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Generatività identità e mentoring nella seconda età adulta

Invito alla lettura di Mary Catherine Bateson, Composing a further life. The age of active wisdom. Vintage Books, 2010 

Di Enrico Viceconte

“E allora vai a casa e finisci il libro!”

“D’accordo,” dico io.

“Allora… Qual è la battuta finale?”

Smetto di pensare.  a un tratto una battuta mi salta in mente. La pronuncio, scandendo bene le parole:

“io non sono mia madre e ho di fronte a me la seconda metà della mia vita.”

Dialogo tra madre e figlia in conclusione del libro Paura dei cinquanta, di Erica Jong

 

Sintesi

Il libro di Mary Catherine Bateson, basato su un metodo biografico, ci mostra un’evoluzione del modello della vita per fasi discontinue, sviluppato da Erik Erikson negli anni ’50-60. Il modello della Bateson, considerando una speranza di vita prolungata, definisce un periodo susseguente alla crisi della mezza età (crisi collocabile oggi tra i 45 e i 55 anni) che chiama seconda età adulta (Adulthood II). Questa fase, tra la crisi di mezza età e il pensionamento, può essere caratterizzata dal successo nella ricerca di una nuova identità e dalla presenza di generatività, vale a dire di desiderio di un confronto con altri per una crescita comune. Per lo spostamento in avanti dell’età pensionistica, questo periodo si potrà sviluppare per quasi una ventina d’anni nel corso dell’ultima fase della vita lavorativa. Una quota importante del ciclo di vita della persona e del lavoratore che, per l’autrice, potrebbe essere l‘età della “saggezza attiva”. Il libro di Mary Catherine Bateson, pur non interessandosi alla vita in azienda, ci parla di transizioni e continuità e dell’importanza, nella ricerca dell’identità e di una visione più ampia e unitaria della propria vita, del confronto a due. Nel dialogo con sé stessi e con un'altra persona è possibile che emergano nuovi schemi di interpretazione della realtà in grado di ricomporre tasselli che apparivano discontinui. Riteniamo che il libro sia una buona lettura per ripensare la natura e gli obiettivi dei processi di mentoring che possono essere immaginati sul posto di lavoro.

 

Oltre la crisi della mezza età

Il post precedente, a proposito del libro “The 100 Year Life, Living and working in an Age of Longevity” di Lynda Gratton e Andrew Scott, poneva il tema dell’allungamento della vita come un’opportunità - disporre più a lungo della risorsa vita - ma anche come una sfida: rendere sostenibile, da diversi punti di vista, un nuovo punto di equilibrio, con una popolazione invecchiata. Ci siamo posti la domanda se, nell’ipotizzare una vita in cui si susseguono fino ad età avanzata discontinuità, transizioni, adattamenti, periodi di esplorazione e formazione, in un mondo in cambiamento accelerato, si sia preso in considerazione il modo in cui il cervello umano cambia nel corso degli anni. In altre parole, se il mondo molto complesso che ci circonda e il mondo molto complesso che è nel cervello e nel corpo di ciascun individuo possano avere lo stesso passo, nel viaggio dell’umanità verso il futuro e di ciascun individuo verso la propria vecchiaia. Per rispondere a questa domanda vorrei consigliarvi la lettura di “Composing a further life. The age of active wisdom” (2010) di Mary Catherine Bateson, linguista e antropologa culturale. Un saggio che ci aiuta a comprendere cosa mai sia una “vita”, la risorsa di cui parla il libro di Gratton e Scott.

 

 

Ci lasciammo con la sensazione che il modello di 100Year-Life fosse insufficiente. Perché ci è sembrato che il saggio, mosso dal lodevole tentativo di cercare soluzioni a un problema, sia stato svolto con eleganza, ma ignorando la sostanziale diversità delle stagioni della mente umana e, allo stesso tempo, abbia confidato in un’improbabile visione e buona volontà delle organizzazioni e della società nel farsi carico dei problemi pratici sollevati dalle vite prolungate. Purtroppo le organizzazioni e le società, anche le più democratiche e ricche di conoscenza, non decidono né con lungimiranza, né con razionalità. Figuriamoci quelle non democratiche e con una diffusa ignoranza.

