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A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione

La divulgazione manageriale è un settore della saggistica in cui a un autore di best seller viene attribuita la definizione di “influente”. Ed è proprio sull’influenza dei divulgatori delle discipline manageriali che vorrei dedicare il mio commento nella rubrica “Snodi organizzativi”. Lo spunto viene dall’”agile” volumetto “A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione”, edito da Rizzoli ETAS, e scritto a quattro mani da due dei più influenti autori degli ultimi 50 anni di letteratura manageriale: Peter Senge e Daniel Goleman. Il libro giaceva non letto da alcuni mesi sul mio scaffale; l’ho ripreso qualche giorno dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Qual è stata l’evoluzione culturale che ha portato all’elezione di Trump? Qual è stato l’effetto, su questa scelta elettorale, dei processi educativi che si sono sviluppati negli ultimi 50 anni? Negli Stati Uniti e non solo. Dico 50 anni perché è un numero tondo (mezzo secolo) ma anche perché, quando ho ripreso “A scuola di futuro”, mosso dalla curiosità, ho interrotto la rilettura di un libro pubblicato in Italia 50 anni fa e che avevo letto circa 45 anni fa: “Eros e civiltà” di Herbert Marcuse. Il confronto ravvicinato tra i due libri mi ha suggerito delle riflessioni. Ammetto che sia metodologicamente imprudente guardare un fenomeno culturale da due punti di vista distanti nel tempo oltre 50 anni e con ottiche disciplinari e livelli di profondità così diversi, ma la tentazione è forte. Anche perché, rileggendo e riscoprendo quel “manifesto” di Marcuse, e confrontandolo col “Manifesto per una nuova educazione”, di Goleman e Senge, mi sono domandato cosa mai sia successo nel cinquantennio 1966-2016.

Il potenziale degli studenti 50 anni dopo

In tutti e due i casi, Marcuse e Goleman & Senge, – e fatte le debite proporzioni e ricalibrazioni storiche - si parte da una sincera volontà di porre le premesse per la liberazione del potenziale umano. Come si legge nel risvolto di copertina, il libro di Goleman e Senge si consiglia a “insegnanti e genitori alla ricerca del vero potenziale degli studenti”. Anche chi non ha letto il libro di Marcuse negli anni ’60 del secolo scorso lo ha “respirato” assieme all’aria dei tempi. La mia generazione, che è stata anche di “insegnanti e genitori” oltre che di lavoratori, manager, politici, intellettuali e influenti divulgatori del management, è partita da lì. Goleman (1946) e Senge (1947) sono stati studenti, il primo ad Harvard e il secondo a Stanford, nell’anno simbolo, il 1968. Sono certo che in quegli anni abbiano avuto sullo scaffale i libri di Marcuse: “Eros e Civiltà” (1955) e “L’uomo a una dimensione” (1965).

Il sistema educativo americano è capace di attrarre le menti più brillanti dell’umanità. In quegli anni Marcuse insegnava all’University of California di San Diego. Lascio ai ricordi di chi ha vissuto quegli anni, o alle trasmissioni di Rai Storia per i più giovani, la ricostruzione di quel clima di “movimento” pacifico. Una “scuola di futuro”, allora. Herbert Marcuse, di formazione filosofica tedesca, la Scuola di Francoforte, fu realmente influente nel corso della storia delle idee, anche se oggi ne parlano in pochi.

Di quegli anni della West Coast ne scrivemmo in un post a proposito del libro “Presence” (2005) di Peter Senge e di Otto Scharmer. La speranza dell’”immaginazione al potere” di cui si nutriva il movimento del ’68 era frutto dell’attecchire, sul suolo americano e poi nel mondo, di quelle idee che, prendendo le mosse da Marx, Freud, ma forse anche da Goethe, accorciavano le distanze tra l’immaginazione e l’azione, in vista della liberazione e del progresso dell’uomo. Il freudiano “principio del piacere” che, rileggendo Freud in senso libertario, riprendeva il suo ruolo nei riguardi del “principio di realtà”, attingendo al nucleo istintuale ed emotivo. Qualcosa di cui Daniel Goleman ha sentito parlare quando era studente di psicologia e che oggi trasmette, più o meno consapevolmente, quando applica il concetto brandizzato di “intelligenza emotiva” alle persone, alle organizzazioni ma anche all’ecosistema del pianeta.

