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4.0 è una rivoluzione? Prima Parte

Invito alla lettura di “Industria 4-0: interpretare il nuovo paradigma dello sviluppo”, numero monografico di Industria, Rivista di Economia e politica industriale, 3/2016

Illustrazione di Christoph Roser http://www.allaboutlean.com https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47640595

"Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo”  

"E rinasce il grande ordine dei secoli" Virgilio, IV Ecloga

 

Sentire l’arrivo di una rivoluzione

Si racconta che Nixon avesse chiesto a Ciu En-Lai, il braccio destro di Mao, un giudizio sulla rivoluzione francese e che il leader cinese, avesse risposto “è presto per giudicare”.

Mi hanno chiesto talvolta di pronunciarmi sulla “quarta rivoluzione industriale” e sono stato tentato di rispondere con la stessa proverbiale pazienza politica “cinese”, prendendo tempo, oppure cercando di usare la prudenza metodologica di uno storico. Credo infatti che il giudizio sulle rivoluzioni abbia bisogno di tempo. La cronaca, le notizie, ci mettono in fibrillazione e non ci consentono di vedere le onde lunghe dei fenomeni che cambiano il mondo.

Alla ricerca di un giudizio, mi sono fatto l’idea che sia difficile accorgersi che si è all’inizio di una rivoluzione industriale. Infatti a molti della mia attempata generazione era sfuggito di essere passati dalla seconda alla terza. E forse non ci saremmo accorti del passaggio dalla terza alla quarta se non fosse per un gran baccano là fuori. Si racconta che Luigi XIV, appena svegliato, sentendo un gran frastuono nel giorno della presa della Bastiglia abbia chiesto al suo attendente: “cos’è? Una rivolta?” e che gli fu risposto: “No. Sire. E’la rivoluzione.“

A proposito, quanti lettori, soprattutto ingegneri, mi sanno dire su due piedi in cosa sono consistite quelle due altre rivoluzioni industriali? L’ingegnere, per sua forma mentis, non si perde in astrazioni come lo stabilire cosa sia una rivoluzione e cosa sia invece la soluzione ingegneristica di problemi per la quale viene retribuito.

Sento oggi alla finestra un gran frastuono di voci che acclamano la nuova era 4.0. E qualcuno mi dice che è una rivoluzione. La scrittura del post deriva da una mia curiosità circa l’effettiva portata rivoluzionaria di alcune cose che stanno succedendo grazie alla disponibilità, a prezzi ragionevoli, di una combinazione di tecnologie. Se è veramente in atto una rivoluzione, non voglio perdermene neanche una battuta!

Ci sono due modi di reagire al presentimento di una rivoluzione: temerla come foriera di disastri, oppure desiderarla come palingenesi, come era nel verso di Virgilio scritto dopo l’epoca logorante delle guerre civili. A me la tecnologia piace, e ancora di più piace la scienza da cui deriva. Quindi mi piacerebbe pensare che da una rivoluzione in fabbrica possa nascere la fabbrica di una rivoluzione pacifica e di un’età dell’Oro: che sia l’inizio di un nuovo “ordine dei secoli” o almeno, come dicono alcuni, di un “rinascimento industriale”.

Un nuovo approccio alla politica industriale

Lo spunto per questo post nasce da una ricerca che ho condotto per piacer mio nella biblioteca di Stoà, sfogliando riviste, tra le quali, come mi capita spesso, trovo molto interessante e autorevole “L’Industria, Rivista di economia e politica industriale”.

Il numero 3/2016 raccoglie contributi del Direttore, Enzo Pontarollo, di Daniele Marini, Alberto Baban, Innocenzo Cipolletta, Annalisa Magone, Franco Mosconi, Michele Lo Re, Eleonora Veglianti e Umberto Monarca.

Ritengo la lettura di una rivista così seria e riflessiva come un salutare antidoto al gran clamore – a volte un po’superficiale - che c’è in giro per il mondo intorno all’Industria 4.0.

