09252018Tue
Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

La sharing economy [seconda parte]

Questo post è un invito alla lettura del libro di Vincenzo Comito “La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili”, EDIESSE, 2016. Trovate qui la prima parte. 

- Io, con gli scarponi sul terreno, ci metto il mio tempo il mio sudore, i miei soldi, i miei rischi, nel mio fottuto territorio che tu non sai neanche dove è.  Tu ci metti la piattaforma che hai su quella fottuta Nuvola, che io non so neanche dove è. Io sono anonimo e sostituibile; tu hai un nome famoso, un brand, e sei insostituibile. Io e te non ci conosciamo e non ci amiamo. Io sono un essere umano e tu un algoritmo. Ecco lo scambio che mi proponi. Non ci vedo nulla di shared. Io pago le tasse qui. Come persona fisica, intendo, proporzionali a quello che guadagno. Qualcuno tassa il tuo reddito, algoritmo? Tu che non sei una persona fisica. - Disse l’umano con rabbia.

- Mi dispiace che la pensi così. Noi siamo amici. Se non ti sta bene, puoi cliccare in basso a destra per recedere. Buona fortuna. – Disse la Piattaforma con voce metallica

(dialogo immaginario tra un Nano-Francisee e un Giga Franchisor)

Nano-franchisee e Giga-francisor

Alcuni autori, come il citato Sundararajan, sottolineano la caratteristica della sharing economy di essere basata su reti piuttosto che su gerarchie (pag.27) e sul fatto che capitale e lavoro sono forniti da una “decentralized crowd”. Se siamo d’accordo sul secondo aspetto (la folla anonima di fornitori di lavoro), stentiamo invece a vedere il modello organizzativo di Uber o di Airbnb come un network invece di una gerarchia. Ci sembra solo una gerarchia molto piatta, perché tra un nodo e l’altro del presunto network non esiste interazione, insomma per due autisti o due affittacamere non è prevista alcuna possibilità di coordinamento, di collaborazione, di controllo o di supporto reciproco. Esiste invece un elevato grado di standardizzazione e centralizzazione dei modi di controllo top-down, abilitato da algoritmi.

L’economia delle piattaforme prevede che ciascun nodo sia periferico, e che non possa mai, neanche per un momento, diventare centro di qualcosa.  Come sarà periferico un nodo sostituibile in una gerarchia.

Una piattaforma, mostro che emerge dal caos del mercato, è il modo di competere in cui chi vince, vince tutto. Un’aberrazione del mercato. Il modo di competere per cui MySpace, per massa critica, non può che soccombere a Facebook. Il modo di competere basato sulla massa critica di “nodi” di una rete per cui Microsoft, Apple, Google Amazon, creando ecosistemi di business a misura propria, si muovono in oligopoli di grande scala che tendono al monopolio. Non a caso stiamo nominando alcune delle aziende più capitalizzate del mondo.

Con le piattaforme condivise vincenti nella cosiddetta sharing economy non si fa altro che, semplicemente, proseguire in un processo di semplificazione, standardizzazione, automatizzazione, di tutto ciò che è semplificabile, standardizzabile, automatizzabile nel corpo delle organizzazioni estese. Tutte quelle attività di burocrati e passacarte nel ventre molle delle organizzazioni (ossia nei layer intermedi), che sono stato oggetto delle satire degli scrittori russi dell’ottocento e dei libri di Paolo Villaggio, possono disincarnarsi da quei fannulloni frustrati e un po’furbetti ed essere svolte dal software. In alcuni settori in cui questo è possibile su larga scala nascono e crescono a dismisura organizzazioni ultra-piatte che producono milioni di fatturato con pochissimi addetti. La figura seguente dà un’idea del concetto, raffigurando la gerarchia di una supply chain.

La piramide in alto può rappresentare l’organizzazione molto gerarchica di una supply chain di un prodotto complicato fatto di molte migliaia di componenti e con processi che devono coordinare migliaia di attività elementari molto diverse tra loro (ad esempio la costruzione di un’automobile). Alcuni dei nodi della piramide sono proprietà del vertice strategico e integratore della piramide, la maggioranza sono outsourcer in relazione con i livelli superiori (integratori) della gerarchia attraverso contratti che vanno dalla semplice fornitura alla partnership strategica. Una piramide come quella rappresentata (ad esempio la supply chain della FCA) è in competizione con numerose altre supply chain molto simili (ad esempio Volkswagen, Ford, Renault, Toyota eccetera).