In un blog che tratta di formazione con un orizzonte molto ampio, questo post, abbandonando la speranza di poter dire qualcosa di utile per i grandi processi decisionali che riguardano le collettività, sul tema dell’invecchiamento della popolazione, vorrebbe esplorare solo la dimensione individuale della vita prolungata, con il tentativo di fornire nuovi spunti a quelle pratiche formative che vanno sotto il nome di counselling, guidance, coaching e mentoring. Pratiche o discipline che si focalizzano sulla carriera e/o sulla vita e che, a volte con ambizioni eccessive, si propongono addirittura con l’etichetta di “consulenza filosofica”, o di guida spirituale (come nel caso delle tecniche della meditazione e della mindfulness). Ci piacerebbe soprattutto che la proposta di lettura possa essere di particolare utilità per i percorsi di “ri-creazione” di lettori giunti alla mezza età.

Esperienze a confronto della mezza età: il metodo biografico

Credo che ce ne sia bisogno. Nel mio lavoro mi capita di conversare, al caffè, con numerosi manager nella fascia 45-55 anni chiamati a parlare in aula della propria esperienza manageriale. Con loro si attiva immediatamente quel rispecchiarsi (io ne ho 63) che Ronald Laing chiamava “inter-esperienza”, l’esperienza che io ho della tua esperienza (e viceversa) attraverso i tuoi comportamenti. Prevalgono nella pausa del caffè, in contrasto con le “magnifiche sorti e progressive” delle slides appena proiettate in aula, le note scure: nuclei depressivi, confessioni di inquietudine per il proprio futuro dopo una vita sempre di corsa: le tre domande che ho lasciato aperte nel post precedente - sull’individuo, sull’organizzazione, sulla società – proiettano un’ombra grigia del futuro per molte persone che pure hanno avuto successo.

Dopo avervi invitato a leggere un post che ho dedicato a “Generazioni in azienda, Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”,  un libro a cura di Maria Cristina Bombelli, arriverò al libro della Bateson, partendo dall’idea che di una vita, nostra o di un altro, facciamo esperienza dell’istante presente. Tutto il resto è biografia, racconto, ombra del passato. Ma anche pianificazione e aspettativa, ombra del futuro, che è un tipo di costruzione mentale di cui è regista la nostra corteccia cerebrale, che rende gli umani molto diversi dagli altri esseri viventi. Questo ci incoraggia a credere che un dialogo formativo debba avvalersi di un approccio biografico evoluto. Perché una biografia è qualcosa di sostanzioso. Il raggio di luce che trafigge il momento presente del nostro cammino è immerso nell’ombra del passato e in quella del futuro che sono la nostra vita.

Ho davanti numerose crisi della mezza età di manager che hanno spremuto il massimo del proprio potenziale produttivo nella prima metà della propria carriera. Resta davanti la seconda metà. Trascrivendo il contenuto di una lapide di Spoon river, nel commento al libro della Bombelli, dichiaravo di non saper cosa fare per loro.

Trovo oggi d’aiuto il libro di Mary Catherine Bateson.

Una biografia racconta prevalentemente in ordine sequenziale e progressivo, ma senza escludere un va e vieni tra flash back (analessi) e flash forward (prolessi), eventi “significativi”, accompagnati da stati d’animo, a volte piacevoli o felici, a volte spiacevoli o infelici. Una pianificazione della vita, invece, tiene conto di desideri, speranze, paure; risorse e vincoli reali o presupposti; asset materiali e immateriali in cui confidiamo con diversi gradi di fiducia. Quando pensiamo a una vita, pensiamo dunque a un costrutto mentale. Mi piacerebbe parlare di allungamento della vita – e delle sue conseguenze a livello individuale - partendo da queste premesse e quindi potendo disporre dell’immenso materiale biografico della scrittura e della letteratura, traccia di un numero immenso di tali ricostruzioni mentali.

C’è l’imbarazzo della scelta, con la possibilità di attingere non solo alle biografie di persone realmente esistite, ma anche di personaggi immaginari, modelli di alcuni pattern narrativi di base che appartengono, in modo stilizzato o realistico, a tutti noi. Oppure, come nel caso di Dante Alighieri, a persone reali che raccontano proprie esperienze immaginarie, in chiave metaforica o simbolica. In articoli precedenti sullo storytelling troverete qualcosa di più sul raccontare storie: sul grande potenziale cognitivo di questa pratica umana, ma anche sui possibili inganni. L’universo in cui viviamo è permeato di un’infinità storie, ciascuna delle quali ci parla di un universo permeato di storie. L’Ulisse raccontato, racconta a sua volta storie incassate dentro una storia. Il Mediterraneo costellato di isole in cui si svolgono i racconti incrociati del poema è una cosmologia, fatta di storie, che appartiene a tutti.