L’espressione Industria 4.0 è stata utilizzata per la prima volta durante la Fiera di Hannover del 2011, ricorda Enzo Pontarollo nel suo editoriale. Nel 2013 l’Accademia tedesca di Scienze ed Ingegneria lo ha riproposto in un rapporto al governo. Il rapporto riconosceva alla Germania una capability essenziale nel coniugare tecnologie, ricerca e istituzioni e concludeva che tale capability può diventare una garanzia di leadership industriale per il futuro. In altre parole: stiamo andando alla grande – dicono i tedeschi - diamoci più da fare sulla digitalizzazione e combiniamola con la nostra ottima manifattura! Detto fatto, il Governo federale sforna un piano industriale e finanziario (30% pubblico e 70% privato) con una visione di lungo periodo e la collaborazione tra istituzioni e centri di ricerca come il Max Plank Institute e come il Fraunhofer Institute che coordina 66 istituti di ricerca e 24mila ingegneri.

I punti di vista nello “speciale” de L’industria

Daniele Marini, a proposito del piano italiano, che ricalca le linee di quello tedesco, ricorda che tra il dire e il fare, qui da noi, c’è un processo di progettazione ed esecuzione che, a giudicare dai risultati dei precedenti piani industriali, è tutt’altro che scontato. Le imprese manifatturiere italiane, rileva Marini, in modo sparso e senza una regia complessiva, coi propri mezzi, sono già in fase di adozione di alcune delle tecnologie abilitanti, senza aspettare un piano con le bacchette magiche degli enabler tecnologici. Da una parte l’autore sembra auspicare finalmente la regia che è mancata in altre occasioni, dall’altra, sembra non credere fino in fondo che questa sia la volta buona. Ma che comunque ce la caveremo come al solito.

Alberto Baban, imprenditore e presidente uscente di Piccola Industria Confindustria, parla di una “potenzialità inespressa” delle imprese italiane e sottolinea come siamo allo stesso tempo i “terzisti dei tedeschi” e tra i loro maggiori fornitori di macchinari meccatronici. L’industriale sottintende che nel mondo del 4.0, indirettamente, ci andremo con la Germania ma in un ruolo intermedio, business to business, in supply chain a guida straniera. Quindi con la difficoltà a leggere il mercato finale. Baban però mostra un certo ottimismo quando afferma che l’automazione spinta promessa da 4.0 potrebbe essere un vantaggio relativamente minore per le nazioni ad alta produttività come la Germania o a basso costo della manodopera e invece potrebbe essere perfetta per noi che abbiamo “30 punti di gap di produttività con la Germania e un costo della manodopera dieci volte superiore a molti paesi balcanici o dell’estremo oriente.”

Innocenzo Cipolletta ricorda, nel suo contributo, che l’Italia è l’ottavo paese manifatturiero del mondo e il secondo in Europa dopo la Germania. Il Paese ha dunque le caratteristiche giuste per avvantaggiarsi delle tecnologie abilitanti del 4.0 “specie se, finalmente terminerà la stretta sulla domanda interna e l’economia italiana potrà riprendere a crescere a tassi più vicini al suo potenziale reale.” Non c’è da preoccuparsi più di tanto di stimolare la crescita dimensionale delle imprese medio-piccole, per assomigliare alla Germania, quanto che siano immaginati meccanismi di “smart regulation” che possano favorire la crescita della domanda interna e che le politiche industriali siano in grado di far sviluppare anche in Italia strumenti di finanza innovativa.

Franco Mosconi, in un articolo che parla delle implicazioni del 4.0 sui distretti industriali italiani, rimarca come, in tutti i documenti europei e nel Piano italiano del 2016, l’enfasi venga posta sulle tecnologie digitali “indipendentemente dai settori”. Il Piano italiano si propone infatti di: “intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali; operare su fattori abilitanti; orientare strumenti esistenti per favorire il salto tecnologico e la produttività; coordinare i principali stakeholder senza ricoprire un ruolo dirigista.” Non è chiaro se le tecnologie abilitanti applicate orizzontalmente favoriscano maggiormente le aziende più grandi (in grado di sostenere i costi fissi dell’innovazione) o quelle più piccole che dalla digitalizzazione potranno avere network più efficienti. Emerge, dal contributo di Mosconi, la consapevolezza che la vera criticità sarà nel reperimento delle competenze e quindi nel sistema educativo e che “in questo senso l’esperienza emiliano-romagnola degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) è un esempio a cui guardare.”

