09222017Fri
Last updateThu, 21 Sep 2017 2pm

Articles

Dal lavoro tradizionale allo Smart Working: che fare?

L’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano definisce il lavoro flessibile come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Si può dire che in Italia un terzo delle grandi aziende è flessibile: infatti molte aziende hanno avviato, in modalità sperimentale o definitiva, forme di smart working.

Il termine smart working (flexible working o lavoro flessibile) inizia la sua inarrestabile ascesa circa una decina di anni fa avendo avuto come antenato importante il telelavoro che era nato e si era già progressivamente affermato nel secolo scorso a fronte di un contesto tecnologico assai meno evoluto di quello attuale. Nel 2016 Vodafone ha commissionato un sondaggio, reso noto con il titolo Flexible Work: Friend or Foe, che ha coinvolto 8000 rispondenti tra lavoratori e datori di lavoro (considerando piccole e medie imprese, organizzazioni del settore pubblico e multinazionali) distribuiti in dieci Paesi e su tre continenti. Il sondaggio evidenzia che il 75% delle aziende a livello globale ha introdotto politiche di lavoro flessibile per consentire ai dipendenti di organizzare in modo più autonomo la propria giornata di lavoro, utilizzando le tecnologie più avanzate per lavorare da casa o in mobilità.

Il fenomeno dello smart working non è solo importante di per sé, ma rappresenta anche una leva critica  di  trasformazione  delle organizzazioni nel loro complesso a fronte delle opportunità  rappresentate dalle attuali tecnologie digitali (Digital Transformation): questo è confermato anche da un recente sondaggio svolto da “World Economic Forum” da  cui emerge che il principale driver socio-economico di cambiamento organizzativo è rappresentato dallo smart working, mentre il mobile e il cloud computing descrivono gli ingredienti principali del driver tecnologico. 

A proposito dello smart working il CPD - Championing better work and working lives sostiene in uno dei primi rapporti di ricerca importanti sul tema una tesi solo apparentemente ovvia: lo smart working non è determinato solo dalla tecnologia, la tecnologia è solo e soltanto un fattore abilitante. Ne consegue che le forme di disegno efficaci dello smart working debbono guardare attentamente all’interazione fra sistemi tecnici e sistemi sociali. Questo modo di vedere le cose è un punto di partenza chiave, che apre la strada alla valutazione dei costi e benefici di modelli e percorsi socio-tecnici alternativi di sviluppo dello smart working.

Ciò che fa la differenza fra telelavoro e smart working è l’ecosistema digitale

Jack M. Nilles, considerato uno dei padri del telelavoro, definisce con questo termine ogni forma di sostituzione degli spostamenti fisici di lavoro con tecnologie dell’informazione come le telecomunicazioni e i computer. Ciò che è veramente cambiato dai tempi pioneristici del telelavoro ad oggi è l’enorme incremento di potenza e pervasività di quello che attualmente può essere chiamato l’ecosistema digitale.

Sempre più negli ultimi anni stiamo assistendo alla diffusione massiccia di dispositivi digitali di diversa natura e forma tanto che tutti pensano non solo di non poter più riuscire a lavorare, ma anche di non poter sopravvivere nel mondo senza internet. L’ecosistema digitale di oggi fa riferimento anzitutto ai personal computer, agli smartphone e ai tablet, ma non solo a questi.

Oggi e in prospettiva acquisiscono sempre più importanza  l’internet delle cose (“internet of things”)  e ancora gli  “wearable devices” come gli smartwatch ed un’ampia categoria di  strumenti indossabili: questi dispositivi sono interconnessi tra loro grazie all’infrastruttura tecnologica evoluta sia dal punto di vista della connettività (es. banda larga, fibra, copertura 3G e 4G) che da quello della capacità di gestione, elaborazione, memorizzazione e condivisione delle informazioni (le  diverse forme di cloud computing).

La capacità di essere connessi ininterrottamente (o quasi) alla rete indipendentemente dal luogo in cui ci si trova offre all’individuo un’ampia gamma di opportunità nello svolgimento delle proprie attività sia lavorative che personali. Oggi e in prospettiva si ha la possibilità di avere accesso ed elaborare informazioni da diversi punti e in diverse modalità. Insomma, benvenuti nel mondo dell’everytime e dell’everywhere, il mondo  degli UMS, degli  Ubiquitous Media System: questo è un mondo popolato da “un’aggregazione complessa di artefatti digitali (software o hardware) multi-purpose, multi-context, connessi alla rete, che usa un insieme (dinamico) di dispositivi interconnessi tra loro e che racchiude diverse funzioni, fornendo un accesso fluido alle informazioni attraverso una varietà di canali; ciò permette all’utente di svolgere una moltitudine di task e di interagire in maniera smart all’interno dell’ecosistema digitale" (Carillo, Scornavacca, Za, 2016)

Ecco ciò che rende differente lo smart working attuale dal telelavoro di un tempo: è proprio la possibilità di sfruttare le potenzialità dell’attuale ecosistema digitale evoluto e in continua progressione in termini di opportunità e di diffusione.

Lo smart working è futuro oppure ritorno al futuro?