La scelta di una biografia

Per sottrarmi all’imbarazzo della scelta di quale biografia analizzare, mi piace guardare, prima che alle vite immaginarie di Ulisse o di Telemaco, a quella reale di un altro viaggiatore. Torno a quel Gregory Bateson di cui ho scritto qualche mese fa a proposito di storytelling. Un uomo che ha conosciuto le isole del Pacifico e un milieu stimolante negli Stati Uniti e ha dato un contributo non solo all’antropologia, ma anche alla logica, alla teoria dei sistemi, alla psichiatria e alla conoscenza della mente umana. Mi muovo a partire dalla sua crisi della mezza età raccontata dalla figlia, Mary Catherine Bateson.

“Alcuni di voi conoscono mio padre, Gregory Bateson, come un grande antropologo, un grande pensatore.  Nel mezzo della sua vita, però, egli ha attraversato un passaggio difficile durato per un po’ di tempo.  Da un momento all’altro ebbe un periodo di incertezza riguardo alle sue fonti di sostentamento economico. La sua carriera a quel tempo appariva totalmente discontinua. In origine era un biologo. Poi si interessò all'antropologia partendo per la Nuova Guinea, un paio di viaggi di studio di cui non ha mai scritto. Poi a Bali. Durante la guerra ha scritto un'analisi dei film di propaganda e si è occupato di guerra psicologica.  Poi fece uno studio sulla comunicazione in psicoterapia. In seguito ha lavorato sull'alcoolismo e la schizofrenia, poi sui delfini e sui polpi. In qualche modo si trasformò in un filosofo. Mentre stavo mettendo insieme la memoria, una delle cose di cui mi sono accorta è che solo quando mio padre ha riunito i suoi articoli - tutti scritti in contesti molto differenti per un pubblico molto diverso, con argomenti apparentemente diversi - e li ha inseriti nel libro intitolato "Steps to an Ecology of Mind", gli divenne chiaro che aveva lavorato sulla stessa questione tutta la sua vita: il filo continuo attraverso tutto il suo lavoro era un interesse per i rapporti tra le idee.

Le interruzioni che lo costrinsero a cambiare il suo obiettivo di ricerca furono crisi assolutamente determinanti per ascendere lungo la scala gerarchica dei “tipi logici”, consentendogli di vedere la continuità tra le cose a un livello alto di astrazione. La sua intuizione, la sua comprensione di ciò su cui aveva lavorato per tutta la sua vita, era il risultato di una ricerca, a volte disperata, di una continuità oltre le discontinuità.

Quando ho iniziato a scrivere “Composing a life”, il problema di cui volevo scrivere era il problema della discontinuità.”

Traduzione di Enrico Viceconte da Mary Catherine Bateson, Composing a life story, pubblicato in “The Impossible Will Take a Little While: Perseverance and Hope in Troubled Times” a cura di Paul Loeb

Mary Catherine Bateson (1939), antropologa e saggista, è la figlia di Gregory Bateson e della grande antropologa Margaret Mead e il testo che avete appena letto è incastonato dentro al racconto della genesi del libro della Bateson, “Composing a Life” che è stato un best-seller negli Stati Uniti.

L’idea di Composing a life era che una vita si compone come un’opera d’arte con elementi eterogenei e tra loro discontinui (il termine “composing” allude proprio a questo) e che il senso che gli si attribuisce viene dopo, assieme al filo conduttore che unisce. Après coup, avrebbe detto Lacan, sviluppando un concetto freudiano. Nelle discontinuità, nei periodi di transizione, che sono spesso quelli legati a crisi che vengono dalla vita lavorativa, spesso si può – come successe al padre -  salire di un gradino nella scala dell’astrazione e guardare i diversi tasselli da un po’ più in alto, vedendo la continuità e attribuendo un senso. Che può essere anche arbitrario e soggettivo ma che arricchisce la lettura di una certa connessione e continuità delle parti. Il gesto del pittore che si allontana dalla tela, per osservare assieme sia il proprio lavoro sia il soggetto del quadro. Un gesto che Michel Foucault ha fatto notare all’inizio di “Le parole e le cose”, osservando il dipinto di Velásquez Las Meninas (in figura): un sorprendente autoritratto del pittore nel suo studio (affollato di personaggi eterogenei) con uno specchio sullo sfondo della stanza in cui si riflette chi osserva la scena.