Non mi soffermo ulteriormente su tutte le analisi molto ben argomentate contenute su “L’Industria”. Se vi interessano, vi invito a farvi spedire il numero della rivista per leggerle. Cercherò piuttosto, in una rubrica che si occupa di idee per il management, di esprimere un’opinione sul concetto di 4° rivoluzione industriale.

E’ davvero una rivoluzione?

Il diagramma che segue, ricavato da Google Trends, mostra che la locuzione Industry 4.0 e quella “fourth industrial revolution”, dal 2013 procedono di pari passo nel loro tasso di adozione. 

 

 

In rosso: “fourth industrial revolution”. Numero risultati Google oggi: circa 484.000 (0,44 secondi)

In azzurro: “industry 4.0”. Numero risultati Google oggi: circa 623.000 (0,59 secondi)

La scala dei tempi e la forma della curva mi sembrano compatibili più con la consueta parte inziale di un ciclo in cui è rappresentato il tasso di adozione di una tecnologia che a quello di una rivoluzione. Quel tipo di curve di crescita rispetta una funzione “logistica”, a forma di esse; infatti poi la curva prima o poi si appiattisce. Infine l’adozione si interrompe perché la tecnologia viene soppiantata da una nuova tecnologia, come nel classico ciclo di vita del prodotto che si studia nel marketing. Poiché le curve non si riferiscono direttamente all’adozione delle tecnologie 4.0 ma si riferiscono all’uso di quelle locuzioni nelle ricerche su Google, in quel caso, siamo in presenza dell’adozione di un concetto, di un nome e di un accorgimento retorico, più che di una tecnologia. Cosa che ricade nel novero delle mode e delle infatuazioni, che spesso difettano di sostanza. Spesso le rivoluzioni avvengono senza baccano e senza gli squilli di tromba e proclami. Sono rivoluzioni silenziose.

I due tracciati, se considerati significativi di un’adozione tecnologica, possono anche essere sovrapposti a un segmento di curva esponenziale e ci viene il sospetto che ci appaia una rivoluzione semplicemente la sensazione che percepiamo oggi dell’accelerazione iniziata qualche decina di migliaia di anni fa, quando abbiamo cominciato a usare la corteccia cerebrale e le mani in un modo originale. Se il cambiamento è accelerato il numero di innovazioni che appaiono in un decennio della nostra vita possono diventare così tante da metterci a disagio. Come spiegammo a proposito delle teorie del direttore dell’ingegneria della Google, Ray Kurzweil, quando ci sono connessioni tra le innovazioni e sono possibili flussi di idee, come è sempre avvenuto da quando mondo è mondo, il tasso complessivo di innovazione cresce esponenzialmente, a meno che non mi trovo in una tribù isolata di un’isola della Nuova Guinea o della foresta amazzonica dove il tempo scorre più lento, a causa delle poche connessioni col resto del mondo.

Piuttosto, avverte Kurzweil, pensiamo al momento in cui il sistema “corteccia-cerebrale + mani” avrà prodotto – intorno alla metà di questo secolo - una neocorteccia oltreumana, nel cloud, più performante di quella umana. Quella, forse, la potremo considerare una “singolarità” piuttosto speciale. Quello che sta avvenendo in questi “anni 10” del secolo potrebbe non essere altro che un’avvisaglia della singolarità.

Ce n’est qu’un début”, si proclamava nei cortei del ’68 francese. Annunciando però una rivoluzione che poi non c’è stata.

La struttura delle rivoluzioni industriali

Una rivoluzione scientifica, diceva l’epistemologo Thomas Samuel Kuhn, è tale se si rovescia un “paradigma”. Ad esempio la rivoluzione copernicana che ha assunto una valenza antonomastica. Ci sono dei pensatori continuisti che credono che il progresso avvenga con continuità darwiniana e, parlando di scienza, secondo un processo popperiano di progressivo debugging, e altri pensatori che credono in un progresso discontinuo, come Gould e la sua evoluzione delle specie per equilibri punteggiati, oppure, Kuhn per la scienza.

