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Emozioni e progettazione nel sociale e nella formazione

Gli interventi e i servizi sociali sono ormai da molti anni accompagnati da un’esigenza costante e spesso pressante: quella della progettazione (De Ambrogio et al. 2013). Entreremo prossimamente in alcuni aspetti metodologici della progettazione nel sociale. Questo post inizia intanto a sviluppare alcune riflessioni sulla dimensione emotiva della progettazione, seguendo soprattutto una lettura di Ugo De Ambrogio e colleghi, e sviluppando un parallelo con le nozioni di “progetto”, “obiettivo”, “domanda”, “bisogno” quali compaiono nella formazione in contesti aziendali e lavorativi (e che interpreteremo nell’ottica psicosociologica di Kaneklin). Ci faremo anche aiutare da una realtà vivace di lavoro sociale e di ricerca: il Centro Territoriale Mammut di Scampia (Napoli).

Progetto: catalizzatore di emozioni

In precedenti articoli abbiamo trattato di emozioni in relazione a diverse dimensioni del lavoro sociale: l’aggressivitàil lavoro emozionale e il burnout, e i meccanismi di deferimento/differimento che rendono possibile la necessaria rielaborazione delle emozioni generate non solo nella relazione con l’utenza, ma anche e soprattutto nelle relazioni con i colleghi e con l’organizzazione.

La dimensione della progettazione non è certo da meno nel fungere da catalizzatore di emozioni. Come abbiamo visto in altri casi, le emozioni possono essere un propulsore potente oppure, all’opposto, una bomba dirompente. Nella progettazione, scrivono due autori che incontreremo,

…quando le emozioni prevalgono, sono inconsapevoli e non vengono gestite, i processi progettuali rischiano di fallire o di abortire, e di non consentire che le energie potenziali trovino spazio di espressione. Le emozioni ben canalizzate, viceversa, sono nutrimento per il processo progettuale, che risulta così più ricco e con un esito presumibilmente più efficace (Casartelli & De Ambrogio 2013, p. 53)

Ancora prima di entrare nella dinamica emozionale interna alla progettazione, è però opportuno affrontare pensieri e vissuti che possono bloccare o favorire l’ingresso stesso in un’impresa progettuale. Non a caso infatti qui sopra abbiamo subito definito “pressante” l’esigenza di progettare: l’attività progettuale, a volte abbracciata dagli operatori sociali, è invece spesso mal tollerata, altre volte addirittura attivamente combattuta. Perché?

La cultura della progettazione nel sociale

Il sociologo Ugo De Ambrogio nelle poche pagine introduttive di Progettare e valutare nel sociale (De Ambrogio et al. 2013), libro di cui consiglio vivamente la lettura, scrive che già prima degli anni ’90 del Novecento i Italia alcuni enti avevano intuito la funzione strategica della progettazione sociale come “fondamentale per evitare i rischi (sempre presenti in questo campo) di limitare l’intervento a una logica semplicemente di tamponamento delle urgenze per certi versi ‘suicida’” (p. 14). Gli interventi progettati sono gli interventi innovativi, sperimentali, che non ci sono ancora; sono i servizi che individuano nuove risposte a nuovi bisogni invece che operare “di mantenimento”, all’inseguimento di bisogni conosciuti e concettualizzati sempre allo stesso modo, con risposte consolidate e codificate che però per loro stessa natura si auto-alimentano e viaggiano verso un consumo di risorse costante o crescente e quindi verso una riduzione della sostenibilità.

A partire dagli anni ’90, le organizzazioni pubbliche, private e del terzo settore si sono strutturate sempre più per lavorare per programmi e progetti parallelamente all’affermarsi di strumenti di politica sociale come concorsi, finanziamenti, gare d’appalto. Il trend è continuato a cavallo del millennio, con “forme di politiche sociali sempre più proiettate verso una gestione esternalizzata dei servizi” (De Ambrogio, cit., p. 13), con gli enti locali titolari che delegano servizi sociali e assistenziali a terzi per poi valutare la qualità degli interventi, la rendicontazione dei costi e la soddisfazione dei vari stakeholders.

Progetti e progettifici nella crisi

Non è che in questi vent’anni la progettazione sia sempre stata vissuta di buon occhio, anzi. Bandi, appalti e gare che invitano a presentare “progetti innovativi”, si sa, hanno i loro enormi difetti. Termini come “innovazione”, “efficienza” e “progetti” coprono in realtà – e neppure tanto abilmente – manovre di taglio selvaggio di risorse o di favoreggiamento di alcuni enti rispetto ad altri. I progetti poi sono spesso vissuti da chi opera come alienati dall’operatività, come una formalità burocratica che costa moltissime energie senza alcuna influenza sul lavoro quotidiano con gli utenti, oppure come una operazione di grande marketing per raccogliere risorse dichiarando un’adesione alle “mode” passeggere (delle fondazioni, delle amministrazioni, dell’Europa, del pubblico ecc.) invece che a bisogni reali che permangono. Questi sono alcuni – non tutti – i fattori da cui possono derivare sentimenti negativi e resistenze verso la progettazione, che, se pure viene fatta, viene a volte vissuta come un’imposizione o come un “progettificio” che vive una vita propria.