Nel 2010, Mary Catherine Bateson ha dato un seguito a “Composing a life” con il libro “Composing a further life“ di cui consiglio la lettura, che si occupa dell’ultima fase della vita umana, che il progresso rende sempre più lunga. L’incontro con la Bateson e con suo padre ci dà dunque l’opportunità di riflettere ancora – ma con un occhio diverso - sui temi della vita prolungata, di cui abbiamo parlato nella recensione precedente.

Oltre la crisi della mezza età

La midlife crisis del padre, raccontata dalla figlia, si riferisce a quella “selva oscura” in cui ci si può trovare “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Come nella “Commedia” di Dante Alighieri, per Gregory Bateson quella crisi fu foriera di un processo di “discesa” e poi di “ascesa” la cui metafora è nelle tre cantiche dantesche.  Un percorso di evoluzione per alcuni ma che, crediamo, possa essere involutivo per altri, che rischiano invece di avviarsi (perdendosi nei dettagli del quotidiano) verso una “quieta disperazione”, usando l’ossimoro di un verso di Thoreau, che può essere anche quella che alcuni definiscono “disperazione appresa”. Una biforcazione dell’evoluzione della vita. Per l’antropologo – uomo dotato di grande curiosità - ha corrisposto alla consapevolezza filosofica della “struttura che connette” ciò che appare disconnesso e discontinuo (the pattern that connects). Un processo in cui la figlia, Mary Catherine, nel corso degli anni, è stata coinvolta intrattenendo e trascrivendo dialoghi col padre. Dialoghi in cui le domande superano le risposte e rimangono quasi sempre aperte. “Metaloghi”, così li chiama Bateson, il primo dei quali pubblicato in appendice di Mente e Natura (al termine, fecondo, della crisi di mezza età e a pochi anni dalla morte), gli altri in un successivo libro a quattro mani, pubblicato postumo, che del padre è il testamento spirituale, scritto in gran parte dalla figlia, a partire da appunti. “Dove gli angeli esitano”.

«Gregory – scrive Mary Catherine del padre - si era via via reso conto che l’unità della natura da lui asserita in Mente e natura era comprensibile forse solo attraverso il genere di metafore cui ci ha abituato la religione, e capì anzi di essere ormai prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. Spesso è la parola stessa religione a scatenare da sola i fraintendimenti. Il titolo del libro esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti a interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono dal suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio». Dal risvolto di copertina di Dove gli angeli esitano.

Il “sacro” di Bateson, che è sempre rimasto un ateo, non coincide col “sacro” delle religioni. E’ quello che egli chiamava «lo scheletro della verità». Dopo la crisi, come nella metafora della Commedia di Dante, Gregory inizia a pensare con “una saggezza diversa e un diverso coraggio” in modo diverso. Scrive: «pensare in modo sistematico al processo mentale come processo distinto dalle semplici sequenze fisiche o meccanicistiche, senza tuttavia dover pensare a due “sostanze” separate». Se “teoria”, etimologicamente, è “visione del sacro”, la maturazione di Gregory assume il senso della maturazione “teorica” che avviene dopo la svolta della mezza età.  La cosa che ci colpisce è la funzione che Gregory attribuisce al dialogo con la figlia, la generazione che segue, come se si rendesse evidente il pensiero che le idee abbiano vita propria, oltre le cose a cui si riferiscono (ad un tipo logico gerarchicamente diverso) e una propria evoluzione nel quadro dei grandi processi stocastici come l’evoluzione della specie. La scelta di far emergere le domande e le risposte da un dialogo intergenerazionale, da un lavoro intellettuale congiunto di padre e figlia, ci sembra gravida di possibili spunti di riflessione per le pratiche aziendali di guidance, counselling, coaching e mentoring.

