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L’impresa euforica e la società del rischio [prima parte]

Questo articolo è un invito alla lettura del libro “Search Inside Yourself” di Chade-Meng Tan, Harper Collins, 2012. (edizione italiana “E’ facile lavorare felici se sai come farlo”, il Corbaccio, 2013). Il libro “Search Inside Yourself” testimonia di un metodo applicato in Google per diffondere in azienda, attraverso un programma di formazione, un sito e un libro, i principi della meditazione, volti a perseguire lo stato mentale della Mindfulness.

La Mindfulness promette un maggiore benessere dell’individuo nell’organizzazione e una migliore efficacia personale. Pertanto la Mindfulness e le tecniche di meditazione che servono a raggiungerla, sono sempre più spesso presenti nei programmi di leadership delle principali business school. Nella recensione ci si domanda se la mindfulness sia solo una moda passeggera (nonostante le radici antichissime dei principi su cui si basa) e se non sia compito del management, piuttosto che cercare di diffondere pratiche che rendono l’individuo più sereno, quello di far funzionare meglio l’azienda. Poiché lo stress dipende spesso dall’insuccesso individuale e collettivo e dalla sensazione (spesso realistica) dell’individuo che si stia facendo, come individuo, come team e come azienda, la cosa sbagliata.

Il trionfo della Pop Psycology in azienda

Come si diceva in un post precedente, la Pop Psychology (un misto di divulgazione della psicologia e delle neuroscienze, di self help e di filosofie antiche o esotiche) è molto in voga nelle riviste di management. Tra i concetti più popolari è quello della “Mindfulness” che Wikipedia definisce, in modo esauriente, così:

Mindfulness è la traduzione di "sati" che in lingua pali (il linguaggio utilizzato dal Buddha per i suoi insegnamenti) significa essenzialmente consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita. Queste qualità dell'essere possono venire coltivate attraverso la meditazione. Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Vipassan?), dello Zen, e dalle pratiche di meditazione Yoga, ma solo dagli anni settanta negli Stati Uniti per opera di un medico del Massachusetts: Kabat-Zinn, questo modello è stato assimilato ed utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche italiane, europee e d'oltre oceano. Mindfulness è quindi una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell'hic et nunc, in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un'accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.

La Mindfulness, così com’ è definita, ha dunque qualcosa a che fare con la risoluzione e la prevenzione della sofferenza interiore. Ma anche con la compassione verso gli altri e l’empatia. Negli articoli a cui facevo riferimento nel mio post precedente, tutto questo si collegava, in modo esplicito o implicito, attraverso la lente della cosiddetta “intelligenza emotiva”, alla performance aziendale.

Mi piace molto pensare che un così visibile movimento, all’interno degli studi aziendali, sia foriero di una maggiore  gentilezza negli ambienti di lavoro e della compensazione del fatto che i mercati non hanno un’anima gentile. Anzi non hanno affatto un’anima, perché non sono persone. Tifo sinceramente per il diffondersi della mindfulness  nelle organizzazioni. Non farei nulla per contrastarla. Ma ho dei dubbi sul fatto che, invece, si tratti solo di una moda manageriale, senza reali conseguenze sul benessere organizzativo. Se non, forse, in poche isole felici: imprese che si possono permettere il lusso della felicità. Sottolineo “forse”.

Alla ricerca della felicità

Vengo sempre più spesso chiamato a parlare di felicità in azienda. E mi capita di dover difendere tra i diversi relatori un principio: gli studi organizzativi non dovrebbero occuparsi di quello che avviene dentro la persona ma di quello che avviene fuori, nell’ambiente organizzativo che progettiamo. In quelle occasioni qualcuno ha rilevato come il mio ragionamento corra il rischio di trascurare l’intero dominio dei “behavioural studies” e soprattutto il punto di vista del lavoratore in sofferenza. Oppure di non rallegrarmi che si sia trovato un posto, nei pensieri degli uomini d’azienda, per la gentilezza, la sensibilità, il sorriso interiore, il perdono, la riconoscenza. In pratica qualcuno mi ha accusato di scarsa “empatia”, usando una categoria cara alla scuola di pensiero dell’”intelligenza emotiva”.  Insomma, do l’impressione sgradevole di avere in antipatia l’empatia, come concetto e come pratica. Il che non è vero e qualche volta ho l’opportunità di spiegarmi.

