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Comunicazione e relazione: alcune idee dalla teoria del coordinated management of meaning [parte 1]

La teoria della gestione coordinata del significato (Coordinated Management of Meaning, CMM) è una delle numerose teorie interpretative trasformatesi in ’teorie pratiche’ e poi in studi di consulenza specializzati. Come spesso accade, tuttavia, alcune idee fondamentali della CMM possono essere utili alla comprensione delle dinamiche organizzative. La CMM contribuisce alla nostra cassetta degli attrezzi per la lettura delle relazioni con un framework basato sull’idea di una gerarchia di contesti gestiti dai parlanti in maniera coordinata.

Sviluppata inizialmente in contesti terapeutici e di mediazione (ai quali lasciò alcune consapevolezze interessanti, cf. Cronen, Johnson & Lannaman 1982, Cronen & Pearce 1985, Lang et al. 1990, Ugazio 1998), la CMM fu proposta da W. Barnett Pearce (1943-2011) e Vernon E. Cronen alla University of Massachusetts at Amherst (Pearce 1976, Pearce, Cronen & Conklin 1979, Cronen & Pearce 1981, Pearce & Cronen 1980), e fu sviluppata poi notevolmente sia dal punto di vista teorico che da quello applicativo (Pearce & Pearce 1995, Pearce 2004). Il CMM Institute, la Pearce Associates Inc., il Taos Institute e altri istituti di consulenza ne conservano ed elaborano il pensiero.

 
“Questo è un gioco”

Nei materiali della CMM si racconta che una delle intuizioni iniziali per il suo sviluppo venne dalla lettura delle osservazioni di Gregory Bateson sulle scene di gioco tra scimmie (Bateson 1956, 1972). Il gioco tra scimmie era una sequenza interattiva composta di azioni o segnali simili a quelli del combattimento, ma allo stesso tempo diversi. Un osservatore umano capiva perfettamente che quello non era un combattimento, ma un gioco; e comprendeva anche che nemmeno per le scimmie quello era un combattimento. Ma come avveniva questo? Che cosa distingueva un gioco da un vero combattimento, dato che le azioni e i segnali erano i medesimi? Per Bateson la risposta stava nella metacomunicazione, ovvero nella trasmissione del messaggio “questo è un gioco”, che trasforma il mordere in ‘mordere per scherzo’. Ciò almeno fino a quando il messaggio “questo è un gioco” fa da contesto al messaggio “questo è un attacco”: è interessante, infatti, il momento in cui il gioco finisce in litigio, il morso è interpretato come attacco, e le successive interazioni avvengono in un contesto differente: “questo è un combattimento”.

Come sappiamo, il modello della Pragmatica della comunicazione (Watzlawick et al. 1967), derivato dai lavori di Bateson, propone una visione della comunicazione a due livelli, ‘contenuto’ e ‘relazione’. La relazione contestualizza il contenuto, e i metamessaggi tra due interlocutori possono confermare o perfino estremizzare la loro relazione nella sua forma attuale (la quale può essere, secondo la Pragmatica, di natura simmetrica oppure complementare). Ma vi è sempre una possibile tensione tra messaggio e relazione, come nel caso del combattimento tra scimmie: i continui morsi scherzosi, essendo in contrasto con la relazione ‘siamo amici e questo è un gioco’, creano una tensione che alla fine si risolve in un ribaltamento tra messaggio e contesto. Ecco come avvengono novità e interazioni nuove, e come le relazioni si possono modificare nel tempo grazie alla comunicazione.

Una gerarchia di contesti

La CMM espanse l’idea della distinzione tra contenuto e relazione, arrivando a moltiplicare i livelli di contesto: non più due, contenuto e relazione. Già abbiamo visto nello scorso post che se teniamo in considerazione la dimensione storica di una relazione, allora “questo è un gioco” sarà da considerare come definizione di un episodio qui e ora, piuttosto che la definizione della relazione che si trova a un livello di astrazione superiore. La CMM propose di analizzare la comunicazione mediante una gerarchia nidificata di contesti che vengono gestiti in maniera dinamica dai due parlanti. Per la CMM, i contesti fondamentali sono quattro:

  • la “cultura”;
  • la relazione tra coloro che comunicano;
  • l’episodio;
  • l’identità personale.

I contesti possono comparire come diversamente rilevanti e la loro presenza può essere più o meno consapevole nei parlanti. Soprattutto, l’ordine gerarchico può differire in conversazioni diverse e, all’interno di una conversazione, tra i diversi attori. Ecco una configurazione possibile:

Nel caso di una scimmia che gioca, o meglio di un bambino – così entriamo nell’ambito umano che ha ovviamente una complessità comunicativa molto maggiore – l’episodio “gioco della lotta” contestualizza i singoli attacchi che egli sferra e riceve; il gioco è a sua volta contestualizzato dalla relazione di amicizia con il compagno; per ogni bambino vi è poi la dimensione del sé che può contestualizzare la relazione di amicizia, dandole un significato particolare e così via.

La nozione di ‘episodio’ è piuttosto chiara: gli episodi sono sequenze limitate di messaggi che hanno una struttura narrativa e sono percepiti come unità. Spesso un episodio può essere definito rispondendo alla domanda “cosa stanno facendo?”. L’operazione di identificare l’inizio e la fine di un episodio si chiama ‘punteggiatura’ (punctuation). La coerenza di un episodio ci permette di sapere che cosa ci aspetta e che cosa dobbiamo fare. Come si legge in un documento della CMM: “The opposite of coherence might be called vertigo, and is highly unpleasant, particularly if prolonged. As a result, we are all inveterate episodic punctuators” (p. 34).

