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La sharing economy [prima parte]

Questo post è un invito alla lettura del libro di Vincenzo Comito “La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili”, EDIESSE, 2016.

Lo sciopero dei tassisti e la Commissione europea

Gli scioperi e le manifestazioni di protesta dei tassisti hanno portato alla luce la notizia recente che la Commissione europea ha proposto nuove regole per non ostacolare (ma diciamo anche favorire) la uberizzazione di alcuni business “uberizzabili”, evidentemente ritenuti benefici per le economie dei paesi membri e per i consumatori europei. Non si parla esplicitamente di Uber, Airbnb o altri marchi che si stanno diffondendo in Europa ma in realtà si sta parlando proprio di quelli. In grado di sviluppare già oggi una trentina di miliardi di fatturato, entrando in settori in cui gli “incumbent”, taxi e hotel, sono in odore di corporativismo e oligopolio.

La Commissione europea ha presentato la comunicazione con l'obiettivo di regolamentare questo fiorire di nuove attività economiche a oggi non chiaramente disciplinate. Laratio della comunicazione è che "le piattaforme non dovrebbero essere obbligate a chiedere autorizzazioni o licenze quando si limitano ad essere intermediari fra consumatori e chi offre il servizio".

Per Bruxelles, che ci piaccia o no, quello è il modello di business. Di conseguenza, via libera! Basta che siano rispettate – ma non si spiega come -  le regole sull'imposizione fiscale, quelle per la tutela dei consumatori, e quelle relative alle condizioni di lavoro[1].

Vorrei che su questo blog si possa dibattere sulla ratio dell’iniziativa europea. É corretto dire che le piattaforme“si limitano ad essere intermediari fra consumatori e chi offre il servizio"?

Lascio questa domanda alla discussione e proverò a esprimere la mia posizione sullo sciopero dei tassisti ma anche su come le politiche industriali dovrebbero prendere in considerazione i nuovi modelli di business che fioriscono in quest’inizio di secolo. Ma senza trascurare i vecchi modelli di business, favorendo sia l’innovazione sia la stabilità.

Spiegare con chiarezza un concetto ambiguo

Lo spunto viene non solo dagli scioperi, ma anche dall’incontro col libro che vi invito a leggere, che spiega egregiamente, in 100 pagine, il fenomeno che alcuni chiamano della “sharing economy”, o economia della condivisione, i suoi rischi e le sue opportunità. 

L’autore, Vicenzo Comito, ha lavorato per molti anni nell’industria (Gruppo IRI, Olivetti, Movimento Cooperativo). Consulente aziendale, ha insegnato Economia aziendale presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma e presso l’Università degli Studi di Urbino. Autore di diversi libri di successo sulle grandi imprese italiane, sulla finanza, sulle imprese multinazionali, collabora con Il Manifesto.

Per chi volesse approfondire ulteriormente cosa si intenda per sharing economy suggerisco, tra i numerosi volumi, articoli e paper scientifici a disposizione, di scegliere il libro di Arun Sundararajan The Sharing Economy, the end of employment and the rise of-crowd-based capitalism. MIT Press, 2016.

Come spiega Comito, i confini del concetto appaiono poco netti e il nome rischia di essere ingannevole (pag. 31). “Al di là del nome – scrive Comito - si tratta di attività che, a parte alcuni tentativi pionieristici di tipo solidaristico, affermatisi soprattutto in tempi meno recenti e sottolineati comunque positivamente da alcuni, sono andate invece sviluppandosi come veri e propri business, portati avanti soprattutto, almeno agli inizi, per iniziativa di imprese statunitensi.”

L’idea della condivisione di qualcosa, fa notare Comito, intorno al 2014-2015 ha solleticato una certa voglia latente di suggerire percorsi di rifondazione dell’economia su basi diverse da quelle del turbo-capitalismo che non stava dando grande prova di sé. La combinazione della crisi economica mondiale e dell’emergere dell’interconnessione globale suggerivano ad autori come Rifkin e Mason che fosse giunto il momento di un’economia dei beni comuni [2] o di una società post-capitalistica [3].

