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Non ci resta che piangere

di Roberto Benigni, Massimo Troisi - con R. Benigni, M. Troisi, P. Bonacelli, C. Monni, A. Sandrelli, I. Peynado - durata: 111' - origine: Italia, 1984.

Con un incasso di oltre 15 miliardi di lire, il film della coppia tosco-campana, costituita da due attori-registi allora poco più che trentenni e all'inizio della loro carriera (ma già consacrati e baciati dal successo), fu il dominatore della stagione 1984/85, in un' epoca in cui le sale cinematografiche, per quanto già erose dalla televisione, erano ancora centrali nel sistema dell'entertainment nazional-popolare.

Il nascente fenomeno dell'home video, poi, consentendo di noleggiare e vendere migliaia di copie del film in VHS contribuì a farne un patrimonio condiviso da milioni di persone. E questo nonostante il film non fosse molto più che una serie di sketch, di battute e duetti, privo di una trama credibile e girato dal grande Giuseppe Rotunno (il fotografo di Fellini, Visconti e tanti altri) con la mano sinistra. Del film uscì successivamente una diversa versione televisiva più lunga di 18' che ancora oggi viene riproposta periodicamente nei palinsesti infiniti delle varie emittenti. Ciò a riprova che i due avevano girato molto più materiale di quello previsto inizialmente e che sul set tra di loro imperava l'improvvisazione, un po' come accadeva anni prima tra Totò e Peppino De Filippo (non a caso omaggiati nell'episodio della lettera a Savonarola che riprende quella celebre di Totò, Peppino e... la malafemmina).

Oggi lo si considera giustamente un classico dove la parola sta a significare non tanto la qualità artistica, quanto la capacità di iscriversi e rimanere nell'immaginario collettivo di un'Italia che ama da sempre raccontarsi con indulgente autoironia e soprattutto ama ridere di sé. L'opera, firmata a due mani e scritta con il non trascurabile apporto di Giuseppe Bertolucci, è di fatto una sequenza di gag in cui non si capisce bene chi sia il comico e chi la spalla, e vive dei mille risvolti in cui si articola il rapporto fra i due, un rapporto fatto soprattutto di conflitti e di complicità. Al di là però dei formidabili duetti tra l'esagitato e clownesco Benigni (Saverio, maestro elementare) e il tenero e impaurito Troisi (Mario, bidello),  c'è un elemento che evidentemente ai due interessava raccontare, ed è la perdurante ottusità della burocrazia che da sempre affligge il Bel paese. Già dalla scena iniziale del passaggio a livello che non si alza (e si prevede non si alzerà mai) ci si scontra con l'indolenza e la rassegnazione del casellante (pur sempre un funzionario pubblico, per quanto di basso livello) che per giustificare il disservizio dice che "c'è lo smistamento", termine sufficientemente astruso e capace di zittire senza spiegare alcunché; e perciò perfettamente inseribile nel vocabolario burocratico. A Mario/Troisi non interessa nemmeno conoscerne il significato, evidentemente rassegnato e abituato a pazientare (etimologicamente: a patire) di fronte ai rappresentanti delle istituzioni pubbliche. Ci saranno poi altri due momenti in cui il secolare scontro con l'italica burocrazia sarà fragoroso (e fragorosamente divertente) e cioè la richiesta di Saverio a Ugolone sulle pratiche per aprire un attività di boia (risposta: "ci vuole la licenza!") e soprattutto il celeberrimo episodio della dogana; episodi dove è la stessa reiterazione delle parole (licenza!, licenza!, licenza!..., un fiorino!, un fiorino!, un fiorino!...) a costituire un muro invalicabile, come se le parole ripetute fossero i mattoni con cui è costruito.

Questo modo di raccontare i baratri linguistici in cui le organizzazioni possono sprofondare, dovrebbe mettere in guardia tutti noi dai pericoli dei linguaggi specialistici, che spesso non sono altro che forme mascherate di potere, e spingerci a cercarne degli antidoti efficaci, il primo dei quali è evidentemente il loro smascheramento. Ed è quello che il film di Benigni/Troisi,  ancora oggi, a distanza di oltre trent'anni, fa davvero egregiamente.

Dario D'Incerti

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