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Last updateTue, 04 Sep 2018 2pm

Livin’ in a project? “Retrogettarsi” per orientarsi

“Cosa siamo qui a fare?”… è una domanda che inevitabilmente emerge in alcuni momenti in ogni contesto organizzativo, e che esprime la necessità di ritrovare il senso dell’operare, il quale a sua volta può orientare fornendo coordinate forse perdute, forse dimenticate, forse semplicemente implicite. Qui la presenza di un “quadro progettato” – con obiettivi, finalità, tempi, indicatori ecc. – assume una grande utilità. Un’utilità poco riconosciuta se il pro-gettare viene considerato soltanto come fuga dal presente verso nuove mete future.

“Sto lavorando a un progetto”…

È vero che, come abbiamo visto in un precedente post,

[Progettare è] quel modo della mente che non rinuncia a immaginare e ad aggredire i problemi alla ricerca di nuovi valori capaci di rispondere a necessità e problemi, e rinuncia a difendersi attraverso mega idealizzazioni e giudizi di valore…

Progettare è anche una modalità per cercare nuove risorse, economiche o di altro genere, (ri)definendo allo stesso tempo il senso della propria attività futura, con un contesto e un background, e con obiettivi, metodi, tempi e indicatori di verifica. Ora però vorrei che lasciassimo alle spalle la fase pro-gettante su cui tanto abbiamo insistito nei precedenti post, per spostarci ad un momento successivo, quello in cui un progetto è in essere. Immaginiamo che un nostro progetto sia stato finanziato e sia ora in corso, e che dunque gli obiettivi e gli strumenti che avevamo proposto siano stati approvati. Ma che fine ha fatto realmente quel progetto? Forse è stato chiuso in un archivio e stiamo già pensando al prossimo progetto, quello che ci consentirà di “tirare avanti” per i successivi mesi o anni. Forse saranno soltanto le scadenze e i documenti da produrre (rendicontazione, relazioni) a retro-gettarci, cioè a ributtarci indietro a riesaminare gli obiettivi che ci eravamo posti, e soprattutto le promesse che avevamo fatto, richiedendoci di descrivere ciò che staremo facendo. Perché, in fondo, il rischio di un progetto è che esso finisca nel momento stesso in cui viene approvato, logorando forse, a lungo andare, la voglia e la fiducia di vederli realizzati, i progetti.

Non voglio fare facili moralismi, anche perché effettivamente, in alcuni casi, i progetti sono prodotti che si eseguono sotto ricatto, come unica fonte delle risorse minime per il funzionamento di servizi necessari, stabili e continuativi (dalla ricerca e didattica universitaria ai servizi di assistenza ed educazione per disabili e anziani nei territori).

Vorrei invece invitare a riflettere sulle opportunità della retro-gettazione che rischiamo di sprecare sotto la spinta a pro-gettare, o sotto il richiamo della quotidianità e delle urgenze. E uso il termine “retro-gettazione”, inventato al momento, proprio perché è la lingua stessa a non aiutarci nel ricordare che oltre a progettare per il futuro potremmo dedicarci a riportare costantemente al centro le decisioni prese nel passato, le riflessioni che dovrebbero orientare il nostro agire, i punti di riferimento che noi stessi avevamo immaginato per lo svolgimento incerto della nostra impresa. “Sto lavorando a un progetto” è infatti una frase ambigua: il progetto è in costruzione oppure è stato approvato ed è in corso di realizzazione?

Retrogettarsi

Parlo di “retrogettazione” ma potrei del pari riferirmi a “supragettazione” o “subgettazione” come operazioni che ci riportano rispettivamente alla cornice complessiva che sta al di sopra (supra) del lavoro, dandone una visione di insieme e mostrandone le direzioni di lungo periodo, e alle scelte e ai presupposti che stanno sotto (sub) al lavoro, raccontandone il senso che di quando in quando può servire a compiere le piccole e medie scelte.