Educazione, complessità e semplificazione

Quando, colpito dall’elezione di Trump, ho ripreso in mano il volumetto di Goleman e Senge, mi sono chiesto: possibile che 50 anni di maturazione di certe idee, solidamente radicate nella filosofia occidentale, nel momento in cui si propone, a vantaggio delle generazioni future, un “manifesto per una nuova educazione”, abbiano dato luogo a un così semplicistico ricettario di principi di buon senso?

Non sarà, quella dei manualetti di divulgazione da leggere in aeroporto, una resa della ragione alla complessità e alla fretta? Se così fosse, ci può andar bene per le faccenduole aziendali. Ma saremmo disposti a scommettere che quei principi enunciati in punti elenco, siano in grado di completare un lavoro cominciato molto tempo fa, ad esempio da Marcuse? Eppure Goleman e Senge sono considerati (dagli esperti di management) tra i più influenti pensatori progressisti del nostro tempo. Quando insegnava alla facoltà di ingegneria del MIT, prima di scegliere la filosofia come campo d’azione, Senge era allievo di Jay Forrester e aveva l’ambizione di costruire modelli sistemici della complessità. In quegli anni (1970) un italiano, Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, commissionava un modello sistemico computazionale del mondo a Forrester e al MIT. Il modello di simulazione mostrava chiaramente i “limiti dello sviluppo” nell’ecosistema mondo. Il progetto di Peccei conteneva allo stesso tempo attenzione all’uomo e fiducia nell’impiego di modelli matematici elaborati dalla scienza e abilitati dalla tecnologia.

L’elezione di Trump, nel Paese che è stato punta avanzata degli studi sulla complessità, decretava che 50 anni di progresso della filosofia e delle “scienze della complessità”, così come le chiamava Herbert Simon,  erano stati inutili vaneggiamenti di un’élite culturale oziosa e supponente. Che fosse possibile, contro l’establishment, una tranciante semplificazione, fatta da un solo uomo d’azione che ha nella pancia un’elementare soluzione, in spregio della cultura, della visione sistemica, della razionalità e della compassione e persino della verità fattuali.

Quella scelta elettorale mi ha scosso perché la storia insegna che nelle società che hanno espresso le élite culturalmente più evolute, può apparire improvvisamente il volto del totalitarismo senza che alcuno sia in grado di cogliere per tempo i segni premonitori, dare efficacemente l’allarme e contrastare la tragedia.

Cosa insegna agli insegnanti il libro di Goleman & Senge?

Quella scelta elettorale mi ha scosso e mi ha fatto sembrare molto misero il pur lodevole, lo dico sinceramente, libro di ricette di Goleman e Senge che vorrebbe sommessamente rivolgersi agli educatori e ai genitori per infondere ai giovanissimi “tre set di abilità cruciali: consapevolezza, empatia e cura degli altri, comprensione dei sistemi più ampi che ci circondano”. Come se se quelle 100 paginette fossero la manifestazione dell’ultimo pallido residuo di una stagione culturale iniziata riempiendo il cuore di speranza a una generazione, dopo la catastrofe della guerra, alla metà del secolo scorso. Quale influenza sulla società potrà mai avere il volenteroso ma esangue volumetto dei due guru del management?

Ne leggo i titoli dei capitoli:

  1. Riavviare un’ educazione alla vita (di Goleman)
  2. Concentrarsi su se stessi (di Goleman)
  3. Sintonizzarsi sugli altri (di Goleman)
  4. Comprendere il mondo nel suo insieme: pensiero e intelligenza sistemici (di Senge)
  5. La partnership potenziale tra educazione sociale ed emotiva ed educazione sistemica (di Goleman e Senge)
Scuola e cambiamento

