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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Quattro temi per aiutarci a gestire le relazioni

Cominciamo una serie di post del BTDC che, a partire dal lavoro educativo e socio-assistenziale, svilupperà il tema della gestione delle relazioni. Affronteremo, per aiutarci a organizzare il pensiero e il discorso, quattro nuclei tematici: la relazione duale, la relazione di gruppo, il conflitto e la presa di decisione. Lo faremo “mixando” ingredienti teorici, riflessioni sull’esperienza quotidiana, esempi filmici e consigli per esercizi da fare in aula o a casa nostra.

Possiamo davvero “gestire” le relazioni?

In questo post introduttivo dobbiamo intanto sfatare un eventuale mito indotto dal termine “gestione delle relazioni”. Sembra scontato dirlo, ma le relazioni con le persone NON sono sotto il nostro controllo. Se proprio vogliamo parlare di controllo e di gestione, noi stessi siamo in parte gestiti e controllati dalle relazioni nelle quali viviamo. Certo, spesso vi sono asimmetrie di potere che localizzano maggiore controllo in un particolare membro di una coppia relazionale, o in un particolare punto di una rete di relazioni sociali. Tuttavia sappiamo bene quanto anche i “sottoposti” siano liberi di interpretare il proprio ruolo, il ruolo del capo, la situazione, co-costruendo attivamente a tutti gli effetti le condizioni di interazione e di lavoro, creando un capo o un superiore e trasformandolo nel tempo, scrivendo, insieme a lei o a lui, il copione della vita quotidiana lavorativa. Le relazioni ci costituiscono, noi siamo-in-relazione e siamo-nelle-relazioni.

Quando utilizziamo il termine gestione delle relazioni, lo facciamo dunque come scorciatoia terminologica che piace ai motori di ricerca. Capita di dimenticare questa semplice verità, specialmente in alcune situazioni: pensiamo a un insegnante in una classe, o a una educatrice che si prende cura di una persona disabile. Lo squilibrio di potere e il ruolo istituzionale possono dare al soggetto “up” la sensazione di essere “in charge” e di poter davvero gestire la relazione, offuscando tanto la natura sempre reciproca della costruzione dei significati, quanto il fatto che le relazioni in gioco sono sempre molte di più di quelle che saltano all’occhio a un primo sguardo. Approfondiremo questo tema, ad esempio, quando presenteremo le linee essenziali di un interessante strumento, il sociogramma di Moreno. Questo strumento ci aiuterà a “vedere” che la leadership in qualsiasi gruppo va guadagnata e mantenuta e che non siamo mai esterni.

Coltivare le relazioni

Ma se non possiamo davvero gestire le relazioni, che cosa possiamo fare? A che serve dotarsi di strumenti e sensibilità nuove e diverse? Posto che delle relazioni – proprio per la loro profonda valenza di sopravvivenza – si parla sempre per metafore, proviamo a utilizzare termini meno ingegneristici e più biologici: possiamo “coltivare” o perfino “allevare” le relazioni, nutrendole, prendendocene cura, compiendo azioni per attivare processi, sapendo che tutto ciò riguarda la salute del contesto lavorativo e la nostra stessa salute. Questo non per demonizzare termini più manageriali e ingegneristici come “costruire” e “gestire” le relazioni. Questi infatti sottolineano punti di vista fondamentali. Uno molto importante è quello della disciplina, che io vedo come assolutamente necessaria nella gestione del proprio e altrui tempo, nella comunicazione, nell’equilibrio tra personale e professionale. Forse però coltivare le relazioni è un’idea più inclusiva: racconta una verità che è quella della natura vivente delle relazioni umane, della libertà, dell’imprevedibilità e della contingenza, nonché della necessità vitale di avere delle relazioni positive e sane. Costruire, gestire, darsi una disciplina, sono azioni possibili e utili all’interno della relazione che viviamo e che vogliamo coltivare e far fiorire. Vedremo che curarsi delle relazioni richiede l’utilizzo e l’esercizio di alcune delle nostre facoltà più fondamentali: la memoria, l’attenzione, la pazienza. Altre azioni importanti sono quelle che portano a fondare e ri-fondare le relazioni, perché le relazioni hanno sempre storia e snodi cruciali.

Infiniti modi di entrare in relazione

Vorrei terminare questo post introduttivo utilizzando un paio di personaggi di fantasia per dissociare quanto detto fin qui da un eventuale senso di irenismo new age o di buonismo che potrebbe essere stato evocato. Impareremo infatti che è importante distinguere i livelli di discorso: la cura della relazione può passare da stili relazionali infinitamente diversi, e non potrebbe essere altrimenti perché ciascuna persona – anche all’interno di fenomeni collettivi come una cultura aziendale o un clima relazionale – è unica.

Certo, da una parte possiamo pensare alla cura della relazione nei termini in cui la volpe istruisce il piccolo principe nell’omonimo libro di Antoine de Saint-Exupéry:

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

“Per favore... addomesticami”, disse.

"Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però […]. Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.

“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...".

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti”.

“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.

“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore…”.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

Nel celeberrimo caso appena visto, la cura e la pazienza per la relazione passano da uno stile relazionale omologo: di cura e pazienza per la persona, per l’interlocutore. Ma la relazione può essere mantenuta e coltivata in molti altri modi. Per introdurre un caso che utilizzeremo anche in seguito, pensiamo al film Gran Torino, e al rapporto di mentoring che intercorre tra il vecchio Walt e Tao. Ecco una scena:

Walt (Clint Eastwood) decide di occuparsi della relazione con questo “riso lesso” che ha cercato di rubargli la macchina insieme a una banda di suoi connazionali. Almeno all’inizio, la modalità relazionale non appare paziente né misericordiosa: è esigente e ruvida.

Dire che le relazioni vanno coltivate con attenzione e pazienza non significa, a mio avviso, che tutti devono adottare uno stile relazionale accogliente e pieno di “peace and love” verso i colleghi, i sottoposti, i clienti ecc. Le libere riflessioni e i piccoli strumenti dei prossimi post – sulla relazione duale, la relazione in gruppo, il conflitto e la presa di decisione – partono dal presupposto che relazionarsi è innanzitutto una questione di “esserci”, di personalizzazione e di creatività, che si può giocare con il proprio stile.

Bibliografia e filmografia
  • Gran Torino, regia di Clint Eastwood, U.S.A., 2008.
  • Antoine de Saint Exupéry (1943), Le Petit Prince, Gallimard, Paris; ed. italiana Tascabili Bompiani, Milano, 1997, XXI.
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