Fa notare Comito – e noi condividiamo - che l’idea di economia della condivisione appare piuttosto ambivalente. Mentre da una parte può fare riferimento a principi di solidarietà, di aiuto reciproco e di convivialità, dall’altra può invece rimandare a una visione mercantile, ultraliberista, volta esclusivamente al profitto. Il diavolo e l’acqua santa, destra e sinistra nello stesso concetto. Scrive Comito: “le espressioni economia partecipata, economia della condivisione, economia da pari a pari (peer to peer) e altre similari, danno l’idea di sforzi comuni o comunque altruistici; evocano rapporti collaborativi e contrari all’egoismo; parlano di accordi informali tra la gente, suggeriscono di utilizzare la tecnologia per connettere le persone in attività mutualmente profittevoli, suscitando sentimenti amichevoli. Queste espressioni insomma fanno riferimento ad un sistema apparentemente costruito sulla fiducia e sulla collaborazione.” Ma poi, se ci soffermiamo sui fenomeni emergenti di maggiore impatto, questa “amichevolezza” non la troviamo da nessuna parte.

Da tutta questa indeterminatezza del concetto, anche Comito, come altri autori, si smarca scartando ogni profezia di cambiamento epocale, legato al concetto di sharing, e focalizzandosi sui classici esempi che ci vengono in mente: Uber e simili (per il trasporto): Airbnb e simili (per l’alloggio).

Quella di Comito è una buona scelta, orientata alla necessaria chiarezza. Questi due esempi sono infatti più che sufficienti per trarre delle considerazioni generali di un certo interesse per chi si occupa di economia e management, ma anche per chi si occupa della società e dei sistemi di regolamentazione.

I confini del concetto

Nel post non mi soffermo troppo sulle preoccupazioni di cui il continuo dibattito ci porta notizia: il futuro del lavoro così come lo abbiamo conosciuto, i problemi della fiscalità, la minaccia a settori consolidati e a coloro che ci lavorano, la sfida per i sistemi di welfare. Ma neanche sugli aspetti positivi, come dare a molti la possibilità di mettere a disposizione proprie risorse (un’auto, un appartamento, delle conoscenze) per trarre reddito o l’opportunità di una spinta dal basso per mettere in moto altri settori dell’economia. Troverete nel libro tutto questo.  Mi sforzo invece di andare oltre.

Cominciamo col dire che molti, ancor più di Comito, ritengono sbagliato il termine “sharing economy” o “economia della condivisione” come è usato oggi, per etichettare alcuni modelli di produzione e consumo basati su piattaforme software. Che è poi l’uso prevalente, oggi, di questa locuzione che etichetta, impropriamente, il modello di aziende che offrono ambienti di intermediazione (ma non solo) on-line per l’accesso a servizi prodotti da una moltitudine di fornitori individuali, come Uber e Airbnb, per parlare di quelle più conosciute in Italia.

Il termine “condividere” ha una connotazione buona e il fatto che si possa condividere una risorsa ci appare come un gesto quasi francescano. O per lo meno in grado di combinare la soddisfazione del cliente e la frugalità di un buon utilizzo di risorse disponibili e sinora non utilizzate.

Se cercate “sharing economy” su Wikipedia (il cui modello di business qualcuno pone nella sharing economy) in italiano trovate:

“L’espressione “sharing economy” può essere tradotta letteralmente come “economia della condivisione”, e richiama esperienze di lunga tradizione, soprattutto in Italia, dal mutualismo alle cooperative, fino alle imprese sociali. Si propone come un nuovo modello economico che parte dai reali bisogni dei consumatori, capace di far fronte alle sfide della crisi e di promuovere forme di consumo più consapevoli, basate sul riuso anziché sull’acquisto e sull’accesso invece che sulla proprietà.”