Infelicità, frustrazione e società del rischio

Qualche anno fa, nella presentazione dei risultati di una ricerca svolta da Stoà in diversi Paesi europei,  a proposito del Career Counseling scrivevo, citando il citatissimo Zygmunt Bauman e il meno noto, ma altrettanto importante, Ulrich Beck:

La condizione dell’individuo e del lavoratore nella “modernità liquida” di cui parla Zygmunt Bauman, è di relativa solitudine nei momenti delle scelte e delle sconfitte, con “gli occhi puntati esclusivamente sulla propria performance”. Responsabilizzato sul proprio destino e sul proprio eventuale insuccesso, il lavoratore della “seconda modernità” è spinto alla ricerca di una “soluzione biografica a contraddizioni sistemiche”, come dice Ulrich Beck nel suo libro “La società del rischio”.

Successivamente, in questa rubrica, ho recensito due libri di successo, Business ModelYou e ReinventingYouScrivevo in quella recensione:

L’approccio strategico “manageriale” allo sviluppo delle potenzialità di una persona – che è alla base del business model individuale - non esclude l’approccio motivazionale, la consulenza psicologica, pedagogica o filosofica e tutte quelle “tecnologie del Sé” di cui parlava Michel Foucault quando invitava non solo a “conoscere sé stessi”, socraticamente, ma anche a “prendersi cura di sé stessi”, secondo gli insegnamenti di stoici ed epicurei. Nei titoli dei due libri di cui abbiamo parlato la parola “You”, come un indice puntato, vuole dire che oggi “Tu” sei il solo protagonista. Nessuno però sa dire, nel blur, se questa sia un’opportunità o una minaccia, un privilegio o una condanna.

Il più accanito difensore del punto di vista dell’individuo mi darà atto che, nelle finalità della ricerca a cui ho partecipato e in quella recensione, non abbia mai escluso l’importanza del punto di vista individuale e dell’essere vicino all’individuo, per aiutarlo a trovare soluzioni a livello personale.  Piuttosto ho richiamato all’attenzione il rischio di lasciare al lavoratore il compito di trovare in se stesso tutte le risorse necessarie per rielaborare il passato, per affrontare il futuro e per non soffrire nel presente. Impresa nella quale la meditazione può aiutare.

La mia opinione è che dedicarsi con troppa attenzione a cose interessantissime come le emozioni e gli stati mentali, e l’esercizio di pratiche compassionevoli, faccia trascurare la responsabilità dell’impresa nel creare strutture, sistemi e processi ben funzionanti, nel quadro di una strategia aziendale vincente.

Felicità = Fertilità

La felicità organizzativa risiede nella fertilità dell’ambiente organizzativo in cui l’individuo profonde i suoi sforzi (felix in latino significa “fertile”). Cioè la felicità dipende dalla speranza fondata e dall’esito fortunato di raccogliere (personalmente, come team e come impresa) il frutto del dissodare, dell’arare, del seminare, del proteggere. Seminare e raccogliere. L’infelicità deriva invece dalla disperazione (a volte quieta) e dall’insuccesso (a volte sfacciatamente negato dal management a volte vissuto come una colpa), molto più che dal carattere dell’individuo. Carattere che, tra l’altro, può risultare “corroso” e indebolito dalla continua esposizione agli agenti esterni che infuriano sull’organizzazione. Il concetto della “corrosione del carattere” è in Richard Sennett (L’uomo flessibile, Feltrinelli, 2001). Non si può chiede al lavoratore di sviluppare un certo carattere “positivo” quando è il contesto in cui lavora, e, su scala più ampia, il mercato del lavoro in cui si trova, a corroderlo.

Strutture resistenti alle accelerazioni e alle conseguenti sollecitazioni

Lo stress e le rotture nell’organizzazione dipendono dall’accelerazione e della turbolenza delle sollecitazioni, ma anche da carenti caratteristiche del progetto organizzativo che a tali sollecitazioni deve rispondere. Le sollecitazioni sono esterne all’organizzazione e le dobbiamo subire come le burrasche nel mare sempre più turbolento che solchiamo; le strutture e i processi sono interni all’organizzazione e sono responsabilità del management.