La scuola è un grande volano che fonda una civiltà. Dentro le istituzioni scolastiche e le università germogliava, allora, il cambiamento. Nel ’68, assieme a l’ “Uomo a una dimensione” di Marcuse, il libro più letto dai sessantottini italiani (e il più “influente”) fu “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani. In quegli anni Ivan Illich, frutto, come Marcuse, della Mitteleuropa trasferita oltre l’atlantico quando le élite culturali venivano soppresse, proponeva di descolarizzare la società aprendo il suo libro più famoso (Descolarizzare la società, 1971) con l’incipit:

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica; quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore. »

Un “manifesto” dimenticato, molto letto e studiato in quegli anni. Un libro che, in modo non dissimile da quanto hanno tentato di fare oggi Goleman e Senge, affermava che il modello della scuola è lo stesso da secoli e che c’è bisogno di cambiarlo per sviluppare il potenziale di “immaginazione” di ogni studente. Abbiamo parlato della scuola come di un “volano”. Il volano ha la caratteristica della conservazione del proprio momento angolare. La scuola ha questa caratteristica: di avere una forte inerzia al cambiamento ma di conservare nel tempo il momento acquisito.

In quegli anni tutti spinsero sul volano in una certa direzione, con i libri, le chitarre, la poesia, l’arte e il volano cambiò il suo moto. Di quegli anni è l’esperienza di Neil Postman sul campo, a New York, molto lontano in senso solo geografico, dalla scuola di Barbiana di Lorenzo Milani. Come potremmo definire Neil Postman? Un sociologo? Un filosofo dell’educazione? Un filosofo dei media?

Leggiamo dalla sua biografia che nel 1969 Postman, cresciuto nel milieu culturale di New York, collaborò a un esperimento educativo nel sobborgo modello di New Rochelle con l’educatore Alan Shapiro per lo sviluppo di un modello scolastico rivoluzionario basato sui principi espressi nel suo libro “Teaching as a Subversive Activity” (1969). Il programma, presso la New Rochelle High School, prese il nome di "Program for Inquiry, Involvement, and Independent Study". Un esperimento di "open school" durato 15 anni. Negli anni successivi molti programmi replicarono quel modello e quei principi educativi. Pochi sono sopravvissuti oggi. Tra questi la Village School a Long Island, New York.

Del 1979 è il libro di Neil Postman “Teaching as a conserving activity”, tradotto in italiano come “Ecologia dei media. La scuola come contropotere” (Armando, 1981). In quel libro, Postman adotta un modello cibernetico della scuola, che piacerebbe a Peter Senge, spiegando che “L’istruzione cerca di conservare la tradizione quando il resto dell’ambiente è innovatore: oppure è innovatrice quando il resto della società è legata alla tradizione“. Postman paragona dunque la scuola a un “termostato”. Ma potremmo usare anche la metafora del volano perché la scuola è in grado di immagazzinare energia e rilasciarla nel tempo.

Cosa genera il curriculum dei media?

Il quel libro fondamentale, ma ormai ignorato dai più, Postman ha l’intuizione che ci sia un conflitto tra il curriculum “esplicito” scolastico, e quelli “impliciti” della famiglia e dei media.

Della televisione Postman dice nel 1979:

La televisione è il nemico delle fondamenta e dei prerequisiti, quindi è ostile alle basi dell’autorità tradizionale. La televisione capovolge le gerarchie e, trasmettendo l’informazione secondo schemi di distribuzione non gerarchici, crea un’impressione profonda che non esista alcun motivo razionale per alti e bassi, per segreti, o per monopoli del sapere. In una situazione del genere, ciascuno fa da sé; o almeno crede di doverlo fare. Noi ci muoviamo verso una cultura di imprenditori politici, spirituali e sociali. Ciò potrebbe essere molto pericoloso, specie quando lo strumento impiegato per scardinare l’autorità tradizionale è esso stesso eccessivamente autoritario.