La fase in più: una nuova stanza da arredare e il ruolo della speranza

Dell’allungamento della vita, in modo non dissimile da quanto diranno Gratton e Scott ma con un tocco metaforico simile a quello del padre, trasformando la dimensione del tempo in quella dello spazio (una stanza in più invece di venti anni in più), scrive Mary Catherine in “Composing a further life

“Immagina una casa che è stata tua per molti anni, alla quale inaspettatamente hai l’opportunità di aggiungere una stanza. Quale sarà la stanza? Darà risposta a un bisogno di cui non eri consapevole quando hai deciso di trasferirti lì? Potresti, per esempio, aver deciso ora di avere bisogno di uno studio o di una palestra. Oppure quella stanza ti potrà dare l’opportunità di svolgere meglio qualcosa che già facevi e per cui non ti bastava lo spazio?  Forse hai sempre amato i libri e hai scaffali pieni il giro per la casa, adesso potrai raccogliere quei libri in una stanza che chiamerai “biblioteca”. Potresti non aver mai avuto una stanza in cui ospitare qualcuno e adesso puoi offrire ospitalità a tuo figlio e a tua nuora con una nuova generazione di bambini (una sola stanza sarà sufficiente?). Potresti voler coltivare un hobby, come intagliare il legno, o dedicarti a una causa che ti sta cuore, utilizzando la stanza come ufficio?  Potresti essere diventato appassionato di alta cucina e desiderare una cucina più attrezzata. Potresti semplicemente usare questa opportunità per ampliare il tuo tradizionale soggiorno in un modo nuovo ed esclusivo, con più spazio, più finestre, un camino. La prima cosa che scoprirai quando aggiungerai una stanza a una casa, sarà che “aggiungere” è una parola sbagliata, perché il modo in cui userai tutto il resto della casa, i modi nuovi in cui organizzerai il tempo e persino le tue relazioni, sarà influenzato dal cambiamento. Le stanze esistenti saranno usate differentemente, i rumori avranno un’eco diversa, le sensazioni legate alla comunità e alla privacy saranno nuove. Spostando gli oggetti familiari nella nuova stanza si creeranno vuoti che verranno riempiti acquistando nuovi oggetti. Una nuova stanza non è semplicemente uno spazio annesso al lato Est o al lato Ovest della casa, essa rappresenterà una nuova configurazione dell’intero edificio e delle vite che esso ospita. Questo è ciò a cui assomiglia la longevità che abbiamo acquisito. Negli Stati Uniti, non abbiamo solo aggiunto anni alla vita (30 nel ventesimo secolo; di cui 20 a partire dalla seconda guerra mondiale), che sono giustapposti alla fine della vita. Noi abbiamo cambiato la forma e il significato della vita in un modo che ancora non comprendiamo completamente. … Evidentemente, qualcosa di ancora più profondo è successo: noi stiamo evolvendo in una specie differente, che vive in una nuova nicchia dell’ambiente sfidati ad adattarci in modi nuovi. “ (Traduzione di Enrico Viceconte)

Gli studi universitari di Mary Catherine, alla fine degli anni ’50, furono di linguistica e di lingua e cultura araba. Per molti anni Mary Catherine visse in Iran e nelle Filippine. Racconta Mary Catherine che nel suo primo giorno in cattedra, giunse in aula la notizia dell’assassinio di Kennedy. Uno di quegli eventi che segnano la memoria di una generazione, quando ogni persona di quella generazione ricorda esattamente dove fosse e cosa stesse facendo nel momento in cui ha appreso la notizia. I giorni successivi, per Mary, furono di osservazione delle reazioni delle persone. E rimase molto colpita del fatto che l’evento fosse vissuto da tutti quelli che incontrava come una ferita alla speranza. Il concetto di speranza divenne a quel punto per lei centrale. Per cui decise di abbandonare l’insegnamento della linguistica e avvicinarsi ai temi che erano al centro degli studi di una coppia di coniugi, psicologi e amici di famiglia. I coniugi erano Erik e Joan Erikson. Negli anni successivi Mary Catherine si propose come assistente volontaria nel corso che Erik teneva sul tema delle fasi del ciclo della vita.

Erik Erikson (uno dei più influenti psicologi espressi dalla cultura statunitense, allora professore ad Harvard) e la moglie si erano occupati di fasi della vita. Il loro modello, che derivava dalla suddivisione freudiana della vita in stadi che si susseguono, aveva molto a che fare con i concetti di speranza e di disperazione.