L’enfasi sulle caratteristiche di resistenza, elasticità, resilienza dei singoli nodi e snodi, in cui vivono e ci mettono l’anima, non sempre felicemente, le singole persone, può far dimenticare l’importanza di un design “complessivo”: una strategia brillante, un’implementazione coerente, un’esecuzione corale. Nel quale le probabilità che l’individuo sia preoccupato, sfiduciato, infelice sono minori.

Dunque quando vedo la parola “You” in un libro destinato a chi lavora in un’organizzazione comincio oramai a innervosirmi e a perdere la mia imperturbabilità.  Oppure quando leggo la parola “Yourself” che trovo nel libro “Search Inside Yourself” scritto da Chade-Meng Tan e pubblicato nel 2012 da Harper Collins.

Un libro e un sito nati in un’Azienda “euforica”

Il libro, che vi sollecito caldamente a leggere, è stato pubblicato nel 2013 in Italia dal Corbaccio con il titolo, che mi irrita ancora di più, “E’ facile lavorare felici se sai come farlo”. E con il sottotitolo “Come applicare la nostra intelligenza emotiva al mondo del lavoro.”

Non sono sereno nel giudizio. Lo ammetto. Nonostante mi invitino alla lettura, dalla quarta di copertina il 39° Presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter e, nientedimeno, sua Santità il Dalai Lama.

Come non predisporsi positivamente alla lettura quando c’è un endorsement del sorridente Dalai Lama? Che scrive:

Search Inside Yourself, che unisce le antiche pratiche meditative della mindfulness all’idea contemporanea dell’intelligenza emotiva, mostra che per evitare un certo tipo di risultati, tu dovresti cambiare le condizioni che li generano. Se cambierai gli schemi abituali del tuo pensiero, potrai cambiare gli attegiamenti e le emozioni che da essi scaturiscono e trovare felicità e pace interiore.

L’autore, nel sottotitolo, va ancora oltre e promette “The unexpected path to achieving success, happiness (and World peace)”. Vorrei crederlo: addirittura la pace nel mondo!  Anche perché l’autore, ingegnere, è nel team delle Risorse Umane di Google, un’azienda che avrà una certa importanza nel determinare come sarà il mondo nel futuro. Scrive Erich Schmidt, Executive Chairman di Google, sulla prima di copertina:

Questo libro e il corso di formazione che è basato su di esso, rappresenta uno dei più notevoli aspetti della cultura di Google: che un individuo con una grande idea possa realmente cambiare il mondo.

Divertente, nell’edizione americana, che il titolo sia scritto con l’allegro lettering multicolore di Google e con l’uso ammiccante del concetto di “search” che è l’essenza del business dell’Azienda creata da Larry Page. Il libro nasce da una vocazione “euforica” (letteralmente “eu-foria” significa “portare il bene”) che Google condivide, nella visione e nei valori, con sempre più numeroe imprese, più o meno singere nell’enunciare la propria missione.

L’autorevolezza con cui l’idea si è affermata

Le autorevoli prefazioni sono affidate a Jon Kabat-Zinn, Professore Emerito di Medicina e fondatore della Stress Reduction Clinic e del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care and Society presso la University of Massachusetts Medical School, e a Daniel Goleman in persona, tanto per non farsi mancare nulla. E all’autore, che si definisce molto timido, non è mancata l’esperienza di mettere alla prova la propria timidezza, esponendo le proprie convinzioni (e quelle della Google) all’Assemblea delle Nazioni Unite, al Presidente Obama (pag.84), e a numerosi premi Nobel presenti al World Peace Festival di Berlino (pag.86).

Insomma non si può dire che il libro, e il corso di formazione offerto dalla Google, non abbiano avuto una certa visibilità e non abbiano assunto autorevolezza e influenza. Il che ci incoraggerebbe anche qui, alla periferia dell’Impero, ad essere mindful, sorridenti, giocosi e ottimisti come l’autore. Fiduciosi di essere stati illuminati.

Cerca dentro di te la risposta!

Ci piace che l’epigrafe iniziale del libro, scelta dall’autore, forse facendo una search su Wiki-Quote, sia di Marco Aurelio:

Guardati dentro; è lì che si trova la fonte di ogni bene.