La piramide piattissima in basso può rappresentare invece l’organizzazione a pochi strati di una rete di franchising commerciale, nella quale ciascun negozio svolge semplici attività uguali a quelle di un altro negozio. Tali organizzazioni, particolarmente efficienti grazie alla standardizzazione e all’automazione di attività burocratiche, hanno la concreta possibilità di diventare oligopoliste o monopoliste su scala molto ampia, come è avvenuto a McDonald’s nei fast food basati sugli hamburger.

Le grandi reti di franchising internazionali come McDonalds o Benetton, già facevano tutto questo. Come anche i franchising di dimensione minore, ad esempio nazionale. I franchising sono organizzazioni estese piattissime che possono crescere (scalare) all’infinito per aggiunta di franchisee senza diventare molto più complicate. I franchisee sono piccoli e piccolissimi imprenditori che stanno in periferia, sui territori, e che condividono un brand, le linee di prodotto, il sistema informativo che stanno al centro. Micro-imprese con scarso potere contrattuale verso il franchisor.

L’aumento della capacità produttiva di un costruttore di automobili avviene con cospicui investimenti, come pure lo sviluppo di una nuova vettura e dell’impianto che la produrrà. Questi non saranno i problemi di un franchisor, che gode di un sistema produttivo tanto elastico e flessibile quanto invece è anelastico e rigido quello del costruttore di automobili.

Uber e Airbnb sono dei franchising disruptive in cui non c’è neanche la relativa rigidità di dover preservare un brand. Nel caso dei taxi e dell’ospitalità, il brand non serve: aiutano di più i servizi di rating offerti dalla piattaforma che ci permettono di sapere se la camera che vogliamo affittare è una stalla, se l’autista è maleducato, se il cuoco che ci prepara una cena non si cura dell’igiene. E che consentono di bandire dalla piattaforma tutti i provider che non rispettano degli standard. Il ruolo del franchisee nel creare la reputazione del brand è infimo.

In uno scenario di extreme-franchising, l’autista di Uber o l’affittacamere di Airbnb è una specie di Nano-franchisee la cui reputazione è stabilita da un semplice algoritmo sviluppato da una specie di Giga-franchisor. Relativamente al quale ha potere contrattuale prossimo allo zero.

L’autista o l’affittacamere ci appaiono dunque, in questa luce, come nano-imprenditori. Proprietari dei propri mezzi di produzione, con contributo trascurabile alla reputazione del brand, che erogano valore in modo penosamente non scalabile, e non proprietari invece di risorse e competenze dedicate al coordinamento e alle transazioni. Risorse e competenze che possiede e usa su vasta scala il Giga-franchisor, sulle quali si basa un business comodamente scalabile in quanto gli algoritmi, una volta creati, possono servire un numero illimitato di nano-imprenditori. Ovvero servirsi di loro, se guardiamo la cosa con un altro punto di vista.

Quali sono i settori in cui questo modello di business può emergere? Quali sono i settori “uberizzabili”? Le caratteristiche le abbiamo già viste nel caso degli autisti e degli affittacamere. E qui si capisce perché è nato il termine “Gig Economy”. Si tratta di “lavoretti” che si possono svolgere anche con una qualificazione molto modesta. Lavoretti in settori in cui un eventuale elevato investimento in conoscenza da parte dell’imprenditore non ha alcun ritorno adeguato. Settori in cui, se non esiste una regolamentazione, le piattaforme favoriscono l’entrata continua e non regolata di nuovi provider, nano imprenditori, poco competenti e poco specializzati – dunque facilmente sostituibili - moltiplicando la rivalità.

In un post precedente, dedicato alla smart simplicity, abbiamo mostrato una formula che serve a calcolare un certo “indice di complicatezza”, che sarà alto per l’elevata quantità di azioni diverse di coordinamento e transazione necessarie a costruire un aeroplano, che deve soddisfare ad un’enormità di requisiti, e che invece sarà basso per la scarsa quantità di azioni di coordinamento e transazione necessari per vendere un paio di pantaloni in un negozio, per effettuare una corsa di taxi, per affittare un appartamento.