Questa definizione escluderebbe dalla sharing economy Uber e Airbnb. Ahimè, lo spirito “peer to peer” (molto “sharing”) che anima Wikipedia non è riuscito a darmi una buona definizione del concetto di cui sto disquisendo.

Vediamo se Wikipedia in inglese se la cava un po’ meglio:

“Also known as shareconomy, collaborative consumption or peer economy, a common academic definition of the term refers to a hybrid market model (in between owning and gift giving) of peer-to-peer exchange. Such transactions are often facilitated via community-based online services. Uberization is also an alternative name for the phenomenon.”

Andiamo un po’meglio, ma abbiamo avuto bisogno di ricorrere al solito caso particolare per suggerire una possibile generalizzazione (Uber). Che poi Uber non ha nulla a che vedere con “owning and gift giving”: nessuno ti regala niente!

Nella Wikipedia in inglese si dice anche:

“Sharing economy is an umbrella term with a range of meanings, often used to describe economic and social activity involving online transactions. Originally growing out of the open-source community to refer to peer-to-peer based sharing of access to goods and services, the term is now sometimes used in a broader sense to describe any sales transactions that are done via online market places, even ones that are business to consumer (B2C), rather than peer-to-peer. “

Definizione che ci fa confondere quello di cui tentiamo di parlare con generici marketplace online, che, come è noto, non sono altro che le “piazze del mercato” di antichissima memoria in cui possiamo oggi accedere comodamente da casa nostra o dal nostro ufficio per offrire e comprare mercanzia. Non è certo l’uso dell’ICT, che è un mezzo tecnico, che caratterizza lo sharing che è, invece, una strategia.

Per fortuna, Wikipedia dichiara la propria incompetenza lasciando la questione alla ridda di interpretazioni, molto dissimili tra loro:

“For this reason, the term sharing economy has been criticised as misleading, some arguing that even services that enable peer-to-peer exchange can be primarily profit-driven. However, many commentators assert that the term is still valid as a means of describing a generally more democratized marketplace, even when it's applied to a broader spectrum of services.”

Insomma molti commentatori, dice l’enciclopedia on-line, attribuiscono a quel tipo di mercato un carattere “democratico”. E la democrazia è una cosa buona.

Così vagamente definito e compreso, il termine presenta indubbie connotazioni positive e si presta ad essere curvato secondo le necessità e il substrato dottrinario e ideologico di chi ne parla. Forse per questo ha accresciuto la sua popolarità negli ultimi 5 anni come mostra la curva rossa che potete voi stessi ricavare da Google Trend.

Ma, se osserviamo la curva blu, che registra l’uso di un termine quasi alternativo, “Gig Economy”, si scopre che forse qualcuno si è reso conto che le cose non stanno proprio così, cioè che la condivisione è solo un aspetto secondario e le cattive notizie sono maggiori di quelle buone.

Gig Economy significa infatti “economia dei lavoretti”, e la locuzione ci sembra subito efficace nel descrivere quello che sta succedendo. Dal giugno del 2015 in poi qualcuno ha aiutato a vedere il fenomeno che identifichiamo con i casi di scuola Uber e Airbnb, come un’economia dei “lavoretti”.

 

Google Trend mostra anche che questo termine, Gig Economy, il cui uso cresce nei paesi anglosassoni, è pressoché sconosciuto in Italia. Vale la pena di introdurlo anche qui, con le sue connotazioni negative. Tanto per capirci meglio. Approfitto della rubrica “Snodi organizzativi”.

Economia della condivisione e dell’accesso (oppure, semplicemente, disruption?)

Nel 2015, a dire chiaramente che il termine “sharing economy”, applicato ai soliti casi, è improprio ci pensano, ad esempio, Giana M. Eckhardt e Fleura Bardhi su Harvard Business Review (The Sharing Economy Isn’t About Sharing at All). “Non c’entra nulla col condividere”: più chiaro di così…

Insomma Uber e Airbnb non sono affatto sharing economy. Con buona pace di tutti quelli, come Comito e la maggioranza degli analisti, che sostengono che Uber e Airbnb sono la sharing economy.

