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Last updateMon, 18 Jun 2018 4pm

Mille e non più mille. Se i Millennials ci aiutano ad occuparci di ognuno.

Devo riconoscere che questi “learning talk” li trovo parecchio azzeccati, per questo loro saper cogliere tempestivamente l’hot item del momento, indipendentemente dal fatto che si tratti poi di un vero scoop o di una fake news. Il post di Stefano Moriggi fa chiaramente una dichiarazione di schieramento nel dibattito che, pur essendo solo all’inizio, già vanta tesi, antitesi e sintesi che si sforzano di appoggiarsi su dati di ricerca che avallino o confutino la tesi, appunto, che la generazione dei Millennials (occhio, che già si sta affacciando quella dei Centennials!) presenta tratti antropologici in discontinuità con le precedenti[1].

Già il fatto che per indicarla vengano impiegate espressioni molto diverse[2], fa intendere una situazione che si è già presentata ai tempi dell’emergere del paradigma della post-modernità. Il fatto che ancora oggi l’epoca che stiamo avventurosamente vivendo non abbia un nome – perché parlare di post-modernità o di seconda modernità o di modernità liquida, non è certo dimostrazione di certezza classificatoria – non è cosa di poco conto. Da questa considerazione potremmo allora inferire che probabilmente chi siano i nati – convenzionalmente, ben inteso – tra il 1985 e il 1994, ancora non lo sappiamo e che forse è per questo che ci sforziamo di riconoscere in loro delle caratteristiche, dei bisogni, delle inclinazioni che ce li facciano distinguere con sicurezza da chi li ha preceduti e, si direbbe, da quelli che gli verranno appresso.

Non avendo una conoscenza sufficiente delle ricerche in corso[3] e nemmeno una solida preparazione che mi consenta di valutare l’affidabilità dei dati sbandierati da ognuna delle ricerche, mi limito a dire che la questione evidenzia fatti diversi.

Tralascio il bisogno, notissimo, della consulenza di inventarsi in continuazione degli oggetti e dei progetti da mettere sul mercato per risvegliare l’interesse di una clientela impigrita e spazientita.

Da considerare è semmai il fatto che, essendosi abbastanza diffusa in azienda, e segnatamente nelle HR, una certa stanchezza e routinarietà (il performance management ce l’hanno ormai tutti, gli assessment per il talent management anche, l’MbO non fa notizia da decenni…), far suonare l’allarme rispetto all’invasione di esseri umani – i Millennials – che sfuggono ai radar delle politiche e dei metri di misura collaudati, può essere il modo per provocare un’efficace reazione e un’utile rimobilitazione del line management.

Vi è però un’altra ipotesi, più da retropensiero, quasi un presunto da verificare, che però, se comprovata, darebbe un certo aiuto a far fare un salto nelle politiche e nelle prassi attuali di people managament. 

L’idea, che a pensarci bene è piuttosto curiosa, è traducibile in una domanda neanche tanto retorica: come mai, quando ormai ci si stava convincendo tutti che classificazioni, categorie, appartenenze stabili a raggruppamenti umani non servissero più a orientare il marketing – né quello esterno (esistono forse ancora target generali come le casalinghe o i pensionati?) né, tanto meno, quello interno (gli operai, gli impiegati, i capi…) – ci ritroviamo di nuovo a dover riflettere sul fatto che i nati in una determinata fascia temporale debbano pensarla suppergiù allo stesso modo? È vero che c’è stata la quarta rivoluzione tecnologica, che Internet è il sistema di comunicazione del mondo globalizzato, che la mia nipotina, che oggi ha tre anni, già da un paio sfoglia tutto come se fosse un tablet… Ma tutto ciò giustifica, o addirittura dimostra, che gli appartenenti a quella classe d’età sono orientati a sviluppare determinate relazioni interpersonali in azienda, a concepire la medesima filosofia del lavoro, o della carriera? Mah. Più ne sento parlare e più mi monta la sensazione che sia la pigrizia intellettuale – o addirittura la scaramanzia – quella che ci induce a catalogare, marchiare, predestinare i singoli individui.

Sono passati non pochi anni da quando due cari amici – il più giovane dei quali è nel frattempo diventato il più importante filosofo della scienza italiano e non solo (mentre l’altro resta il mio affezionatissimo mentore[4]) – teorizzavano la necessità di un “management dell’unicità” quale unica possibilità per il management di linea e le Risorse Umane di esercitare quella cura delle persone che mettesse insieme le esigenze di efficienza e competitività delle imprese con le aspirazioni degli individui a “diventare se stessi”.

Vanno bene i Millennials, e meglio ancora, tra qualche tempo, i Centennials. Purché ci ricordino, come un nodo al fazzoletto, che il nostro impegno è quello della cura, del prendersi cioè cura di ognuno. Perché, come ci hanno insegnato, chi salva una vita, salva il mondo intero.

 

 

Dario Forti

Formatore, psicologo, consulente di sviluppo organizzativo; amministratore della società di consulenza Skolé Srl; presidente di Ariele – Associazione italiana di psicosocioanalisi; membro del comitato scientifico della Casa della Psicologia dell’Ordine degli psicologi della Lombardia; membro della direzione scientifica della rivista Educazione sentimentale.

Email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.">dThis email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

Formatore, psicologo, consulente di sviluppo organizzativo; amministratore della società di consulenza Skolé Srl; presidente di Ariele – Associazione italiana di psicosocioanalisi; membro del comitato scientifico della Casa della Psicologia dell’Ordine degli psicologi della Lombardia; This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

[1] Lost Generation (1883-1900); G.I. Generation o Greatest Generation (1901-1929); Silent Generation (1930-1945); Baby Boomers (1945-1964); X Generation (1965-1984); Y Generation o Millennials (1985-1994); Z Generation o Centellians (1995-2010). Questa periodizzazione l’ho trovata nella fida Wikipedia.

[2] Quelle che ho trovato io in parte coincidono con quelle di Moriggi, e in parte si aggiungono ad esse: Millennials, Y Generation, Next Generation, Net Generation, New Boomers, Echo Boomers, Boomerang Generation, Peter Pan Generation, Trophy Generation, Trophy Kids, e immagino che ve ne siano parecchie altre formulate all’interno di contesti linguistici o di ricerca diversi.

[4] Telmo Pievani e Giuseppe Varchetta, Il management dell’unicità. Organizzazione, evoluzione, formazione, Guerini e Associati, Milano 1999.

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