In business poco complicati è facile che oggi si creino piattaforme shared che divengono standard di fatto e sistemi di franchising globali con organizzazioni ultra-piatte in cui la maggior parte delle attività nei work flow non sono svolte da persone ma da procedure standard informatizzate e algoritmi. In business molto complicati questo avviene molto di meno e il concetto sharing economy non ci sembra, ad oggi, significativo. In business poco complicati, il lavoro può essere on-demand, uberizzabile o voucherizzabile; in business complicati sarebbe meglio garantirsi una forza lavoro stabile che apprende e cresce assieme all’organizzazione.

Allora, potremmo concludere: nulla di nuovo sotto il sole. Non c’è da preoccuparsi. Prima di giungere a questa conclusione vorrei fare un’altra riflessione, che nasce dallo sciopero dei tassisti contro Uber.

La mia user experience in un’economia che vuole essere customer-centric

Quando arrivo alla stazione di una città in cui mi reco per lavoro, odio aspettare in coda il taxi nelle ore di punta. E ancor meno mi piace che il taxi non ci sia proprio, a causa di uno sciopero. Preferisco poi essere trattato con estrema gentilezza da un autista motivato dal timore del voto che posso dargli sulla piattaforma piuttosto che essere maltrattato da un tassinaro un po’strafottente, garantito dall’appartenenza a una corporazione.

Ciò nonostante, sono pronto a sostenere le ragioni dei tassisti contro la uberizzazione del servizio. Odio pure non trovare una camera di accettabile rapporto di qualità prezzo in quella città dove sono giunto, in determinati giorni della settimana e periodi dell’anno. Inoltre adoro certi appartamenti deliziosi e pieni di personalità che con Airbnb posso affittare a prezzi contenuti.

Ciò nonostante, sono pronto a sostenere le ragioni degli albergatori contro Airbnb. Prendo posizione a favore dei tassisti e degli albergatori, senza essere un somaro che non comprende le ragioni della liberalizzazione e i benefici dell’innovazione tecnologica.

Il fatto che sto in coda ad aspettare il taxi o che non trovo la camera d’albergo che desidero, è dovuto al fatto che la domanda di un certo servizio è variabile e la capacità produttiva è rigida. Ogni intervento volto a rendere la capacità produttiva più elastica e più flessibile va a mio vantaggio, come consumatore. Ma pone un problema a chi produce il servizio. Liberalizzazioni e innovazioni tecnologiche favoriscono flessibilità ed elasticità, rendono il mercato più efficiente e quindi mi favoriscono come consumatore.  Quanto di meglio si possa pensare in un’economia customer-centric. Ma anche quanto di meglio si possa pensare in un’ “economia circolare” e “lean” in cui la capacità produttiva non utilizzata, oppure stressata per troppa rigidità, è uno spreco. Anche la “sharing economy”, si presenta come customer-centric e capace di ottimizzare l’utilizzo delle risorse. Allora quali riserve, se non le rigidità mentali di un vetero-qualcosa, mi fanno prendere posizioni di retroguardia in certe discussioni?

In qualità di “vetero-qualcosa”, dichiaro subito e senza pudore di voler sostenere le ragioni di un’economia “producer-centered”. Ma anche in qualità di ingegnere con esperienze nei sistemi di automazione e dei sistemi in genere e cultore del pensiero taylorista e fordista.

In un’economia “customer-centric”, l’erogazione elastica e flessibile di un servizio o la consegna di un prodotto, nel momento esatto in cui lo chiedo e con le caratteristiche esatte di cui ho bisogno, magari accompagnato da una coccola o una riverenza, realizza il mio sogno inconfessabile di avere, nel mercato, un servo fedele. Ma l’altra faccia della medaglia di questo sogno del “customer” è l’incubo del “producer” di diventare servo, vale a dire un soggetto a potere contrattuale tendente allo zero, tra l’altro facilmente sostituibile da un servo meccanico, automa flessibile o algoritmo. L’incubo diventa inquietante quando il customer servito e riverito si accorge di essere anche un producer asservito e anonimo.

Viva il fordismo! Essere producer-centric

Il novecento è iniziato con l’intuizione di Ford che ciascuno è, allo stesso tempo, un consumatore e un produttore. Se in un paese un mezzo milione di persone lavorano, a vario titolo, nella filiera della produzione di automobili, questi stessi lavoratori (produttori) saranno anche un mezzo milione di consumatori, ciascuno dei quali acquista una vettura del valore di 10 mila euro ogni circa 10 anni e che, se guadagna bene, può decidere di cambiare la vettura ogni 5 anni per avere un modello più nuovo. Lo stesso accade per frigoriferi, lavatrici, mobili, prodotti agricoli, beni di largo consumo e macchinari per produrli. Tutte cose che devono essere prodotte e commercializzate creando occupazione e reddito. Nonostante due guerre mondiali devastanti e regimi totalitari che si sono messi per traverso, il ‘900, utilizzando questo modello, ha dato risultati straordinari in termini di crescita del benessere a livello mondiale.