Se pure adottassimo il punto di vista discontinuista di Kuhn e di Gould, mi sembra che non si sia rovesciato alcun paradigma e che quindi Industry 4.0 sia una cosa interessante, ma non una rivoluzione. Che non ci sia stato quel passaggio dal 3.0 al 4.0. ma che potremmo tranquillamente trovarci nel 3.5 o nel 3.5.2., ammesso che etichettare il progresso come le release di un prodotto sia una cosa intelligente e non piuttosto una nostra inguaribile product-centricità che si esprime sventolando un brand indovinato.

A proposito. Uno dei pilastri della presunta rivoluzionarietà dell’industria 4.0 è la “customer-centricità”. Che è vista come la risposta della 4° rivoluzione alla “producer-centricità” della prima, della seconda e della terza. Paradossalmente, chi enuncia questo, mette contemporaneamente al centro le tecnologie abilitanti del 4.0, la cui combinazione è un prodotto spinto verso un cliente in un settore industriale (prodotto che consiste nell’integrazione “cyberfisica” dei sistemi d’automazione condita con la seduzione di un “brand” orecchiabile atto a far sentire un troglodita chiunque si senta ancora 3.0) come se le tecnologie, che sono mezzi, determinassero la rifocalizzazione dei fini e non viceversa. Scopi e mezzi si determinano circolarmente e la tecnologia è un mezzo e una risorsa, non un fine: è la strategia, ragazzi! Ma forse ho capito male.

Credo che un produttore di asce di selce del neolitico fosse adeguatamente customer-centric e sapesse progettare soluzioni tecnologiche perfettamente integrate al braccio e al gesto del cacciatore, alla tipologia di caccia in uso e alle caratteristiche della preda. Ci sembra dunque che non ci sia alcuna rivoluzione copernicana in atto. Solo la percezione del cambiamento che, per il suo andamento accelerato, ci sembra foriero di novità all’interno della nostra generazione e di interrogativi per le generazioni dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ci risulta che ogni generazione si sia entusiasmata o preoccupata delle novità legate alla percezione dell’accelerazione del cambiamento. Platone, se non sbaglio, si interrogava e si preoccupava a proposito del cambiamento legato al passaggio tra l’oralità e la scrittura.

Le rivoluzioni non nascono dalle tecnologie più di quanto le tecnologie nascono dalle rivoluzioni. Armi e acciaio hanno creato il lungo corso della storia, come ha scritto Jared Diamond, assieme alle epidemie. Ma, come dicemmo a proposito della storia, parlando di un libro di Marshall Sahlins, ci sono i “lineamenti strutturali” di lunga durata ed eventi che appaiono e scompaiono inter-agendo con le strutture in modo non irrilevante. E poi ci sono le tecnologie che sono adottate quando rispondono a uno scopo che non sono esse a determinare. Una tecnologia disponibile (che è un mezzo) che non risponde a un fine, semplicemente, non sarà adottata. I giapponesi, che nel 600 erano molto avanzati nell’adozione e nella fabbricazione delle armi da fuoco, decisero politicamente di isolarsi dal mondo per duecento anni, tornando alle spade dei samurai per risolvere i conflitti interni, per poi diventare, 200 anni dopo, di nuovo bravissimi a costruire armi da fuoco quando si riaprirono al mondo esterno con la volontà di belligerare (Diamond, 2005).

Scopi e mezzi si determinano circolarmente e questa è l’essenza del pensiero politico e strategico che ci serve per pianificare azioni future. E’affascinante il modo in cui un curioso primate con due mani e il pollice opponibile, sia capace di combinare e integrare le cose, se la combinazione vale la pena. L’adozione di tecnologie, dalla selce scheggiata alla componentistica meccanica realizzata con le tecnologie additive (3D), non procede linearmente e in modo uniforme e la politica, allora come oggi, ha un ruolo importante.