Le autrici di HBR preferiscono parlare di economia dell’accesso, piuttosto che di economia della condivisione e sottolineano che l’accesso ha importanti implicazioni su come le aziende utilizzano un certo spazio d’azione per competere. Come in tutti i casi di disruptive innovation, perché di questo si tratta, usando un concetto che abbiamo spiegato in un post precedente, i consumatori sono più interessati a ridurre drasticamente i costi ricevendo un servizio “abbastanza” buono piuttosto che a sviluppare e promuovere le relazioni sociali.  

“Le aziende che capiscono questo avranno un vantaggio competitivo” scrivono senza mezzi termini le autrici, che portano un esempio: mentre Uber si posiziona esattamente intorno a prezzo, affidabilità e convenienza ("migliore, più veloce e più economico di un taxi") la concorrente Lyft, che offre un servizio quasi identico, si posiziona come gentile ("Siamo il tuo amico con la macchina") e come comunità cameratesca ( "Greet the driver with fistbump", che si traduce “Saluta il guidatore con un simpatico gesto d’amicizia giamaicano”).

Risultato: Lyft non cresce come Uber, perché mette troppa enfasi sul desiderio dei consumatori di "condividere" con l'altro. Ma chi se ne frega del saluto giamaicano? “Qui stanno i soldi e portami a destinazione!” E viceversa: “Ti ho portato a destinazione? dammi i soldi, amico!”

Le due autrici di HBR smontano il costrutto e la retorica della sharing economy ripescando l’idea che era già di Rifkin che si può vendere l’accesso invece del possesso e che questo possa essere molto più conveniente. Come sta accadendo nell’informatica col Software As a Service e tutte le sue evoluzioni che stanno sulla nuvola del Cloud.

Nell'economia dell’accesso, - dicono le autrici - ci saranno due elementi chiave del successo: i consumatori vogliono semplicemente (no frills) fare acquisti esperti, e le imprese si offrono per permettere loro di raggiungere questo obiettivo, offrendo più convenienza ad un prezzo inferiore. Start-up che hanno cercato di facilitare le connessioni dirette tra i consumatori hanno scoperto che tra estranei c’è un basso livello di fiducia, quando non c'è la mediazione di mercato. Ad esempio, Eatro, una start-up che permetteva di condividere cibo cucinato da “pari”, a Londra, ha fatto l’amara scoperta che la preoccupazione per l’igiene scoraggia il consumatore a comprare cibo da un altro consumatore.

Eatro ha oggi ripiegato su un più convenzionale modello in cui i consumatori possono ordinare piatti preparati da chef professionisti e consegnati alla loro porta in 30 minuti. Che poi è una versione di lusso e informatizzata delle tradizionali pizze portate a casa.

L’idea e l’esperienza dell’accesso, per i consumatori, sono diverse da quelle della proprietà. E la maggior parte delle tradizionali migliori pratiche di marketing sono costruite su un modello di proprietà. Ad esempio, essere parte di una comunità di marca è importante per i consumatori per molti prodotti e servizi di loro proprietà, in quanto i prodotti rappresentano quello che sono, ed i consumatori apprezzano di costruirsi un’identità comune con altri che la pensano come loro. Quando i consumatori sono messi in grado e accettano di accedere a una vasta gamma di marche a seconda del momento, come guidare un giorno BMW e Toyota Prius il giorno dopo, smettono di percepire che un marchio è più "loro" di un altro, e non si sentono legati identitariamente a un brand. Essi preferiscono indossare una varietà di identità transitorie. Con buona pace della “brand experience” e dell’economa delle esperienze.  Zipcar, raccontano le autrici, ha cercato invano di promuovere una comunità di consumatori “Zipcar”, facilitando la socializzazione e le conversazioni con newsletter e incontri. Quel tipo di consumatore si è dimostrato refrattario alla comunità di marca e non ha nessun movente sociale nel noleggiare una certa vettura. Identity building = zero. Andare nell’albergo della catena preferita è un comportamento che potrebbe beneficiare dalla creazione di una corporate identity congeniale ad alcuni viaggiatori. Andare in un appartamento di Airbnb significa accettare, per convenienza, l’identità - a volte raffinata, a volte pulciosa - dell’affittacamere che ci capita.