Ford, all’inizio del secolo scorso, aveva un’istintiva e geniale comprensione di cosa significasse il flusso di valore (che presuppone la continuità della catena produttore - consumatore) e un altro costruttore di automobili, Ohno della Toyota, a metà del secolo ha perfezionato questo concetto, rendendolo più elastico e flessibile, attraverso una gestione migliore della risposta alle variabilità dettate dal cliente grazie ad una gestione migliore delle variabilità dentro al sistema produttivo.

Ma non stavamo parlando di automobili, ma di autisti delle automobili. Cosa c’entrano Ford e Ohno? So di essere partito un po’da lontano, ma ci arrivo.

Le politiche industriali possono certamente prevedere – al margine - lenzuolate di liberalizzazioni di settori corporativistici locali, ma dovrebbero soprattutto pensare – con investimento pubblico - a favorire lo sviluppo di una certa quota di manifatturiero nazionale di dimensione internazionale, la ricerca e l’alta formazione, l’istruzione. In questa rubrica ne abbiamo parlato spesso. Spiegando che un 20 % di manifatturiero sarebbe buono per tutti i paesi europei (la Germania è un po’sopra e noi siamo un po’sotto, ma buoni secondi in Europa). Ad esempio in un post precedente, dedicato al “medium tech” e a un libro di Gianfelice Rocca, parlammo dell’importanza del manifatturiero e di una correlazione tra l’indice di manifattura e l’indice di uguaglianza di Gini. In un’altra occasione abbiamo parlato del “local multiplier effect” che attribuisce alle attività non tradable, prodotte e consumate sul territorio, ad esempio al lavoro di un artigiano e del piccolo commerciante indipendente, un effetto indotto particolarmente benefico sull’economia locale. In un altro post abbiamo affrontato il tema della divergenza tra territori innovativi (foreste rigogliose) che prosperano (in grado di attrarre conoscenza e persone in grado di svilupparla) e territori che non sono in grado di farlo, che si desertificano. In quella occasione parlammo dell’indotto che ciascun lavoratore ad alta qualificazione ha sul numero di persone che hanno un lavoro bassa qualificazione (ma pur sempre lavoro). Meccanismo che non funziona all’inverso: nessun posto di lavoro a bassa qualificazione genera lavoro ad alta qualificazione! Un modello per cui se in una città abbiamo la sede di un’importante azienda high tech, piena di ingegneri ben pagati, ci sarà più lavoro per i ristoratori, i tassisti, gli albergatori, i camerieri, i portieri d’albergo, i fattorini che portano le pizze a domicilio. E in questi luoghi ci sarà probabilmente posto anche per questi stessi servizi svolti non in modo indipendente ma grazie a piattaforme di giga franchisor monopolisti. Anzi, in questi luoghi, lavorare per Uber, o portare le pizze sulla bicicletta a 3 euro all’ora, può essere un “lavoretto” complementare per lo studente di ingegneria o di fisica che vuole mantenersi agli studi. Come, del resto, ci sono sempre stati, prima della sharing economy.

In una città in cui esiste solo lavoro a bassa qualificazione, non si genera invece lavoro ad alta qualificazione e la città impoverisce.

Una città che diventa ricca avrà un “town center” vivace, pieno di piccoli esercizi commerciali indipendenti. Invece, in una città che impoverisce, i grandi centri commerciali suburbani, dove si insediano le insegne dei grandi franchisor, saranno il luogo di un mesto invecchiare di pensionati, dello svago malinconico di famiglie che si interrogano su quanto resterà alla fine mese, di giovani chain-worker che escono alle otto dal negozio interrogandosi su quanto resterà loro alla fine della loro vita lavorativa.