Ho l’impressione di aver incontrato quella frase in una versione dal greco al Liceo, molti anni prima che nascesse Chade-Meng Tang. Un malinconico imperatore romano, che ha studiato e appreso da un filosofo-coach greco, che ha comandato e combattuto ai confini del mondo conosciuto, può aver avuto un’interessante visione del mondo, del potere, del successo, della fama e della felicità.

Ci piace molto meno che il libro inizi presentandoci “l’uomo più felice della terra: un francese calvo vestito con abiti tibetani chiamato Matthieu Ricard.” ”Il suo cervello – scrive l’autore a pag. 2 - divenne oggetto di numerosi studi scientifici”. Si ha quasi l’impressione che quella di Tang sul cervello nel cranio calvo di Ricard, sia una battuta per farci sorridere. Come le molte spiritose battute e cartoons che troviamo nel libro.

Invece sembra proprio che l’autore creda fermamente nel fatto che quell’incomparabile felicità del francese calvo derivi dall’applicazione di un metodo e dall’esercizio della meditazione che ci può donare poteri straordinari. “Una volta acquisita la capacità di percepire la nascita e la lenta scomparsa delle emozioni, sapremo controllarle così bene che sarà come rivivere in prima persona la scena del film Matrix, nella quale Neo, il personaggio interpretato da Keanu Reeves, riesce a schivare le pallottole dopo aver imparato a percepire l’attimo in cui i proiettili vengono sparati e a vederne la traiettoria al rallentatore” (pag.22). E che ci siano evidenze scientifiche a supporto di questa teoria (pag.46).

Non si promette certo di schivare una pallottola, ma almeno di schivare la tentazione di rovesciare la scrivania sul capo stronzo che ti sta provocando. La risposta è dentro di te. Dice Tang, ma non siamo completamente convinti. Penso infatti al filmato che segue.

Imprese euforiche e comprensive

Chade-Meng Tan e il Dipartimento Risorse Umane della Google non sono soli a pensarla così. Nell’ultimo numero dell’influente McKinsey Quarterly, Manish Chopra, “Principal” dell’importante azienda di consulenza americana, dichiara di essersi imbattuto nelle tecniche di meditazione dopo numerosi insuccessi personali nel tentativo di accrescere la propria efficacia personale.  (Chopra, M., Want to be a better leader? Observe more and react less, McKinsey Quarterly,  February 2016).

Nell’articolo Chopra rivela che la pratica, da lui felicemente adottata, si stia diffondendo nei “business circles” e nei corsi di formazione delle principali business school, grazie a docenti di leaderhip del calibro di Ben Bryant dell’IMD, di Bill George di Harvard e di Jeremy Hunter della Drucker School of Management.

Poiché in queste cose non guasta un po’ di storytelling, Chopra racconta della volta in cui gli successe che la McKinsey avesse perso, a vantaggio di un concorrente, una grossa commessa di cui era il responsabile. “La mia reazione istintiva – narra Chopra – in situazioni analoghe sarebbe consistita in un mix di disappunto, scoramento, frustrazione e persino rabbia verso il concorrente.  Minimizzare i danni per l’Azienda e contenere l’impatto sul mio prestigio e la mia carriera, sarebbero stati i pensieri dilaganti nella mia mente.” In ogni occasione simile Chopra si sarebbe trovato in un increscioso e improduttivo “mind wandering” pieno di rincrescimenti relativi agli errori del passato e di ansie relative al futuro. E la pulsione a reagire immediatamente. Cosa pensate successe a Chopra dopo aver imparato le tecniche di meditazione?

Non dico che fui completamente libero da tali emozioni negative, quella volta, ma qualcosa andò in modo differente. Si frappose più spazio tra me e la reazione emotiva che conoscevo per le esperienze precedenti. Mi sorpresi a riconoscere, davanti ai colleghi, la qualità dell’offerta del concorrente ricevendo l’emozione positiva di un certo compiacimento del successo del rivale. Mi trovai a sentirmi genuinamente felice per il cliente che aveva trovato un nuovo partner molto qualificato con cui perseguire i propri obiettivi. Mi accorsi che tutta la negatività susseguente a tale tipo di episodi si era magicamente allontanata da me grazie alla meditazione, tanto da poter rispondere all’evento in un modo più neutrale senza che né io né i miei collaboratori ne fossimo logorati.

