Piuttosto che concentrarci sull’ingegneria delle competenze, dovremmo prestare maggiore attenzione a valorizzarci come esseri umani, intervenendo sulle dimensioni che ci rendono genitori, coniugi, lavoratori, professionisti, amici, vicini di casa …. Non ci sono scorciatoie, bisogna lavorare sulle passioni che si contraddicono, sui valori che si oppongono, sui fattori che contrastano fra loro al fine di pervenire a una sintesi che ci porti a nuove visioni di sviluppo sociale, a nuovi organismi di rappresentanza degli interessi e a forme organizzative che valorizzino gli aspetti cooperativi.

Nessuno è in grado comprendere come si possa uscire da questo stato confusionale se non con un allargamento dell’orizzonte della collaborazione[4]. Forse sul lungo periodo si arriverà a una comprensione reciproca e allo sviluppo di una voglia di cooperare.

Autocontrollo, motivazione, disciplina e pazienza

Oltre le cognitive skill ci sono le non cognitive ability. Si tratta di capacità come l’autocontrollo, la motivazione, la disciplina e la pazienza. Competenze relazionali e della personalità, coscienza dei propri mezzi e conoscenza di se stesso.

Il compito della formazione, soprattutto in ambito aziendale, non è quello di imbottire il tacchino per il pranzo, ma di facilitare il rapporto tra le persone, ristabilire le relazioni e le non cognitive ability. Per questo la formazione ha più a che fare con il rapporto con la persona che con lo sviluppo di competenze, è essenziale generare dei rapporti emozionali con i partecipanti.

Si tratta quindi di porre al centro il processo formativo, una comunità di professionisti capaci di far incontrare interessi contrapposti. La rotta da seguire non è quella di focalizzare i nostri sforzi nel trovare la discontinuità tra Millennial e altre generazioni ma di riportare al centro la relazione umana tra differenti generazioni. Ognuna consapevole delle responsabilità da assumersi per la generazione di un maggiore benessere futuro. 

 

[1] Dario Forti, Mille e non più mille. Se i Millennials ci aiutano ad occuparci di ognuno

[2] Roberto Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità 

[3] Mail inviata al Prof. Raoul Nacamulli dopo l’invito a visitare il blog - Ciao Raoul, Ho navigato un po’ nel blog segnalatomi. Ho trovato alcuni amici e colleghi che vi scrivono, così mi sono dedicato a una lettura veloce dei loro articoli. Poi, non so cosa abbia digitato, mi sono ritrovato nella pagina Facebook di una persona che non vedo da almeno 5 anni e che aveva postato la foto di un collega che insegna all’università di cassino e che, ultimamente, ha avuto seri problemi di salute. Allora ho cliccato sulla sua foto contento di poter constatare il miglioramento del suo aspetto. Quella foto mi ha condotto sul sito di un fotografo che ha svolto un servizio per un evento svoltosi a Capri dove, essendo io caprese, ho riconosciuto alcuni amici di infanzia (un po’ invecchiati). Così, in pochi minuti, partendo da un Tuo invito a cliccare sul sito di una Università Milanese, mi sono ritrovato a leggere di persone con cui condivido alcuni lavori, rintracciando poi alcuni conoscenti che non vedevo da un po’ di anni che mi hanno condotto nel luogo della mia infanzia. A questo punto mi sono fermato a scriverti questa mail, indeciso se sentirmi angosciato per la "galleria del vento” nella quale sono stato catapultato o rasserenato dal potermi considerare a pieno titolo un “millennial attempato”.

Di nuovo ciao. Antonello

[4] Hans Georg Gadamer, Il problema della coscienza storica, a cura di V. Verra, Guida, Napoli 1969/1974

 

 

 

Antonello Calvaruso

Napoletano, classe 1958. Bibliofilo, fotografo, collezionista di penne stilografiche e navigatore per passione. Da economista si occupa dei processi di apprendimento di sistemi organizzativi complessi quali la filiera istituzionale a supporto dello sviluppo territoriale. È autore e coautore di libri, ricerche e articoli sulla formazione, l’apprendimento territoriale, i modelli di gestione delle competenze e lo sviluppo locale. Cura la rubrica “Il vello d’oro” nella rivista FOR. Ha insegnato disegni sperimentali, statistica economica, qualità delle istituzioni pubbliche e progettazione formativa presso l’Università Federico II, il Suor Orsola Benincasa, l’Università di San Marino e l’Istituto Universitario Orientale. È il Past President dell’Associazione Italiana Formatori e Direttore Scientifico di AIF Academy.

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