La vergogna di un Paese non sono le città in cui si aspetta un quarto d’ora il taxi, sono quelle che impoveriscono e diventano luogo di infelicità. In una città impoverita nessuno chiamerà un taxi e nessuno prenoterà una camera d’albergo. Se la visione “customer centered”, che etichette alla moda come “sharing economy” e “industria 4.0” mettono in copertina, non viene bilanciata, “fordisticamente”, con una visione “producer centered” ci troveremo in un XXI secolo non migliore del XX secolo. Nella speranza che il nuovo secolo sia almeno più pacifico del precedente. Vorrei ripetere, a scanso di equivoci, che non credo che ci sarà più povertà globalmente nel nuovo secolo. Anche perché in alcuni paesi, il fordismo è finalmente arrivato, con quasi un secolo di ritardo.

Possiamo scommettere che il mondo sarà complessivamente migliore. In mancanza di nuovi modelli di governo dell’economia, migliori di quelli settecenteschi che ancora applichiamo, saranno semplicemente perse occasioni per trarre ancor più benessere e felicità dalla crescita esponenziale delle straordinarie capacità della scienza e della tecnologia. Ci interessa una crescita esponenziale della felicità di pari passo alla crescita esponenziale della potenza della tecnologia misurata con la legge di Moore.

La conoscenza delle dinamiche dell’economia locale, e del loro rapporto con l’economia globale, deve far parte dei fondamentali di chi si accinge a prendere decisioni. Parliamo di visione sistemica, che non può essere parziale, improvvisata, opportunistica, casuale, meschina (liberalizzo quello che riesco a liberalizzare, faccio le cose semplici e a investimento zero. Anzi, magari liberalizzo le imprese a proprietà pubblica per fare cassetta).

Una visione sistemica si pone il problema delle costanti di tempo dei diversi sottosistemi: della stabilità e dell’equilibrio durante i transitori. Gli equilibri sono dinamici e i fenomeni sono non lineari. Per questo i problemi sono complessi. Scrivemmo, a proposito di un libro di Illija Trojanow, L’uomo superfluo. Saggio sulla dignità dell’uomo nell’età del capitalismo avanzato, del pericolo di trovarsi in una condizione di debole potere contrattuale, ma anche della scarsa capacità (o interesse) degli economisti di pensare agli effetti dei transitori sulle persone. Perché la distruzione creatrice riguarda i settori industriali, non le persone che in un certo settore lavorano e traggono dal lavoro non solo il sostentamento ma anche la propria identità. Persone che individualmente hanno poche chances di risorgere. Mentre invece un settore può essere rapidamente disrupted e dalle sue ceneri ne può nascere subito un altro. Perché il tempo in cui un individuo sviluppa una nuova competenza, soprattutto se siamo in un’“economia della conoscenza” e non in un’economia dei lavoretti (ma anche il tempo in cui egli recupera una certa identità lavorativa) non coincide con quello con cui si ristrutturano i settori industriali. Anche nei paesi in cui tradizionalmente esiste una maggiore mobilità sociale e geografica.

Economia della condivisione ed economia della conoscenza

Ogni organizzazione, anzi ogni supply chain integrata, produce conoscenza di prodotto e di processo capace di creare valore per l’azienda e anche esternalità positive, e contribuire al progresso. La conoscenza si genera nel corpo della gerarchia, in tutte quelle attività di progettazione, problem solving, coordinamento e controllo, che si situano tra la strategia e l’esecuzione. Questa conoscenza è una fonte di vantaggio competitivo sia per le aziende low tech che per quelle medium e high tech. Una rete di franchising ha un minore potenziale di generazione di conoscenza in rapporto alla dimensione del fatturato. Questa considerazione ci porta ad occuparci dell’impatto della sharing economy sulla creazione di conoscenza.

Il ciclo ottimizzato di approvvigionamento – produzione – servizio di un hamburger, può essere simulato in poche ore da uno studente di ingegneria gestionale, compreso il calcolo delle code in attesa di essere serviti. La conoscenza prodotta da quel progettista ingaggiato dalla McDonald’s può essere incorporata in uno standard e replicata infinite volte, ovunque nel mondo. La cosa non è molto dissimile, il linea di principio, con la conoscenza incorporata in un’autovettura, replicata in milioni di esemplari. La differenza è nella quantità di conoscenza prodotta, che sarà grande per un’automobile e piccola per un hamburger.

Dovendo presentare una relazione sulla disruption dell’alta formazione a un convegno di Economia Industriale mi sono posto la domanda: una piattaforma di intermediazione on-line può funzionare anche in business in cui conta il sapere?