Nel modello di Erikson – racconta Mary Catherine - in ciascuna delle fasi della vita l’individuo fa leva su dei punti di forza, che egli chiama “virtù” (virtues) secondo un’accezione latina del termine, che è affine al concetto di forza. La più importante di queste “forze” è la speranza. Credo che sia corretto collegare il termine “hope” usato da Erikson e da Bateson anche alla fiducia e al confidare. Potemmo dire che la speranza possa essere considerata un asset, così come lo abbiamo definito nel post precedente.

Riconoscere le discontinuità

Nella prima infanzia, ad esempio, si assiste all’evoluzione del conflitto tra fiducia e sfiducia (basic trust e basic mistrust). Nella fase senile della vita, Erikson mette al centro il conflitto tra quelle che definisce “integrità” (Ego integrity) e “disperazione” (despair). In questa fase la virtù in grado di risolvere il conflitto è la saggezza (wisdom) che, in questo modello, è il nome che la speranza assume nella fase di tarda maturità.

La speranza ha dunque una epigenesi che parte dalla primissima infanzia. “Anche nelle infanzie più felici – scrive l’autrice – ci sarà stato un momento in cui un bambino che piange dispera di avere aiuto. Il ripetersi dell’esperienza di sollievo crea una barriera protettiva contro la disperazione che può durare una vita e che sarà una base per la resilienza dell’individuo. Per qualcuno questa diventa una fiducia in un “cosmo benevolente”, o la base per una fede.” (pag.69)

L’autrice, ricordando il messaggio di speranza alla base della campagna di Obama nel 2008, dà alla speranza un ruolo di asset che riguarda anche il futuro, oltre la vita di una singola generazione. “La speranza, nutrita nell’infanzia, fornisce il coraggio di pensare guardando al futuro dei nipoti e dei pronipoti, divenendo ingrediente di ogni impegno sul lungo termine.” E’ il concetto eriksoniano di “generatività”, che presuppone la volontà di un lascito alle successive generazioni. Le “virtù” che, negli anni ’60 del secolo scorso, Erikson vede emergere dalla risoluzione delle crisi di ciascuna delle 8 fasi in cui egli divide la vita sono le seguenti:

STAGE: PSYCOLOGICAL CRISES

AGE

QUESTION

BASIC STRENGHT

1. Infancy: Basic Trust vs. Basic Mistrust

0-23 months

Can I trust the world?

Hope

2. Early Childhood: Autonomy vs. Shame, Doubt

2–4 years

Is it okay to be me?

Will

3. Play age: Initiative vs. Guilt

4–5 years

Is it okay for me to do, move, and act?

Purpose

4. School age: Industry vs. Inferiority

5–12 years

Can I make it in the world of people and things?

Competence

5. Adolescence: Identity vs. Role Confusion

13–19 years

Who am I? Who can I be?

Fidelity

6. Young adulthood: Intimacy vs, Isolation

20–39 years

Can I love?

Love

7. Adulthood: Generativity vs. Stagnation

40–64 years

Can I make my life count?

Care

8. Old Age: Ego Integrity vs. Despair

65-death

Is it okay to have been me?

Wisdom

 

Dopo il lavoro all’università con Erikson, Mary Catherine comincia a lavorare sui materiali biografici che raccoglie nel libro “Composing a life”. Giunge infine in “Composing a further life”, al proprio modello del ciclo vitale, compatibile con una vita prolungata.

Tra una fase e un'altra può capitare che si inserisca un intervallo sospeso di crisi (moratorium) in cui l’individuo può allontanarsi da ogni impegno e vagare alla ricerca di una nuova identità. Si aggiunge poi, alle fasi di Erikson, una nuova fase, che Mary Catherine chiama “seconda età adulta” (Adulthood II) che riepiloga, in un’età più avanzata, le fasi di adolescenza (con la sua crisi di identità), di prima maturità (con il suo desiderio di amore), e infine di maturità col suo desiderio di “generatività”. La seconda età adulta è, nel modello della Bateson, la “stanza in più” che il progresso ci ha donato: uno spazio di trasformazione (il corpo e la pelle cambiano come cambiano in un adolescente) e, attraverso la crisi, si apprende in senso lato (nel corpo e nella mente) e si genera, nel percorso di crisi e ricerca, una nuova identità.