Le autrici di HBR, confondendo condivisione e accesso, ci mostrano una cosa nuova della sharing economy: che questa persegue prezzo e convenienza, attraverso la massima granularità della produzione di beni e servizi, con l’intento di essere quanto più possibile tirata dalla domanda di consumo elementare, istantanea e locale. E che per far quello sia necessario smaterializzare, alleggerire, destrutturare, commoditizzare qualcosa ma anche polverizzare l’identità di marca. Che è qualcosa che attiene al focus della relazione e della fiducia.

In realtà quello che gli autisti di Uber o gli affittacamere di Airbnb condividono, praticamente con investimento e costi tendenti allo zero, è il servizio di un loro provider piattaformizzato che svolge attività organizzative e transattive che si potevano consentire solo grandi cooperative di taxi e grandi catene di alberghi. Restano all’autista e all’affittacamere gli investimenti (nell’auto o nell’appartamento) e i costi di esercizio e manutenzione. Fatti i debiti conti tra investimenti, costi, tasse e ricavi, al povero autista o affittacamere non resta un granché. Siamo nella disruption, amici!  Ma probabilmente per lui o lei va bene lo stesso, perché è un modo di arrotondare un altro reddito, per crearsi un “piano B”, o perché è un disperato/a che non trova un lavoro migliore sulla piazza.

Lo sharing è una novità?

L’imbarazzo definitorio in cui tanti incorrono ci sembra molto legato al fatto che, assetati del nuovo, e ipnotizzati dall’etichetta alla moda, si dimentica che il fenomeno osservato, quello della condivisione e della collaborazione, è sempre esistito ed è stato ben descritto in precedenza dal punto di vista economico, strategico, organizzativo e giuridico. Mi è comodo fare degli esempi.

  1. Due unità organizzative (anche di imprese diverse), possono condividere delle strutture e dei servizi. Ma anche dei semiprodotti modularizzati. La ricerca e sviluppo è spesso shared tra molte divisioni.
  2. Questi servizi o strutture possono provenire da un fornitore specializzato e, in tal caso, la condivisione si basa sull’outsourcing. Ad esempio il customer service, la logistica o l’amministrazione del personale. Se l’insourcing risponde ad un principio di “own”, l’outsourcing corrisponde a un principio di “share”. Anche la R&D può essere acquistata da laboratori specializzati esterni. Ma anche, grazie alla rete, da ricercatori polverizzati, sparsi nel mondo (open innovation). Sul cloud sono disponibili una grande quantità di funzionalità alle quali accedere on-demand, “as a Service” (Software as a Service, Platform as a Service, Infrastructure as a Service, Enterprise as a service ecc.)
  3. Due o più aziende diverse possono investire tempo e denaro nel condividere una risorsa, una struttura, un servizio in ottica collaborativa di diversa gradazione (accordo transitorio, consorzio, joint venture). Alcune aziende di prodotti tipici locali che decidono di affittare un temporary shop, lo dovranno condividere.
  4. Questa condivisione “integrativa” può avvenire in un’infinità di combinazioni, sia “orizzontalmente” (ad esempio due concorrenti che hanno risorse complementari che si alleano per essere più forti o per battere un terzo concorrente, magari sviluppando congiuntamente una “piattaforma” di prodotto comune che poi ciascuno personalizza sotto il suo brand) sia “verticalmente” (ad esempio un cliente industriale di una supply chain che, in base a un accordo di diversa gradazione, condivide con un suo subfornitore di componenti o sottosistemi investimenti, rischi, costi, profitti e conoscenze per essere più forte o per battere un suo concorrente che opera in modo meno integrato).
  5. Una risorsa controllata da una certa unità organizzativa funzionale verticale viene condivisa orizzontalmente (un processo, un progetto, un programma, un comitato) nell’ottica dell’organizzazione a matrice.
  6. Un neandertaliano maschio condivide la caverna con una neandertaliana femmina e coi suoi piccoli. Ma anche, poiché le caverne sono poche, più famiglie neandertaliane condividono la stessa caverna senza massacrarsi a colpi di clava.
  7. Due specie biologiche diverse, condividono lo stesso ecosistema, svolgendo funzioni complementari nella sostenibilità del suo equilibrio.