Faccio il caso del settore in cui lavoro, quello della formazione, in cui si presuppone che chi insegna abbia investito nella propria educazione per molti anni. La piattaforma Udemy consente a chiunque di mettere on-line e vendere le proprie lezioni. Se sono bravissimo nel mio campo, riceverò ottime recensioni e potrò ottenere un certo reddito dai miei corsi. Senza intermediazione, senza, cioè, aver bisogno di essere nella faculty di un istituto di formazione o del suo MOOC.

Credo che – valutato il settore e gli effetti disruptive di tutto questo - potrei decidermi a uploadare delle lezioni su Udemy – diventando nano imprenditore della conoscenza (un docente free-lance che si serve di un’aula virtuale shared con altri docenti) - solo quando sarò in pensione, per arrotondare le entrate, oppure se mi licenziano e se avrò un sussidio di disoccupazione che mi consenta di sopravvivere fino alla pensione. Le mie lezioni caricate su Udemy, ammesso che siano apprezzate da un sufficiente numero di utenti, non faranno altro che contribuire alla riduzione dei profitti e al fallimento di istituti di formazione come quello in cui lavoro che intermediano, integrano, coordinano e garantiscono la qualità di docenti della propria faculty, attraendo i migliori docenti con adeguati compensi.

I docenti in pensione e quelli licenziati dagli istituti di formazione falliti si metteranno così ad insegnare su Udemy e così via. Udemy potrebbe diventare una grande università globale come Airbnb è diventato un albergatore globale. Ma ci interessa ora capire gli effetti di questo scenario.

La sharing economy troverà il suo spazio nel rendere possibile “lavoretti” complementari ad un altra fonte di reddito. Ma l’impressione è che questo non andrà a beneficio della knowledge economy. Credo, ma non ne sono sicuro, che i settori basati sulla conoscenza non ricevano benefici dalla sharing economy. A meno che questa non sarà accompagnata da altri tipi di politiche industriali e politiche di welfare e dell’istruzione che hanno impatto sulla creazione di nuova conoscenza e su benessere delle persone.

C’è qualcosa di “sistemico” che non funziona nella cosiddetta sharing economy! Come se mancasse un “pezzo” nel meccanismo: uno stabilizzatore, un ammortizzatore, un volano, un regolatore che non sia quello un po’ magico della “mano invisibile” del mercato. A dirlo non è un ex metalmeccanico come me, vetero industrialista, né un autore del Manifesto, come Vincenzo Comito, né un “liberal” di vecchio stampo dell’élite che oggi sta finendo in disgrazia, né un laburista europeo adagiato nel sistema di welfare del proprio decadente paese.

Il segnale d’allarme viene dalla Silcon Valley, da un guizzante imprenditore seriale, Reid Hoffman il fondatore, tra le sue tante start-up, di quanto più “shared” si possa pensare nel settore della reputation on-line e delle carriere ultramobili: la piattaforma Linkedin.

Di Hoffman - e delle sue convinzioni sulla necessità di condividere piattaforme per coltivare reti molto vantaggiose -  ne abbiamo parlato in un precedente post di questo blog.

Reid Hoffman intitola un suo post, fatto uscire il 20 gennaio 2017 in risposta al programma di Trump di annullare l’Obama Care: “Obamacare Is More Than a Safety Net – It’s A Trampoline

Hoffman, senza timore di essere tacciato di “socialism”, spiega coi numeri come la sicurezza di un welfare garantito dallo Stato abbia favorito, sotto l’amministrazione Obama la nascita di nuovi posti di lavoro.

Se voglio creare una “start-up” o se, avendo ambizioni e talenti più modesti, voglio provare a fare il free-lance, il self-employed, ovvero il nano-imprenditore, devo poter disporre, come il trapezista, di una rete di sicurezza. Altrimenti non mi butto. Non intraprendo un bel niente. Le rete del welfare, non è solo una rete di protezione atta a proteggermi dalla caduta, essa è anche un trampolino di ri-lancio: mi serve anche per potermi dedicare alla mia formazione, tra un lavoro e l’altro, in modo da poter aspirare a un lavoro migliore del fattorino che consegna le pizze oppure dell’autista di Uber. O a un lavoro qualunque esso sia. C’è da garantire non solo la mera sopravvivenza, ma anche da controbattere la corrosione della fiducia con cui posso affrontare il futuro e decidere. In un welfare gneroso c’è soprattutto la consapevolezza che, per fare progressi individuali e contribuire al progresso della società, le persone hanno bisogno di salute, istruzione, serenità, fiducia.