Lo smart working rappresenta la punta dell’iceberg delle trasformazioni organizzative rese possibili dalle nuove tecnologie digitali (Digital Transformation). Da un certo punto di vista lo smart working segna l’avvento definitivo dell’era del post-fordismo, caratterizzata dall’emergere di modelli organizzativi che pongono nuova enfasi sulla specializzazione, qualificazione e flessibilità dei lavoratori. È in questo contesto che emergono adhocratici caratterizzati dalla capacità di costituire gruppi di lavoro specialistici in modo flessibile, di enfatizzare la circolazione delle informazioni, valorizzare l'immagine e la reputazione dei collaboratori nei confronti del cliente e generare nell’impresa una cultura della partecipazione orientata al risultato. Insomma lo smart working pone radicalmente in discussione le caratteristiche del rapporto di lavoro tradizionale e può anche essere visto come una sorta di “piede di porco” capace di scardinare i pilastri portanti dei modelli organizzativi correnti più diffusi: questo accade perché da una parte sono posti in radicale discussione gli ambienti fisici di lavoro, i processi organizzativi, i valori culturali alla base dei modelli di leadership manageriale, dall’altra sono resi porosi i confini fra vita privata e vita di lavoro, fra ambiente professionale ed ambiente sociale e fra tempo libero e lavoro professionale.

In un’altra prospettiva la diffusione dello smart working potrebbe costituire una sorta di “ritorno al futuro” segnato da condizioni di lavoro più precarie, superlavoro, maggiore controllo, maggiore stress: infatti la caratteristica di pervasività dell’ecosistema digitale non è solo in termini di tempo e di spazio, ma anche di vita. In altre parole, il rischio di “alcolismo digitale” applicato allo smart working  risulta sempre presente. Avere la possibilità di essere sempre connessi significa maggiore libertà oppure alcolismo digitale? Deloitte ha presentato di recente i risultati di un sondaggio svolto nel 2016, il “Global Mobile Consumer Survey 2016”, una ricerca che ha coinvolto 30 Paesi e che delinea i trend e le tendenze relative alle abitudini e ai comportamenti degli utenti di dispositivi mobili (principalmente tablet e smartphone). Dall’analisi dei risultati raccolti le persone in carriera guardano lo smartphone appena sveglie, durante il giorno lo controllano oltre 200 volte e se si svegliano nella notte rispondono alle email di lavoro. L’Italia è il Paese europeo in cui si discute più spesso a causa del cellulare. Il 27% delle coppie litiga a causa del telefonino come pure il 27% dei figli rimprovera ai genitori di essere sempre incollati al cellulare. Il 37 % della popolazione italiana controlla il cellulare nel bel mezzo della notte per vedere che ore sono (20%), leggere i messaggi di WhatsApp (15%) e controllare le email (9%). Infine il 69% degli italiani è appagato dal proprio smartphone e lo consiglia a parenti e ad amici. Sempre dall’indagine svolta da Deloitte emerge quanto e in che contesti l’utilizzo di dispositivi mobili è considerato “intrusivo”.

L’immagine riportata ne riassume i risultati, da cui si evince che vi è un’intrusività sia in ambito lavorativo (utilizzo per attività personali?) sia in ambito personale (utilizzo per attività lavorative?). Lo smart working potrebbe quindi trasformarsi più in una prigione (virtuale) che in una forma di maggiore libertà.

Dal lavoro allo smart working: che fare?  

Anche una volta delineati opportunità e rischi, costi e benefici, elaborare e attuare una buona strategia di cambiamento verso soluzioni praticabili di smart working riferite ad un contesto dato non è facile. In ogni caso, come accade in ogni processo di cambiamento dirompente (distruptive), bisogna agire in maniera sistemica su più variabili fra loro interconnesse. In questo caso si tratta degli spazi fisici, dei processi, organizzativi, delle tecnologie e “last but not least” delle persone: le loro aspettative, il loro commitment, il loro grado di autoefficacia e le loro competenze di self-management. Più specificatamente le implicazioni dell’adozione dello smart working appaiono essere almeno duplici: da una parte vi è il fabbisogno di un cambio di cultura delle organizzazioni e dei manager, dall’altra la necessità di far acquisire ai propri dipendenti le necessarie competenze (digitali e trasversali) per svolgere le proprie attività lavorative. Infatti vi è un passaggio culturale nel considerare cruciale non più il tempo passato in ufficio, ma gli obiettivi assegnati e raggiunti. Un cambiamento del genere richiede ai lavoratori, oltre ad alcune competenze digitali necessarie per utilizzare gli strumenti tecnologici per poter comunicare opportunamente, anche competenze trasversali (spesso denominate soft) come quelle di “auto-gestione” e la capacità di collaborare virtualmente con colleghi, superiori e consulenti interni ed esterni.  Ci si domanda inoltre come riuscire a creare un ambiente fruttuoso di apprendimento informale in un contesto in cui le relazioni sociali faccia a faccia diminuiscono progressivamente per essere soppiantate da quelle virtuali.  Insomma, ci sono strade maestre per passare dal lavoro allo smart working? Ci sono strade maestre davvero smart? 

Bibliografia

Carillo, K., Scornavacca, E. & Za, S., 2016. The role of media dependency in predicting continuance intention to use ubiquitous media systems. Information & Management, in press

Za, S., Spagnoletti, P. & North-Samardzic, A., 2014. Organisational learning as an emerging process: The generative role of digital tools in informal learning practices. British Journal of Educational Technology, 45(6), pp.1023–1035.

Pin It