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Quando un padre

di Mark Williams -  tit. or.: A Family Man - con Gerard Butler, Willem Dafoe, Gretchen Mol, Alfred Molina - durata 108'  - origine USA Canada, 2016.

Una delle principali attività di chi si occupa di sociologia del cinema è capire quanto le narrazioni che si susseguono sul grande schermo (locuzione che oggi, a dire il vero, appare un po' datata) siano frutto o causa dei fenomeni sociali che pretendono di raccontare. Non è tanto un problema di "realismo", vetero o neo che sia, quanto della capacità di intercettare gli umori, i significati, gli stati emotivi o, per dirla con un termine di moda, i sentiment che stanno transitando in quel momento nella società.  

Da  questo punto di vista, non è nemmeno cruciale che si tratti di buono o cattivo cinema, poiché anche nella pellicola (altra parola finita in solaio) più scalcagnata possono rimanere impigliati brandelli di "realtà" da cui ricavare informazioni utili a decifrare alcuni fenomeni che attraversano le nostre società. E' grazie a questo approccio che anche da Quando un padre, opera prima  - modesta - di Mark Williams (noto soprattutto come attore della saga di Harry Potter), si può uscire con qualche idea in più sul tema che il film propone e cioè il difficile equilibrio tra lavoro e affetti, tra famiglia e carriera. 

La vicenda in sé è banale: un manager all'apice del successo, un successo ottenuto grazie a spregiudicatezze assortite e per il quale  - ovviamente! - ha trascurato moglie e figli, si trova di fronte un ostacolo che non può evitare, nella fattispecie la grave malattia del primogenito. Niente di nuovo, si dirà, ché il cinema aziendale è pieno di mogli trascurate e figli ignorati, in nome dell'assunto che nello "spietato mondo degli affari" le cose vanno così. Poi però, guarda caso, accade qualcosa che cambia il corso degli eventi, tipicamente una crisi coniugale, una malattia improvvisa, una catastrofe economica, che pian piano fa riscoprire al cinico di turno i "veri valori della vita". E se il cinico di turno proprio non si vuole ravvedere, avrà la giusta punizione. Una visione della vita e del lavoro che arriva direttamente dai classici alla Frank Capra (v. "La vita è meravigliosa") o alla Billy Wilder (v. "L'asso nella manica") e che ogni tanto riemerge carsicamente e spesso nei momenti di crisi.

Quello che il film di Williams vorrebbe criticare  (e questa è la novità, rispetto ai classici sopra citati)  è  il carattere di pervasività che il lavoro manageriale ha assunto in questi tempi di ininterrotta connessione. E' notoriamente una faccenda controversa: si può pensare che la tecnologia abbia trovato finalmente il modo di  assecondare la  dedizione totale al lavoro dei manager o chiedersi se invece non sia altro che uno strumento perverso nelle mani di una categoria di lavoratori comunque votata alla carriera e al successo ad ogni costo. Il protagonista (un Gerard Butler davvero troppo voluminoso per sostenere credibilmente la parte del villain... in genere nel cinema americano i veri cattivi sono piccoli e segaligni...) sciorina tutto il repertorio del manager dotato di adeguata ipertrofia dell'Ego, che si identifica perfettamente nell'acronimo S.O.B e ogni tanto ricorda alla moglie sfaccendata che non si può avere contemporaneamente il "marito presente/padre affettuoso" e il benessere economico.

Ma ecco, il destino si mette di traverso e il nostro dovrà risistemare le priorità e capire che una cosa è la managerialità nel lavoro e un'altra la managerialità nella vita (a proposito, esiste a Milano una società di consulenza che si chiama, appunto, Manage Your Life) e senza la seconda, la prima è destinata a fallire. 

Siamo comunque a Hollywood e i malati - piccoli e grandi - alla fine guariscono. Ma la lezione è stata imparata e nulla sarà più come prima. E', com'è stato più volte sottolineato dalla critica (e non parlo solo di quella marxista), uno dei modi con cui il capitalismo specialmente americano - di cui il cinema stesso fa ovviamente parte - si lava la coscienza. Si va al cinema, si piange un po' e la mattina dopo siamo già pronti a tornare in ufficio per fregare tranquillamente il collega che ostacola la nostra carriera o il competitor che minaccia  il nostro fatturato, in nome del "business is business". 

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