La prospettiva di una vita sempre più lunga e del cambiamento accelerato e distruttivo, come viene spiegato in bel libro di Lynda Gratton e Andrew Scott, The 100-Year Life: Living and working in an age of longevity, 2016, comporterà numerosi stop & start, e c’è bisogno di un’ingegneria sociale che garantisca un volano di stabilità, per poter investire in conoscenze, in relazioni, in salute che ci torneranno utili negli anni a venire. Tutto il contrario di quanto sta facendo Trump, con ignoranza sistemica e irresponsabilità sistematica, negli Stati Uniti, levando a casaccio dei pezzi del sistema e aggiungendogli degli altri (in forma, ad esmpio di muri e barriere), per il solo fatto che piacciono alla pancia della nazione.

Le tanto deprecate élite, verso cui si scaglia il “popolo profondo”, stanno in quella terra di mezzo che si è sempre occupata di intermediare. Il trend che emerge in tutti i fenomeni che si manifestano grazie all’accelerazione delle tecnologie della rete, è la “disintermediazione”, la cancellazione degli strati intermedi di mediazione. La mediazione lungo la catena di comando e controllo, che presuppone un principio gerarchico, così come l’intermediazione collaborativa nelle value chain, corrispondono a un principio di gerarchia. Il tramonto dell’intermediazione corrisponde al tramonto delle gerarchie a favore dei mercati polverizzati. Ma corrisponde anche, e lo stiamo vedendo, alla comparsa di grandi monopolisti proprietari di piattaforme che mettono in disordinato corto circuito vertici e basi delle piramidi.

E questo è vero anche in politica. Per cui il messaggio dell’Imperatore (per usare una metafora kafkiana), può giungere direttamente a te, nel posto più remoto dell’impero, nei 140 caratteri di Twitter, usando un lessico di pochissime parole paragonabile a quello di un bambino di sei-otto anni, per esprimere un numero molto ridotto di concetti facilmente intellegibili.

Un corto circuito tra la testa e la pancia, che fa a meno di tutti i livelli intermedi di mediazione: classe dirigente e intellettuale nei sistemi paese, livelli manageriali e professionali intermedi nelle organizzazioni. La perdita del livello intermedio è, a mio avviso, foriera di disastri. Spero di sbagliarmi. Ditemi che sto sbagliando.

Le piattaforme sono solo qualcosa che ha a che fare col software?

Le città dove spuntano gli Airbnb, o dove circolano le vetture degli autisti di Uber sono progettate dal tempo (in Italia abbiamo città più che millenarie) e sono oggi pianificate e gestite con finalità di utilità pubblica, di igiene, di estetica, di politica industriale, ma anche di ingegneria sociale, oltre che per attrarre turisti che alloggiano e che usano i taxi. Se non ne teniamo conto, stiamo probabilmente semplificando troppo. Come fa Trump.

I motivi così poco liberisti per i quali cui si contingentano dall’alto le licenze di trasporto pubblico o di gestione di un albergo, hanno una loro giustificazione in un quadro sistemico che ha una sua coerenza. Le città sono esse stesse delle piattaforme di condivisione. Le strade su cui camminano i taxi e le piazze su cui affacciano le camere d’albergo sono “shared”. E la comunità locale ne è la proprietaria.

Il grande storico francese Fernand Braudel, interessato ai fenomeni di lunga durata più che agli eventi, alle notizie e alle mode,  chiamava le città “piattaforme rotanti degli scambi” (Plaques tournantes des échanges). Luoghi-Piattaforme che hanno una forte identità e il cui valore si è creato nei secoli. Le città sono sistemi complessi in cui la politica deve conservare il proprio ruolo di interpretazione di interessi e obiettivi molteplici e diversi, non tutti di breve termine e non tutti di immediata comprensione: la classe dirigente svolga la sua paziente attività di mediazione e gestione e la classe intellettuale quella di riflessione e di critica. I Non-luoghi-Piattaforme non hanno relazione con i luoghi reali in cui si svolge la vita delle persone. Nella loro agilità immateriale, non si curano dei luoghi e dei tempi in cui la vita si svolge per ciascun individuo. E questo, personalmente, mi preoccupa.

Temo che la corsa alla semplificazione e il ricorrere ad etichette stia rendendo tutto questo, la gestione della complessità, un esercizio impopolare. La resa alla complessità. E questo dovrebbe preoccupare non solo i tassisti: dovrebbe preoccuparci tutti.

Pin It