Il concetto di condividere e usare, collegato a quello di possedere e controllare, è dunque così antico e conosciuto che ci stupisce che i riflettori si siano puntati su di esso solo negli ultimi anni. Sarà l’effetto del termine alla moda?

Ad ogni strategia di condivisione corrisponde un accordo di scambio che avviene nella maniera migliore per i due partner quando l’asimmetria informativa è minima, i poteri contrattuali sono bilanciati ed esiste la massima fiducia tra i due contraenti. Il contenuto dello scambio in genere aumenta la possibilità di creazione di valore per ciascun partner, riduce costi (ad esempio i costi di transazione) e mitiga rischi. Di contro, l’accordo di condivisione riduce la libertà d’azione di ciascun partner.

Consideriamo tre casi che rientrano nelle tipologie che abbiamo esposto.

  • Un certo numero di padroncini di taxi di una grande città si consorzia per avere una centrale operativa shared.
  • Un certo numero di gestori di Bed & Breakfast di una ridente località si consorzia per avere un centro shared di promozione del territorio e di prenotazione.
  • Un certo numero di bancarelle di un rione si sposta in un’area mercatale attrezzata shared e sviluppa e cura gli spazi comuni, l’immagine e i servizi in modo cooperativo.

Questi tre casi rispondono ad una spinta bottom-up ed endogena allo sharing così come, negli stessi settori, Uber, Airbnb ed Etsy corrispondono a una spinta top down ed esogena allo sharing.

  • Alla spinta bottom-up corrisponde il caso di un certo numero di famiglie che aderiscono a un gruppo d’acquisto che hanno contribuito a creare in forma associativa per i propri fabbisogni grocery riuscendo a spuntare prezzi più bassi, qualità e tracciabilità migliori di quelli offerti dalla Grande Distribuzione Organizzata.
  • Alla spinta top-down corrisponde il caso di un imprenditore (franchisor) che crea una “piattaforma” che consiste in una gamma di prodotti, un brand, un format di negozio e un sistema centralizzato di gestione e controllo di negozi cercando micro imprenditori (francisee) sui territori con cui condividere la propria “piattaforma”.
  • Alla spinta bottom-up corrisponde la creazione di un portale da parte di un certo numero di micro laboratori capaci di ricerca e sviluppo che rende visibile al mercato dell’open innovation le proprie capability.
  • Alla spinta top-down corrisponde la creazione, da parte di una grande azienda di computer (ad esempio Apple) di un ecosistema o una piattaforma per la quale micro imprese potranno creare delle “app”.
  • Alla spinta bottom-up corrisponde il portale di vendita shared in cui tutti i componentisti di una certa tecnologia si rendono visibili al mercato mondiale degli integratori (ad esempio ai costruttori di aeroplani).
  • Alla spinta top-down corrisponde un portale di acquisto shared sviluppato da un determinato integratore (ad esempio la Boeing) che qualifica certi suoi componentisti in giro per il mondo e col quale svolge le sue transazioni.
  • Alla spinta bottom-up corrisponde la creazione di una cooperativa di dipendenti con lo sviluppo di una nuova struttura manageriale intermedia per la gestione dell’azienda fallita in cui lavoravano.
  • Alla spinta top-down corrisponde l’acquisto di un’azienda fallita da parte di un’azienda che sostituisce alla vecchia struttura manageriale intermedia la propria oppure inserisce un suo temporary manager.
  • Alla spinta bottom-up corrisponde una comunità di studenti ed alumni di una università che crea il proprio social network usando una piattaforma come NING.
  • Alla spinta top-down corrisponde la creazione da parte di Zuckerberg della piattaforma Facebook che verrà adottata da molte comunità di alumni, prima, e da infiniti altri tipi di comunità, dopo.