Il cacciatore raccoglitore di una banda di 15mila anni fa era un bricoleur, denominazione creata dall’antropologo Claude Levi-Strauss: se trovava una cosa nuova se la portava alla capanna, in vista di una possible utilità. Dopo averci giocherellato un po’ senza aver trovato un’applicazione utile, la cosa finiva lì. La curiosità cablata nella nostra testa, la capacità di avere una strategia e un piano e di combinare risorse e tecnologie disponibili in vista di un piano o un progetto, ci hanno portato velocemente dove siamo oggi.

La prima rivoluzione industriale è cominciata in Inghilterra, in quegli anni diventata “officina del mondo”, invece che in Francia. Anche se in Francia e non in Inghilterra erano state sviluppate le macchine per la tessitura. Ma la società inglese era pronta ad adottare quelle tecnologie e quella francese no. Anche se avevano beneficiato entrambe le società della luce del pensiero illuminista. Ha contato forse di più la rivoluzione religiosa protestante di quella francese politica, quella contro l’Ancien Regime. Credo che la Bibbia a caratteri mobili di Gutenberg, abbia contato molto di più, nel tasso di cambiamento complessivo, dell’internet of things o delle stampanti 3D. Forse, per la natura della tecnologia, il Cloud potrebbe essere l’equivalente, dell’innovazione di Gutenberg, di quelle di Meucci/Bell e di Marconi. Non c’è sostanziale differenza fra l’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert e Wikipedia, per quanto riguarda il potenziale rivoluzionario.

L’Inghilterra, fino alla metà del settecento, non aveva alcuna preminenza tecnologica. Alle soglie del secolo dello sviluppo, sono gli olandesi che sembrano intendersi di tessitura e di opere pubbliche, i tedeschi di metallurgia, gli italiani di vetrerie e setifici. Né sono contati probabilmente i capitali accumulati perché allora e per molti anni a seguire le industrie erano piccole gli investimenti erano modesti. Insomma conoscenza tecnologica e capitale non furono determinanti. Ha contato forse che ci fosse in Inghilterra una distribuzione del reddito più livellata che in Francia, una domanda sostenuta, una società aperta e che aveva in grande considerazione la scienza. Non so se questa interpretazione possa essere di aiuto passando direttamente dalla prima alla quarta rivoluzione industriale, saltando a piè pari la seconda e la terza. L’inizio dell’industrializzazione inglese potrebbe assomigliare, ma non assomiglia più di tanto perché uno storico non si fa ingannare dai ricorsi, a quell’annunciato sorgere di start-up, di Fab-lab, botteghe di makers, neo-artigiani del futuro, e altre cose oggi di gran moda. Allora, alla fine del 700, per creare un posto di lavoro occorreva un investimento pari a quattro mesi di salario (nel settore tessile). Ma dopo le “start-up” seguirono inevitabilmente gli “scale-up”, e alla democratica prima fioritura di “maker” capitalisti in erba seguì il setaccio di una dura selezione naturale. E dove il gioco si fa duro entrano in gioco i duri.

L’andamento ciclico dell’economia, con le sue ricorrenti crisi, sfoltì il numero di imprenditori adatti alla sopravvivenza. Nel ‘900, per creare un posto di lavoro era necessario un investimento di trenta mesi di salario (Paolo Macry, Introduzione alla storia della società moderna e contemporanea, 1980). Il business diventava una cosa per professionisti del management e non per artigiani.

Una rivoluzione non consiste semplicemente in una serie di tecnologie abilitanti che potrebbero essere adottate grazie, ad esempio, a una finanza agevolata dai governi o alla committenza pubblica, ad esempio quella legata a una politica belligerante che ordina la produzione di armi.

Credo che tra cento o duecento anni uno storico, magari cinese, ci potrà dire qualcosa della quarta rivoluzione industriale, Quali paesi hanno adottato per primi in maniera diffusa quelle tecnologie e con quali effetti economici e sociali. Come è andato il piano della Germania (Industria 4.0 e suoi imitatori), quello degli USA, quello della Cina e quello del Giappone che, per un’adorabile giapponesità, in bilico tra l’estrema umiltà e l’estrema presunzione, chiamano Society 5.0, portandosi avanti col lavoro e proiettandosi nel futuro remoto.

 

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