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L'altro volto della speranza

Regia di Aki Kaurismaki - con Sakari Kuosmanen, Sherwan Haji, Kati Outinen- durata: 98' - origine: Finlandia, 2017.

Chi segue da sempre il cinema di Aki Kaurismaki, sa che ogni suo nuovo film, atteso con trepidazione, non delude quasi mai la speranza di vedere qualcosa di unico nell'appiattito panorama cinematografico internazionale. Non fa eccezione L'altro volto della speranza, Orso d'argento per la regia alla Berlinale 2017, in cui fin dalla prima inquadratura lo spettatore affezionato si ritrova come a casa, avendo fin da subito sotto gli occhi tutti gli elementi - cromatici, figurativi, musicali - cari al regista finlandese.

Il miracolo è che queste costanti immancabili (e ce ne sono molte altre, a partire dai cani...) non provocano mai un senso di noia o di deja vu, ma sono funzionali a portare l'attenzione su ciò che sta davvero a cuore all'autore, che si tiene perciò lontano da ogni inutile virtuosismo registico. E ciò che sta a cuore a Kaurismaki è precisamente l'osservazione degli umani, visti come esseri fondamentalmente mancanti (nel senso che nessuno di noi ha da sé il potere di passare dal niente all'essere) e perennemente in bilico tra solitudine e dipendenza.

Un'osservazione allo stesso tempo imperturbabile e partecipante, per dirla con Malinowski. L'imperturbabilità è resa molto bene dalla recitazione lontana da ogni retorica e dalle inquadrature regolari e quasi statiche (da notare come i  colori degli interni siano generalmente vivaci, pieni di blu, azzurro, rosso e giallo mentre gli esterni sono gelidi,  grigi e opachi...), e la partecipazione è quello che viene richiesto a noi spettatori, in quanto anche noi parte di quel genere umano di cui evidentemente il regista si fida, a dispetto delle brutture che pure ci sono e che non ci vengono risparmiate.

In questo specifico caso poi, l'osservazione è duplice: da un lato seguiamo le vicende di Kahled, un immigrato siriano, fuggito dalla guerra e finito non si sa come in Finlandia, alle prese con la via crucis burocratica che attende ogni sventurato che capiti nella nostra cara Europa (stazioni di polizia, centri per rifugiati, sale interrogatori...) e dall'altro le peripezie di Wikstroem, un attempato commesso viaggiatore che abbandona moglie e impiego, vince dei soldi a una mano di poker e li usa per aprire un  ristorante. Capita però che al primo viene rifiutato l'asilo e il secondo decide di aiutarlo, prendendolo a lavorare con sé. Ecco allora che le due storie magistralmente si incontrano e il ristorante diviene un luogo accogliente e pieno di musica (come sempre eseguita da anziani rockettari che suonano, impassibili e statuari, improbabili pezzi rock/blues pieni di versi strappalacrime), dove regnano libertè, egalitè e fraternitè.

La storia è tutta qua, banalmente si potrebbe dire, ma come spesso accade con i grandi registi, quello che conta è il modo in cui viene raccontata. E il modo è, come detto, quello solito di Kaurismaki, fatto di irresistibile umorismo e apparente innocenza, di gente che senza fare proclami o  riempirsi la bocca parlando invano di etica e solidarietà, fa bene il proprio mestiere, si prende cura del prossimo, generosa in un mondo cattivo (B. Fornara).

Certo, la dimensione del ristorante è forse un po' piccola per pensare che questi gesti di semplice attenzione che si trasforma in cura (lo diceva anche Iris Murdoch: "l'attenzione è il pane quotidiano della cura") possano applicarsi alle organizzazioni più complesse ma al regista piace pensare che dovunque l'essere umano, in quanto nasce senza forma, è un "essere nella possibilità" (E. Stein), chiamato necessariamente ad aver cura di sé e degli altri.

C'è dell'audacia, quasi sfrontatezza, in questo modo di fare cinema, come se fosse davvero rischioso farci vedere come potremmo essere o come potrebbe essere la società in cui viviamo, se solo superassimo la fallace antinomia tra singolarità e relazionalità e passassimo dalle Individual Based Politics alle Connection Based Politics. Il fatto è che l'uomo da un lato nasce già ingombro di se stesso, come diceva Lévinas, e, venendo da una relazione, non può che essere relazionale. Ciò che esiste, infatti, dal momento stesso che esiste, coesiste (J.L. Nancy) e in fondo, tutte le persone hanno bisogni e tra questi bisogni c'è il bisogno di trovare qualcuno che abbia bisogno di noi. Kaurismaki in definitiva scommette sulla possibilità di fare un film su temi di tragica attualità che di solito il cinema tratta in modo lacrimevole e ricattatorio (spesso rifugiandosi nell'ingannevole obiettività del documentarismo) e (come il suo protagonista nella scena del poker) vince la scommessa.

 

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