Mi sembra che, dai casi esposti, emergano finalmente le due diverse anime dello sharing:

  • quella democratica, dal basso verso l’alto, endogena, policentrica, proprietaria di una risorsa, customizzata in piccola e media scala locale;
  • quella autocratica, dall’alto verso il basso, esogena, centralizzata, che concede in uso una risorsa, standardizzata su larga scala, anche globale.

Se consideriamo le attività economiche di un’”impresa estesa”, di una supply chain o di un ecosistema di business, come gerarchicamente ordinate (in alto l’interfaccia terminale col mercato, in basso il produttore-fornitore di attività che contribuiscono al valore dell’offerta)

  • A) la spinta bottom-up corrisponde alla volontà della base della gerarchia di essere più forte, che si traduce in una volontà di “forward integration” di investire in qualcosa da condividere, customizzata e compatibilizzata con le esigenze del gruppo promotore (unirsi per competere, ridurre i costi di transazione e acquisire potere contrattuale verso l’alto della gerarchia, cioè verso i livelli che curano l’interfaccia con il mercato). Gli utenti determinano le funzioni e i comportamenti che dovrà avere la piattaforma.
  • B) la spinta top-down corrisponde invece alla volontà del vertice della gerarchia di essere più forte, che si traduce in una volontà di “backward integration” consistente nella creazione di una piattaforma standard e standardizzante che sarà condivisa dalla più ampia e variegata moltitudine possibile di franchisee, subfornitori (dividere per competere, ridurre i costi di transazione e acquisire potere contrattuale rispetto alla base della gerarchia, cioè i fornitori). La piattaforma determina le funzioni e i comportamenti degli utenti.

Se è vero che molte iniziative partite come bottom-up (A) si siano trasformate in modelli top-down, (B), credo che si comprenda ora come un’unica etichetta, “sharing economy”, apposta su queste due strategie di segno opposto, crei qualche difficoltà di definizione e che non fotografi nulla di nuovo.

Nel prossimo post cercheremo di aggiungere considerazioni che ci consentano di rispondere alla domanda che nasce dall’orientamento della Commissione europea: è corretto dire che le piattaforme“si limitano ad essere intermediari fra consumatori e chi offre il servizio"?

Al momento ci sembra che la Commissione europea abbia scelto di guardare le cose accorgendosi del fenomeno A, vale a dire della spinta bottom up (per la quale la piattaforma è un mezzo che favorisce i viaggiatori e gli autisti polverizzati e indipendenti, a scapito di eventuali oligopolisti corporativi) e non accorgendosi invece del fenomeno B, vale a dire della spinta top-down (per la quale la piattaforma è un mezzo che favorisce i viaggiatori e un monopolista, a scapito degli autisti polverizzati).


[1] Quanto agli aspetti fiscali, si sottolinea che “anche i prestatori di servizi e le piattaforme dell'economia collaborativa sono tenuti a pagare le imposte pertinenti tra cui le imposte sul reddito delle persone fisiche, delle società e l'imposta sul valore aggiunto”. Mentre sul lato della domanda, secondo le indicazioni comunitarie "gli Stati membri dovrebbero garantire che i consumatori godano di un livello di protezione elevato dalle pratiche commerciali sleali, senza però imporre obblighi sproporzionati ai privati che forniscono servizi solo occasionalmente".

[2] Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero. L'Internet delle cose, l'ascesa del Commons Collaborativo e l'eclissi del capitalismo, Mondadori, 2014

[3] Paul Mason, PostCapitalism: A Guide to our Future, Allen Lane, 2015

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