11252017Sat
Last updateWed, 22 Nov 2017 6pm

The Founder

Regia di J. Lee Hancock - con Michael Keaton, Laura Dern, Nick Offerman, John Carroll Lynch - Origine: USA, 2016 - durata 115'

 

Negli anni Cinquanta Ray Kroc, un venditore di frullatori, incontra nel sud della California i fratelli Mac e Dick MacDonald, che gestiscono un fast-food con metodi innovativi. Colpito dall'idea dei due sul come vendere hamburger grazie a un formidabile sistema organizzativo, Kroc dapprima si impegna a diffondere le loro idee imprenditoriali ma poi finisce per soffiare la compagnia ai due ingenui fratelli e creare un impero da svariati milioni di dollari.

Nella ricca galleria di ritratti che il cinema ha dedicato a figure di imprenditori realmente esistiti, si ritaglia un posto di rilievo questo ennesimo film biografico che però, a differenza dei recenti biopic dedicati ai contemporanei (dai numerosi - e più o meno riusciti - film su Steve Jobs, allo Zuckerberg di The Social Network), si rivolge non all'oggi ma all'America degli anni Cinquanta.

Innanzitutto una premessa: leggere, all'inizio di un film, la fatidica scritta "basato su una storia vera" innesca nello spettatore un meccanismo psicologico che aumenta il grado di partecipazione emotiva. Quando poi come prima immagine vediamo il protagonista rivolgersi direttamente a noi con uno "sguardo in macchina" che spezza la barriera fra film e spettatore, ecco che le nostre difese sono irrimediabilmente azzerate e tutto ciò che accadrà da lì in poi, malefatte comprese, finirà per avere un'aria famigliare e sarà da noi accolto con la stessa indulgenza che riserviamo, appunto, alle cose di famiglia. E, infine, dare allo stesso protagonista il volto ammiccante di Michael Keaton assesta il colpo definitivo ad ogni nostro tentativo di affrontare il film con l'intenzione di sapere qualcosa di come andarono veramente le cose tra i fratelli McDonald e Ray Kroc. Lasciamo quindi da parte ogni pretesa storica e concentriamoci sul racconto.

Fin dall'inizio, come s'è detto, la nostra simpatia - per non dire compassione - per il protagonista viene alimentata dalle sue sfortune di venditore fallito. Assistiamo ai suoi sforzi per mettere in pratica gli insegnamenti - perseveranza! Determinazione! - che gli vengono impartiti da un disco (citazione di un famoso best-seller dell'epoca, The Power of positive thinking il cui autore, Norman Vincent Peale, sarà poi testimone delle nozze della figlia di Donald Trump...), ma veniamo a sapere che il cinquantaduenne Kroc le ha provate, come suol dirsi, tutte e tutte le volte gli è andata male. Ma ecco che finalmente anche per lui arriva il colpo di fortuna (tòpos cinematografico tra i più abusati, soprattutto a Hollywood) che si materializza nell'incontro con i fratelli McDonald (un nome che "sa di America", dirà alla fine del film), inventori di una straordinaria macchina produttiva che sforna hamburger a ritmi fordisti.

I due sono bravissimi dal punto di vista manageriale e organizzativo (esemplare la scena in cui uno dei due dirige il lavoro dei collaboratori come un direttore d'orchestra) ma non colgono le immense potenzialità commerciali della loro invenzione. Anzi, sembrano quasi coltivare un ideale elitario che mette la qualità al di sopra di tutto ("meglio un solo buon ristorante che 50 mediocri!!") e non considera l'ipotesi che ci si debba adeguare al consumatore anche a costo di qualche compromesso. Kroc invece, col cinismo di chi ha quintali di rivalse da prendere, si insinua tra i due (che ben presto se ne lamentano: "abbiamo fatto entrare un lupo nel pollaio!!") e pian piano li spodesta, mettendo dapprima in pratica il principio base del marketing (produrre tutto ciò che si riesce a vendere anziché vendere tutto ciò che si riesce a produrre) e dandosi così la patente di "fondatore" della catena di ristoranti più famosa del mondo, come recita ironicamente e provocatoriamente il titolo del film.

In realtà, a ben vedere, le migliori idee non sono nemmeno sue ma di altri (il tizio che gli fa capire che in realtà la sua è un'attività immobiliare e la trovata del frappé in polvere) ma poco importa, ché la sua abilità è proprio quella di sfruttare le idee altrui. Ed è in questo modo che viene celebrata la versione più estrema del capitalismo e dell’american way of life, dove non contano né il talento, né l'aver studiato (come del resto già recitava la voce del disco) ma la rapace e vorace capacità di mettersi sopra a tutto e a tutti, facendo strame degli affetti e dei sentimenti altrui.

Sembra quasi che, in fondo, ciò che frega i McDonald è proprio l'essere fratelli - non a caso sono quasi sempre inquadrati insieme dal regista -, come se il loro essere fratelli fosse per estensione, il segno di una fratellanza universale. L'imprenditore invece è - e deve essere - necessariamente un tipo solitario, non può lasciarsi sviare da sentimenti di fratellanza. Ennesima variazione, in definitiva, del tema del self made man e costruito sull'archetipo cinematografico (anch'esso abbastanza abusato e moralmente discutibile) della "simpatica canaglia", il film esalta ancora una volta le virtù del singolo; e pazienza se tra le virtù ci sono la spregiudicatezza, la furbizia, l'insistenza e la cattiveria. Qualche critico d'oltre oceano lo ha definito il primo film trumpiano e in effetti l'esaltazione della nuova chiesa americana ("croci, bandiere e archi!") non è solo l'anticipazione di ciò che il cibo è diventato oggi ma è soprattutto la celebrazione di un modello patriottico che prima di essere economico è soprattutto antropologico.

Pin It