Mi fermo qui perché l’articolo non ci fa capire bene come fu accolta in McKinsey quest’epifania della serenità d’animo, questo trionfo dello stoicismo. Se fu apprezzato il principio dell’”atarassia” e  l’adozione di un modo efficace per non lasciare che il carattere sia “corroso” dalle disgrazie. Se fu celebrato in McKinsey il miracolo scaturito da un pensiero nato sulle rive del fiume Indo, giunto a noi prima attraverso la filosofia greca, poi attraverso l’etica cristiana, e infine attraverso la recente scoperta del buddismo in Occidente. Se, in una matrice di risk management, l’opzione “morbida” in caso di failure,  fosse prevista nella grande società di consulenza.

Immagino che la “sportività” di Chopra fu accolta bene, altrimenti lui non starebbe sulla rivista McKinsey a raccontarla. Forse stiamo veramente avvicinandoci ad imprese autenticamente euforiche, fault tolerant, rilassate, atte alla sopravvivenza in un ambiente competitivo e in una società a rischi crescenti?

Che la Forza sia con noi! Mindfulness sui banchi di scuola

Ci incuriosiscono, a proposito di mindfulness, alcune notizie dal mondo anglosassone. Ad esempio quella del ministro dell’istruzione inglese David Laws che si dichiara favorevole ad introdurre la mindfulness nel sistema educativo inglese. L’idea – come scrive il “Telegraph” - è stata discussa in Parlamento, facendo esplicito riferimento alle esperienze fatte dall’azienda di trasporti londinese, dalla PriceWaterhouse Coopers e, ovviamente, dalla Google.

Una notizia che leggo un po’ incredulo anche dal “The Guardian” nella sezione del suo sito dedicato agli insegnanti. “Se avete cinque minuti - scrive l’articolista del The Guardian - potete avere un’aula più rilassata e calma.” E prosegue: “I bambini delle scuole elementari possono essere introdotti alla meditazione e incoraggiati a chiudere gli occhi e rilassarsi.” Si aggiunge poi: “In prossimità degli esami potranno essere forniti agli studenti suggerimenti per ridurre lo stress, praticando la meditazione e la mindfulness.”

Un modo per avere lavoratori del futuro meno esposti alla corrosione del carattere? Un modo per avere persone più felici? E più performanti.

Se ci siamo stupiti del buzz proveniente dalla “fredda” Inghilterra, non ci meravigliamo affatto invece che venga dagli Stati Uniti un programma di meditazione rivolto sia agli insegnanti che gli studenti. A sviluppare questo curriculum formativo è la George Lucas Educational Foundation, una fondazione non-profit creata da George Lucas nel 1991. Si, proprio dal regista e produttore di Guerre Stellari che ha inserito nella sua saga intergalattica il maestro di meditazione trascendentale Yoda.

Sul sito della Fondazione si racconta che il famoso cineasta, noto per la sua curiosità e creatività, a scuola si annoiasse molto. Diventato padre, al regista venne l’ispirazione di dedicarsi al potenziale inespresso nelle scuole americane a causa dello scarso engagement degli studenti. Un’idea volta a ispirare gli studenti fino a 12 anni, per farli a diventare degli “attivi lifelong learners”.  Che la Forza sia con loro! Guardate il video.

Alcune domande

Sorgono spontanee delle domande a cui non so dare risposta.

  1. Dove trovare, nella Galassia, abbastanza “Yoda” qualificati in grado di diffondere compassione, meditazione e rilassamento nelle scuole di ogni ordine e grado?
  2. Non sarebbe più utile e interessante studiare seriamente la filosofia e leggere Marco Aurelio e Seneca? Piuttosto che Maharishi. Formando docenti-maestri in grado di generare engagement e benessere nell’apprendimento per effetto dell’autorevolezza della loro cultura e della sfida intellettuale delle materie più difficili.
  3. Non sarà mica stata proprio quella “noia” delle lezioni old style e quello stress dell’apprendimento, provati nell’aula scolastica, il luogo mentale capace di generare la straordinaria creatività di George Lucas? Più di quanto abbia fatto il suo guru spirituale Maharishi.

Nella seconda parte contestualizzeremo il progetto Search inside yourself alla Google e alla sua particolare visione del mondo, dell’ambiente organizzativo, del dipendente (andando a cerchi concentrici, dall’Universo all’amigdala, passando per la corteccia cerebrale, come piace a Larry Page, il fondatore di Google).

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