Ora, si può avere l’impressione, da quanto detto qui sopra e da quanto precede, che io condanni decisamente il curriculum televisivo. Non è vero: e comunque la faccenda qui non interesserebbe. La televisione non se ne andrà, ed anzi con tutta probabilità continuerà ad aumentare la sua influenza ed il suo prestigio nel nostro ambiente informativo. Sarebbe un perdere tempo e fatica il condannare la televisione o formulare delle proposte per “migliorarla”. Naturalmente, la serietà, la maturità, la qualità generale del contenuto dei suoi programmi possono essere di certo migliorate. Ma le caratteristiche di cui parlo sono profondamente inserite nella struttura della televisione. Esse sono parte integrante dell’ambiente che la televisione crea. Da questo punto di vista, la televisione non può essere migliorata.

Così come l’ho descritto, il curriculum televisivo ha le seguenti caratteristiche: è incentrato sull’attenzione / non punitivo / incentrato sull’emozione / incentrato sul presente / incentrato sull’immagine / incentrato sulla narrazione / moralistico / non analitico / non gerarchico / autoritario / sprezzante dell’autorità / continua nel tempo / isolante nello spazio / discontinuo nel contenuto / immediatamente ed intrinsecamente gratificante.

Nessuna sequela di lamenti accademici o di richiami “responsabili” per una riforma televisiva può cambiare nulla di quanto sopra. La televisione non è una scuola, un libro, né un curriculum, se non se stessa. Fa quello che le fa fare la sua struttura, insegna quello che deve. Il vero problema pragmatico non è la televisione, bensì il suo rapporto con gli altri insegnamenti sistematici nell’ambiente dell’informazione. Il problema è quello di stabilire in quale misura le influenze della televisione possono essere bilanciate da quelle degli altri sistema di informazione, in particolare dalla scuola. Ma prima dobbiamo considerare quali possono essere le conseguenze di un’ istruzione televisiva incontrastata. Dove condurranno le sue influenze? Se non ne trattiamo, non possiamo sapere quali difese vanno predisposte.

Dopo quel saggio del 1979 ci sarà (1981) l’era reaganiana. Poi avremo l’avvento di internet, poi avremo la comparsa, in televisione di “imprenditori politici, spirituali e sociali” che, anche in Italia, attraverso la televisione, si sono accreditati come capaci di “scardinare l’autorità tradizionale”. Prima solo con la televisione poi anche con i social media.

Mentre Trump entra nella Casa Bianca, prevale Brexit e prende piede in Francia il lepenismo, il debole manifesto tascabile di Goleman e Senge, e i punti elenco da best seller del management, che riassumono il lodevole programma di implementazione della rivoluzione educativa, saranno in grado di rimettere in moto il volano della scuola, assieme ai libri, alle chitarre, alla poesia, all’arte?

Teoria dei sistemi ed educazione

Senge, da ingegnere aerospaziale e dei sistemi, parla, nel capitolo 4 di “A scuola di futuro”, della necessità di pensiero sistemico quando si vuole affrontare la sfida della “complessità dinamica”.

Quando ero un giovane studente di ingegneria, fui introdotto al giroscopio come archetipo della complessità dinamica. Questo dispositivo costituito da una serie di rotori sembra abbastanza semplice. Tuttavia, quando spingete un rotore verso il basso, può in realtà spostarsi a sinistra, e quando lo spingete a destra può ruotare verso l’alto. Tutto ciò avviene a causa delle conseguenze contro-intuitive delle leggi che regolano l’effetto giroscopico, un caso particolare del principio più generale del momento angolare. In realtà, la maggior parte di noi ha scoperto queste leggi quando abbiamo imparato che per riuscire ad andare in bicicletta dovevamo accelerare e inclinarci nella direzione verso cui la bicicletta stava cadendo; esattamente l’opposto di quello che avevamo imparato come camminatori: rallentare e allontanarci da una potenziale caduta. La causalità contro-intuitiva della complessità dinamica è tutt’intorno a noi. (pag.50)

Ecco, non possiamo affrontare la “complessità dinamica”, ad esempio quella che determina le scelte collettive, se non comprendiamo a fondo la contro intuitività degli effetti che, ad esempio, si possono vagamente prevedere dalle caratteristiche del mezzo televisivo (o di internet) che possiamo trarre dall’elenco fatto da Postman. Serve dunque un pensiero più evoluto, la rilettura e lo studio di quanto la cultura ha prodotto nel tempo. Magari studiando e ristudiando quello che la filosofia, le arti, la scienza hanno prodotto in quei rivoluzionari anni ’60 del novecento.