Dei quattro livelli, ‘cultura‘ è senz’altro il più vago e meno tecnico. L’analista della comunicazione deve scegliere di considerare come rilevante la cultura organizzativa, corporativa, o anche etnica o nazionale, o una sottocultura. Ciò tra l’altro mette in evidenza l’indeterminatezza del numero di contesti, e il ruolo attivo dell’analista (e dei parlanti) nella scelta, per quanto non arbitraria, dei contesti rilevanti. La cultura ha a che fare con visioni del mondo e valori, e con le modalità che si ritengono appropriate per entrare, uscire e stare nelle situazioni.

Il meccanismo fondamentale di tutto questo impianto riguarda la semantica: il significato di ogni atto comunicativo è differente per ogni livello contestuale. Una bastonata in testa può essere uno scherzo all’interno dell’episodio (gioco), un segno di asimmetria nella relazione (amicizia), un’espressione del sé (carattere volitivo) e un messaggio culturale (accettazione dell’aggressività).

Mobilità e interazione tra i contesti

Per la CMM l’ordine gerarchico dei livelli è mobile: un sé può fare da contesto a un episodio e vice versa, oppure la cultura può spostarsi verso il basso fino ad essere il contesto meno inclusivo: pensiamo ad esempio a due persone unite da una forte relazione personale che parlino tra loro delle proprie diverse culture di appartenenza e ironizzino sulle reciproche incomprensioni. La posizione relativa fra i contesti fa molta differenza.

L’ordine gerarchico dei vari livelli può anche modificarsi in base all’esperienza. Un rituale di iniziazione può essere inteso come lo spostamento verso l’alto della relazione di gruppo, a contestualizzare il sé e altre relazioni. Un altro esempio può essere la nascita di un’amicizia o di un amore, quando una relazione inizialmente ‘sparpagliata’ in varie istanze di contesto (episodi, ad esempio tra compagni di scuola) diventa il filo conduttore e il contesto di tutti gli avvenimenti comunicativi successivi (l’amicizia in cui la scuola è uno dei contesti).

Un altro aspetto interessante ed estremamente dinamico è l’incoerenza (o la coerenza) tra significati che compaiono ai diversi livelli. Vi sono tre fondamentali forme di relazione tra i contesti: il circuito armonico, dove testo e contesto si implicano reciprocamente; il circuito sovversivo, in cui testo e contesto si invalidano reciprocamente; e il circuito bizzarro, nel quale testo e contesto tendono a trasformarsi l’un l’altro (Brahnam e Pearce 1985). I circuiti bizzarri, che possono anche svilupparsi in patologie (Cronen, Johnson & Lannamann 1982), e quelli sovversivi, sono i momenti di dilemma che sfociano spesso nella creatività comunicativa e relazionale, e nelle vere novità che trasformano le relazioni significative.

Conclusione

Nel prossimo post vedremo altri elementi del framework della CMM che riguardano la configurazione di forze logiche della comunicazione e l’articolazione di più conversazioni e storie simultanee, alcune delle quali ‘invisibili’ ma estremamente rilevanti per comprendere ciò che succede.

Bibliografia
  1. Bateson G (1956). Questo è un gioco. Trad. it. Milano: Cortina, 1996. ?
  2. Bateson G (1972). Steps to an ecology of mind, New York, Chandler; trad. it. Verso un'ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1976.?
  3. Branham RJ, Pearce WB (1985). Between text and context: toward a rhetoric of contextual reconstruction. Quarterly Journal of Speech 71:19-36.
  4. Cronen VE, Johnson K, Lannamann JW (1982). Paradoxes, double-binds, and reflexive loops: An alternative theoretical perspective. Family Process 20:91-112.
  5. Cronen VE, Pearce WB (1981). Logical force in interpersonal communication: a new concept of the 'necessity' in social behavior. Communication 6:5-67.
  6. Cronen VE, Pearce WB (1985). Toward an explanation of how the milan method works: an invitation to a systemic epistemology and the evolution of family system." in Campbell D, Draper R, eds. Applications of Systemic Family Therapy: The Milan Approach. London: Grune and Stratton, pp. 69-94.
  7. Lang P, Little M, Cronen V (1990). The systemic professional: domains of action and the question of neutrality. Human Systems 1:39-55.
  8. Pearce WB (1976). The Coordinated Management of Meaning: a rules-based theory of interpersonal communication. Miller GR, ed. Interpersonal Communication. Beverly Hills: Sage, pp. 17-36.
  9. Pearce WB (2004). The Coordinated Management of Meaning (CMM). In W. Gudykunst, ed. Theorizing Communication and Culture. Thousand Oaks, CA: Sage, pp. 35–54.
  10. Pearce WB (2009). Making Social Worlds: A Communication Perspective. USA: Blackwell Publishing.
  11. Pearce Associates, 1999. Using CMM, The Coordinated Management of Meaning, http://www.pearceassociates.com/essays/cmm_seminar.pdf
  12. Pearce WB, Cronen VE (1980). Communication, Action and Meaning: The Creation of Social Realities. NY: Praeger.
  13. Pearce WB, Cronen VE, Conklin RF (1979). On what to look at when studying communication: a hierarchical model of actor's meanings. Communication 4:195-220.
  14. Pearce WB, Pearce, KA (1995). Extending the theory of the Coordinated Management of Meaning (CMM) through a community dialogue process. Communication Theory 10:405–423.
  15. Ugazio V (1998). Storie permesse e storie proibite. Torino: Bollati Boringhieri.
  16. Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD (1967), Pragmatics of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes, New York: W.W. Norton; trad. it. di M. Ferretti, Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.
  17. http://www.cmminstitute.net/resources/documents
  18. http://www.pearceassociates.com/essays/bibliography.htm
  19. http://www.taosinstitute.net/resources
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