Nella seconda età adulta, nel modello della Bateson, si sviluppa una “saggezza attiva”, che è l’evoluzione matura della generatività (caratterizzata dal dare). Nella transizione alla vecchiaia questa diventa “saggezza ricettiva” (caratterizzata dal ricevere) e si accompagna a un atteggiamento di complessiva umiltà, nella considerazione complessiva del quadro della vita in cui trova tregua il proprio desiderio di identità.

STAGE: PSYCOLOGICAL CRISES

BASIC STRENGHT

1. Infancy: Basic Trust vs. Basic Mistrust

Hope

2. Early Childhood: Autonomy vs. Shame, Doubt

Will

3. Play age: Initiative vs. Guilt

Purpose

4. School age: Industry vs. Inferiority

Competence

5. Adolescence: Identity vs. Role Confusion

Fidelity

Possible moratorium

 

6. Young adulthood: Intimacy vs, Isolation

Love

7. Adulthood I: Generativity vs. Stagnation

Care

Possible moratorium

 

*. Adulthood II: Engagment vs. Withdrawl

(reprise of 5, 6, 7)

Active Wisdom

8. Old Age: Ego Integrity vs. Despair

(reprise of, 4, 3, 2, 1)

Receptive wisdom, Humility

 

 

Qual è il ruolo dell’altro e della sua esperienza nel percorso per fasi? Il libro Composing a further life ci aiuta a comprendere l’aiuto che ciascuno di noi può ricevere dall’altro e ci consente di passare, nella seconda parte di questo contributo, alla natura di quel gesto con cui ci si allontana dalla tela del quadro, dai particolari, dalle discontinuità, dall’eterogeneità delle esperienze, per cogliere “the pattern that connecects“. Un gesto che può nascere, come è capitato con Mary Catherine e suo padre, come progetto “aperto” di due persone che dialogano.

Ci potremo dunque dedicare, nel seguito, all’analisi di pratiche di formazione che assumono diverse forme: il coaching, il counselling, il career guidance. Ci dedicheremo con particolare curiosità alla figura del “mentore”, e del ruolo che questa può svolgere nel processo di crescita di una persona nell’organizzazione. I possibili venti anni in più di vita trascorsi in carriera, che abbracciano e superano la crisi della mezza età, fanno subito venire in mente che la seconda età adulta, col suo rinnovato potere generativo, possa produrre mentori in grado di generare crescita. E che ad un anziano si possa rinunciare a richiedere produttività e invece aspettarsi generatività. Un cambiamento di aspettativa al quale, ci sembra, le aziende sono impreparate.

Descrivemmo, in un post precedente, la passione che vivifica oggi la Microsoft. Nel passaggio del testimone dell’operatività tra il ragazzo prodigio che fu Bill Gates (1955, baby boomer che ha visto il ‘68) al più giovane Satya Nadella (1967), la cultura “statica” della performance vuole trasformarsi in cultura “dinamica” della crescita. Gran parte del libro che recensimmo, che dobbiamo a Carol Dweck è sul rapporto che esiste tra qualcuno che cambia e qualcuno che assiste al cambiamento o lo promuove (genitore, capo, coach). L’idea di Dweck è che guardare al cambiamento di mindset, piuttosto che al cambiamento dei comportamenti che danno luogo ad incremento di produttività misurabili, sia una rivoluzione da compiere. Un gradino più in alto nella gerarchia dei tipi logici, avrebbe detto Gregory Bateson. Un’ascesa che può essere avviata da una “leadership generativa”. Noi crediamo anche che si debba basare anche su nuove figure di affiancamento e che il principio sotteso al mentoring sia da sviluppare in modo molto più profondo di quanto si sia fatto sinora. E che il libro della Bateson sia di aiuto. Ci interessa, della biografia di Bill Gates, più che l’impresa di rivoluzionare un settore industriale e diventarne un leader mondiale, la scelta, a sessanta anni, di lasciare l’operatività e la produttività per porsi su un gradino più alto della gerarchia dei tipi logici, assecondando il proprio desiderio di generatività: la saggezza attiva. Una scelta che ci sembra assomigliare a quella di Marco Aurelio, guidata dalla consapevolezza (del pensiero stoico) della necessità di allontanarsi mentalmente, a una certa età, dai campi di battaglia, dal dettaglio delle cose, per perseguire la saggezza ed insegnarla ad altri.


 

 

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