La retrogettazione (il rifarsi a un progetto) è, a mio avviso, proprio uno di quei meccanismi che ho chiamato, in un altro post, di deferimento/differimento. Ricordiamo che se questi meccanismi sono accessibili e affidabili, essi possono trasformare il quotidiano, addirittura decomprimendo o sdrammatizzando emozioni, relazioni e interazioni. I meccanismi di deferimento/differimento, lo ricordiamo, sono protocolli e procedure che

permettono di prendere un qualsiasi avvenimento che accada durante il lavoro e di trasportarlo in un altro tempo e in un altro spazio, sempre interno al lavoro, dove esso può essere analizzato, riconsiderato, e soprattutto reinserito in contesti più ampi.

Un progetto è un contesto più ampio per eccellenza. Un evento aggressivo o negativo che avviene con un utente di un servizio educativo, ad esempio, non si esaurisce nel momento del suo accadere, ma è contestualizzato dal Piano Educativo Individualizzato (PEI) della persona, che avrà i suoi tempi e le sue modalità di verifica. La storia non si vede bene da vicino. Eppure, anche i PEI, come i progetti di cui abbiamo parlato finora, rischiano di rimanere chiusi in un archivio, di non essere oggetto di “retrogettazione” se non “a fine anno”, mentre invece potrebbero essere una guida e un supporto non soltanto per il singolo operatore, bensì per una intera équipe in quanto il progetto fornisce linee guida collettive ed è condiviso, finendo anche per alleviare la pressione sul singolo operatore (e sui suoi eventuali deliri di onnipotenza o sindromi depressive).

Anche un progetto organizzativo può avere queste funzioni, e vorrei chiudere questa serie di riflessioni con un altro esempio concreto, che ci riporta alle “missioni impossibili” e alle “emergenze permanenti” che abbiamo incontrato quando abbiamo parlato di aggressività e di servizi ad alta intensità emotiva.

Un esempio di attualità: progettare l’accoglienza di profughi e richiedenti asilo?

Recentemente il tema dei profughi e dei richiedenti asilo è decisamente salito alla ribalta dei media in Italia e in Europa, e di riflesso nel resto del mondo occidentale. Qualcuno ha parlato di una improvvisa consapevolezza di un fenomeno che continua da molti decenni. Certamente i rovesciamenti, le instabilità e i crolli politici violenti avvenuti in Africa, nel Medio Oriente, negli stati ex-Unione Sovietica e in Asia, come quelli dei Balcani negli anni ’90, hanno creato situazioni nuove che stanno obbligando milioni di persone a fuggire dai propri paesi. La realtà è che milioni di migranti, di profughi e – laddove possibile – richiedenti asilo sono sempre stati tragicamente presenti nella storia.

Un terzo dei migranti presenta domanda di asilo. Un richiedente asilo è una persona che, avendo lasciato il proprio paese, chiede il riconoscimento dello status di rifugiato o altre forme di protezione internazionale. Fino a quando non viene presa una decisione definitiva dalle autorità competenti del paese ospitante (in Italia sono competenti le Commissioni (centrale e territoriali) per il riconoscimento dello status di rifugiato), la persona è un richiedente asilo e ha diritto di soggiornare regolarmente nel paese, anche se è arrivato senza documenti d’identità o in maniera irregolare.

La condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 paesi (si veda l’utile glossario pubblicato su Internazionale). Nell’articolo 1 della convenzione si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”. Dal punto di vista giuridico-amministrativo è una persona cui è riconosciuto lo status di rifugiato perché se tornasse nel proprio paese d’origine potrebbe essere vittima di persecuzioni. Per persecuzioni s’intendono azioni che, per la loro natura o per la frequenza, sono una violazione grave dei diritti umani fondamentali, e sono commesse per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. L’Italia ha ripreso la definizione della convenzione nella legge numero 722 del 1954.

Mentre devono essere trovate soluzioni politiche di solidarietà internazionale ai massimi livelli, che coinvolgono l’Europa e ovviamente non soltanto l’Italia, allo stesso tempo vi è la necessità di garantire i diritti umani e di gestire la sicurezza sociale mediante una solidarietà su base locale, concretizzata anche negli indirizzi ministeriali che da diversi anni vanno nella direzione di un’accoglienza sostenibile e diffusa sul territorio.

Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) è stato costituito dalla legge n.189/2002. Attraverso la stessa legge il Ministero dell'Interno ha istituito la struttura di coordinamento del sistema – il Servizio Centrale di informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti locali – affidandone la gestione all'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Lo SPRAR è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. Gli enti locali, con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

I progetti territoriali dello SPRAR sono caratterizzati da un protagonismo attivo, condiviso da grandi città e da piccoli centri, da aree metropolitane e da cittadine di provincia. A differenza di quanto accade in altri paesi europei, in Italia la realizzazione grazie allo SPRAR di progetti di dimensioni medio-piccole – ideati e attuati a livello locale, con la diretta partecipazione degli attori presenti sul territorio – contribuisce a costruire e a rafforzare una cultura dell’accoglienza presso le comunità cittadine e favorisce la continuità dei percorsi di inserimento socio-economico dei beneficiari.

La prima finalità generale del servizio è l’accoglienza, e discende direttamente dal Decreto del Ministro dell’Interno n. 233 del 2 Gennaio 1996, art. 1:

Fornire assistenza, alloggio e supporto igienico-sanitario a minori stranieri accompagnati dal proprio nucleo famigliare, giunti o comunque presenti sul territorio nazionale in condizione di non regolarità e privi di qualsiasi mezzo di sostentamento, per il tempo strettamente necessario alla identificazione o espulsione.

La seconda finalità è l’empowerment degli ospiti, inteso come

un processo individuale e organizzato, attraverso il quale le singole persone e i nuclei familiari possono (ri)costruire le proprie capacità di scelta e progettazione e (ri)acquistare la percezione del proprio valore, delle proprie potenzialità e opportunità.

In breve la seconda finalità consiste nell’acquisizione da parte degli ospiti di strumenti per l’autonomia. Come scrive ancora lo SPRAR:

è necessario che il percorso di accoglienza e di integrazione del singolo beneficiario possa tenere conto della complessità della sua persona (in termini di diritti e di doveri, di aspettative, di caratteristiche personali, di storia, di contesto culturale e politico di provenienza, ecc.) e dei suoi bisogni. Trattasi pertanto di un approccio olisticovolto a favorire la presa in carico della persona nella sua interezza e nelle sue tante sfaccettature.

La terza finalità, sempre confrontata con le linee guida SPRAR, è l’aumento di contatti e connessioni tra gli ospiti e il territorio, che si traduce da una parte nell’orientamento del richiedente o beneficiario e nella qualità della sua esperienza del contesto italiano, e dall’altra nel rafforzamento delle reti territoriali per l’accoglienza, la solidarietà e il supporto personale.

Le finalità vengono poi declinate in obiettivi specifici dai singoli progetti che afferiscono allo SPRAR. Ecco che allora l’accoglienza integrata si declina in una serie di servizi minimi garantiti: mediazione linguistico-culturale, accoglienza materiale, orientamento e accesso ai servizi del territorio, formazione e riqualificazione professionale, orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo, orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo, orientamento e accompagnamento all’inserimento sociale, tutela legale, tutela psico-socio-sanitaria (oltre all’aggiornamento e alla gestione della Banca Dati).

In conclusione

Lo SPRAR è stato definito “il fiore all'occhiello delle politiche di accoglienza dei rifugiati a livello nazionale”. Il lavoro svolto dallo SPRAR è fonte di utili indicazioni operative e di best practices (si vedano i materiali sul sito http://www.sprar.it/). Ma ha davvero senso porsi tutti questi obiettivi e progettare per affrontare l’emergenza? Secondo l’argomento che ho sostenuto in questo articolo, la risposta è affermativa, AMMESSO CHE dopo la progettazione e l’approvazione venga la retro-gettazione, cioè l’utilizzo di ciò che si è elaborato per remare davvero nel mare della complessità. E chissà che la ribalta della retrogettazione non abbia anche un effetto stimolante sulla qualità della progettazione.

Per saperne di più

 

 
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