The Times They Are A-Changin', oltre il “Principio di realtà”

Non sono in molti a pensarlo, ma credo che Bob Dylan abbia fatto bene a snobbare il Nobel per la letteratura. Come fece nel 1964 Jean Paul Sartre nella Francia colonialista, che lo rifiutò. Quegli anni lontani erano fatti di desideri e di rifiuti. Di cose assolutamente volute e assolutamente non volute. Se il Nobel è un riconoscimento di una alta “performance” sul piano della produzione culturale, c’è nel gesto di Dylan, la coerenza di un rifiuto. Marcuse metteva in guardia dalla forma contemporanea del “Principio di realtà”: il “Principio di prestazione”. A mettere in moto il volano (o il giroscopio di Senge) furano tanti piccoli atti “sovversivi” – rifiuti e appropriazioni - in molteplici campi e settori della società, più che una vera rivoluzione.

Il libro si conclude con un aneddoto.

E’ il 2012. In una scuola il gruppo di Peter Senge ha animato il lavoro di bambini in progetti che applicano il pensiero sistemico per comprendere le conseguenze delle nostre azioni su scala globale. Il progetto presentato da una studentessa di 12 anni si riassumeva in una foto di una turbina a vento installata di fronte alla scuola.

A quel punto, avendo catturato l’attenzione di un pubblico per lo più stupefatto, la dodicenne lo ha affrontato direttamente, con tutti i suoi 30 chili di determinazione, e ha detto con calma: “spesso sentiamo che noi ragazzi «siamo il futuro». Non siamo d’accordo. Non abbiamo tutto questo tempo. Dobbiamo cambiare le cose ora. Noi ragazzi siamo pronti, e voi? (Pag.110)

Noi, ragazzini nel 1964 e liceali nel 1968, ci sentivamo pronti. Scriveva Bob Dylan nel 1964, a 23 anni, l’età di mio figlio oggi.

 

The Times They Are A-Changin'

Come gather 'round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You'll be drenched to the bone
If your time to you
Is worth savin'
Then you better start swimmin'
Or you'll sink like a stone
For the times they are a-changin'.

Come writers and critics
Who prophesize with your pen
And keep your eyes wide
The chance won't come again
And don't speak too soon
For the wheel's still in spin
And there's no tellin' who
That it's namin'
For the loser now
Will be later to win
For the times they are a-changin'.

Come senators, congressmen
Please heed the call
Don't stand in the doorway
Don't block up the hall
For he that gets hurt
Will be he who has stalled
There's a battle outside
And it is ragin'
It'll soon shake your windows
And rattle your walls
For the times they are a-changin'.

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don't criticize
What you can't understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin'
Please get out of the new one
If you can't lend your hand
For the times they are a-changin'.

The line it is drawn
The curse it is cast
The slow one now
Will later be fast
As the present now
Will later be past
The order is
Rapidly fadin'
And the first one now
Will later be last
For the times they are a-changin'. 
I tempi stanno cambiando

Venite intorno gente
dovunque voi vagate
ed ammettete che le acque
attorno a voi stanno crescendo
ed accettate che presto
sarete inzuppati fino all'osso.
E se il tempo per voi
rappresenta qualcosa
fareste meglio ad incominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
che profetizzate con le vostre penne
e tenete gli occhi ben aperti
l'occasione non tornerà
e non parlate troppo presto
perché la ruota sta ancora girando
e non c'è nessuno che può dire
chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
sarà il vincente di domani
perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
per favore date importanza alla chiamata
e non rimanete sulla porta
non bloccate l'atrio
perché quello che si ferirà
sarà colui che ha cercato di impedire l'entrata
c'è una battaglia fuori
e sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
e farà tremare i vostri muri
perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
da ogni parte del Paese
e non criticate
quello che non potete capire
i vostri figli e le vostre figlie
sono al dì la dei vostri comandi
la vostra vecchia strada
sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
se non potete dare una mano
perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L'ordine sta rapidamente
scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l'ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

 

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