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Coordinated Management of Meaning: forze logiche e conversazioni multiple [parte 2]

Riprendiamo e completiamo il nostro riassunto (vedi la prima parte) di alcuni degli strumenti offerti dalla Coordinated Management of Meaning fondata a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta da W. Barnett Pearce e Vernon E. Cronen. La CMM è una teoria performativa della comunicazione, considera cioè la comunicazione come azione più che il suo aspetto referenziale. Oltre all’aspetto descrittivo, la CMM ha pertanto un’altra dimensione molto importante: quella motivazionale. Inoltre la CMM ci aiuta, attraverso modelli sviluppati ad hoc, a includere nell’analisi della comunicazione conversazioni in corso che avvengono indirettamente, in presenza di altri significativi o anche a distanza.

Le forze logiche della comunicazione

Gli atti comunicativi hanno una ‘forza logica deontica’, una forza che riguarda ciò che le persone vogliono fare con la loro comunicazione. Per la CMM, la forza logica è un senso più o meno forte di “dovrei” (“oughtness”) che risponde alla situazione e che deriva dalla gerarchia dei contesti in quattro diversi modi:

  • la forza è prefigurativa se è basata su ciò che gli altri hanno appena fatto;
  • la forza è contestuale se ciò che sentiamo è basato sulle situazioni in cui ci troviamo;
  • la forza è pratica se si basa su ciò che vogliamo che l’altro faccia;
  • la forza è implicativa o riflessiva se è intesa a produrre effetti sui contesti che la generano.

La CMM, una teoria fortemente pragmatica, fa il “tifo” per le seconde due forze (pratica e implicativa), come forze che liberano maggiormente i comunicatori nei confronti di ciò che essi vogliono ottenere, verso il successo, e verso la “creazione di un mondo sociale migliore” (Pearce 2009).

Il “modello a serpentina” della CMM analizza il processo comunicativo un po’ come un incontro di tennis: il tempo passa, e la comunicazione continua a rimbalzare tra un attore e l’altro; in ogni atto comunicativo è possibile analizzare ciò che viene fatto e come viene interpretato dai parlanti, quale forza viene esercitata, ed eventualmente come la gerarchia dei contesti venga riordinata e modificata. La scimmia stanca di giocare potrebbe iniziare ad agire in base a una forza implicativa (che mira a modificare il contesto) esagerando con i morsi e lanciando altri segnali; per un po’, la scimmia partner potrebbe mantenere il contesto di gioco sotto l’influsso di una forza contestuale; l’equilibrio e lo squilibrio tra forze determinerà la durata dell’episodio e la sua definizione. Se poi questo episodio andrà o meno a incidere sulla relazione tra le due scimmie, è difficile a dirsi…

La magherita delle conversazioni

Un altro modellino della CMM che vale la pena considerare è il modello “a margherita” delle conversazioni. Attorno a ciascuno dei due attori in conversazione, il modello a margherita disegna molti petali che rappresentano le altre conversazioni invisibili che stanno avvenendo simultaneamente a quella osservata. Cosa vuol dire? Che uno scambio tra i parlanti non è mai soltanto tra loro: è sempre anche uno specifico “turno” in molte conversazioni in corso con altre persone, molte delle quali non sono presenti. Concentrandosi sull’una o sull’altra conversazione in corso, cogliamo differenti significati di ciò che viene detto e diverse forze deontiche che lo spiegano. Certamente questo vale anche per la relazione, come abbiamo affermato nel precedente post dicendo provocatoriamente che “le relazioni duali non esistono”.

Un’altra suggestione che possiamo cogliere dalla CMM ha il bizzarro acronimo di LUUUTT, e serve a guidare un consulente o un mediatore nell’arricchire le storie che vengono raccontate all’interno di una conversazione. LUUUTT sta per stories Lived, Untold stories, Unheard stories, Unknown stories, stories Told, and storyTelling. Per arricchire una conversazione si parte dall’ascolto. Si inizia dunque dalle due T, ovvero dalle storie che vengono raccontate (Told) e dal modo in cui esse vengono raccontate (storyTelling). Specialmente nel caso di storytelling accusatorio che porta a escalation di aggressività e dogmatismo, è necessario interrompere frequentemente la comunicazione facendo domande su incertezze, percezioni dell’altro, persone/situazioni che non vengono evocate. In questo modo il mediatore/facilitatore può rallentare la conversazione, modificare le forze deontiche personali, e invitare il racconto e l’ascolto di storie inedite fornendo anche modelli di ascolto e di domanda. In tutto questo lavorio vengono utilizzati gli altri concetti analitici sviluppati dalla CMM cui abbiamo appena accennato.

Trovo chiaro e interessante un esempio tratto dalla psicoterapia familiare di casi di violenza domestica (Pearce 2004, p. 46). In terapia, la persona violenta spesso sostiene di aver dovuto esercitare violenza nella particolare situazione in cui si trovava (e in risposta a ciò che l’altro aveva fatto). Le forze logiche deontiche riportate sono dunque la contestuale e la prefigurativa, con un basso rango del contesto ‘relazione’ rispetto al sé, all’episodio e alla cultura. Pearce racconta di aver studiato le domande del collega psicoterapeuta Peter Lang. Peter poneva domande come “Perché non ha continuato a picchiare fino a uccidere?”, alle quali spesso seguiva la risposta “Non lo farei mai! Io lo/la amo!”.

“Ah,” Peter replied, “then how did you decide how hard to hit her? Would it have been alright if you had just broken her arm?” “No!” And so on (Pearce, cit.).

Lo scopo dello psicoterapeuta è di guidare la persona abusante a scoprire il proprio ruolo attivo nello scegliere come agire: “dici che eri fuori controllo, ma di fatto alcune scelte le stavi compiendo”. Una volta portato nella conversazione il processo di decision making della persona abusante, tutta una serie di nuove opzioni diviene disponibile e possibile.

Conclusione

In questi due post abbiamo utilizzato un piccolo riassunto della teoria del Coordinated Management of Meaning per elaborare ancora un poco quelle idee ‘basic’ sulla relazione duale che abbiamo introdotto nei post precedenti. Lo scopo è avere nuove idee e consapevolezze per cercare di prendersi cura delle relazioni, di coltivarle e di fale crescere. Nel caso della CMM, queste idee hanno anche un bel twist pragmatico e ottimista, focalizzato sulla possibilità di divenire consapevoli e di poter agire molto liberamente attraverso la comunicazione per migliorare il mondo sociale che costruiamo insieme. Sui siti internet indicati qui di seguito sono disponibili molti materiali di ricerca e di riflessione per il lettore che voglia approfondire e non è escluso che potremo tornare sulla CMM in uno dei prossimi post. La prossima volta tuttavia considereremo altri punti di vista, sui temi dell’ascolto passivo e attivo e della ricerca della novità nella relazione.

Bibliografia
  1. Pearce WB (2004). The Coordinated Management of Meaning (CMM). In W. Gudykunst, ed. Theorizing Communication and Culture. Thousand Oaks, CA: Sage, pp. 35–54.
  2. Pearce WB (2009). Making Social Worlds: A Communication Perspective. USA: Blackwell Publishing.
  3. http://www.cmminstitute.net/resources/documents
  4. http://www.pearceassociates.com/essays/bibliography.htm
  5. http://www.taosinstitute.net/resources
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