Oggi il contesto di crisi mette ulteriormente alla prova quello che è stato un grande percorso di crescita culturale verso la progettazione e la valutazione:

[Oggi] gli attori della progettazione sociale […] tendono spesso a dimenticare il percorso di crescita culturale che si è sviluppato nell’ultimo ventennio e a rinunciare a percorsi progettuali virtuosi o a considerarli come un passaggio strumentale e obbligato per accedere a determinate risorse. […] [D]a un lato gli attori (in particolare quelli meno consapevoli) tendono a ridurre gli investimenti verso la direzione progettuale e valutativa, considerando tali funzioni opzionali e dunque, in fase di risparmio, come le prime da tagliare; dall’altro, a casa della crisi stessa, aumentano le esigenze di progettazione e valutazione perché è la congiuntura economica che provoca perdita di senso, ostacoli, conflitti, atteggiamenti depressivi, tutte tendenze che una progettazione attenta può contenere e superare (De Ambrogio 2013, pp. 14-15).

Progettare richiede (e stimola) ricerca

Nel contesto del nostro discorso, mi sembra particolarmente interessante la vicenda del Centro Territoriale Mammut di Scampia (Napoli), che così descrive la generalizzata demotivazione verso il “sistema del progettificio sociale”:

Se studi e ricerche continuano a interessare a chi opera sul campo, è in buona parte perché funzionali al riempimento di formulari e schemi preconfezionati di bandi e rendicontazioni, in ottemperanza alla burocrazia e all’ormai svelato sistema del progettificio sociale. Parole come [ad esempio] ricerca-azione perdono di senso e significato, perché finalizzate a conferire una qualche affidabilità a percorsi che della ricerca azione non posseggono un bel niente (Centro Mammut).

Il Centro Mammut offre anche diversi video utili – sia a chi “bazzichi” il settore sia a chi ne sia digiuno – per sintonizzarsi su cosa intendiamo con “servizi e interventi nel sociale”. Eccone uno molto efficace di 3 minuti:

 

Il Centro Mammut mi sembra interessante per la sua proposta forte di progettare e innovare attraverso una vera ricerca-azioneper rendere i servizi anche apparentemente semplici che vediamo nel video (doposcuola, teatro, ciclofficina, riflessioni guidate, azioni sullo spazio pubblico, breakdance, attività con le scuole, feste di piazza, villaggio estivo, formazione delle maestre) veri strumenti di cambiamento sociale.

Anche per Ugo De Ambrogio (2013, cit.) è necessario, contro le tendenze a disinvestire sulla progettazione, continuare a lavorare sodo per progettare mentre, allo stesso tempo, si incrementano la tangibilità dei propri risultati, la sostenibilità e la trasferibilità dei propri processi, e mentre si resiste alla tentazione di rimanere sul noto per perseguire “risultati certi, garantiti da servizi consolidati […] politicamente spendibili” (ivi, p. 15).

E se il progetto fosse un sogno (con delle scadenze)?

Nel corridoio di una scuola milanese c’è un cartello con questa frase: “Un progetto è un sogno, con delle scadenze” (C. Kaneklin, 1990, p. 169)

Questa bellissima citazione compare nel passaggio di un libro nel quale Cesare Kaneklin, professore di psicologia e consulente attivo nel mondo del lavoro, cerca di spiegare che cosa voglia dire “progetto” nel suo approccio alle organizzazioni definito “psicosociologico” (Kaneklin & Olivetti Manoukian 1990). Progettare, per Kaneklin, è

…un possibile modo della mente di avvicinare la realtà, coinvolgendosi attraverso processi identificatori, di idealizzazione e distanziandosene attraverso la sublimazione sia per conoscere, sia per mettere a punto ipotesi realistiche atte ad intervenire sulle condizioni specifiche dell’esistenza (Kaneklin 1990, p. 170).

“Progetto” è dunque una parola dalla forte connotazione energetica e potente: essa costituisce la possibilità di connettere il pensiero onirico e quello calcolante, la contemplazione e l’azione, il sogno e la realizzazione (ibidem).

Inibizione quotidiana della facoltà onirica

Alla progettazione è strettamente connesso un altro termine, “obiettivo”, che a sua volta si lega strettamente ad altri due: “domanda” e “bisogno”. Kaneklin nel suo testo esplora il significato di tutti questi termini nel contesto della formazione aziendale, ricercando le ragioni della resistenza a progettare che normalmente si osserva nelle organizzazioni. Se “il progettare significa sognare dandosi delle scadenze”, scrive Kaneklin,

nelle situazioni formative colpisce il fatto di incontrare non poche persone che, potendo esprimere esperienze e problemi, evidenziano un pensiero impostato sul controllo dell’immaginazione, della fantasia e quindi sulla rimozione della realtà onirica e fantasmatica […]. È questo un nodo critico che […] svela anche la perenne, dinamica lotta intrapsichica e relazionale tra pensiero-progetto-azione e identificazione-identità (ivi, p. 170).

Un cliente esprime una domanda formativa, che spesso riguarda una qualche disfunzione dell’azienda o dell’organizzazione, o comunque un possibile miglioramento. Gli obiettivi formativi vengono così implicitamente intesi come “esiti terminali progettati”, e la formazione viene definita come un “luogo di trasmissione di nozioni e modi di essere” e un “rito attraverso il quale imparare ad adeguarsi ad attese esterne, definite dall’organizzazione” (Kaneklin, cit., p. 185). Dov’è finito il sogno?

Progettazione come vitalizzazione

L’approccio psicosociologico proposto da Kaneklin – e non solo esso – si oppone a questa visione della formazione, e pone invece la ricerca degli obiettivi insieme al cliente come parte integrante del processo formativo stesso. Questo mette in gioco relazioni ed emozioni in maniera molto più intensa ma anche, quando tutto funziona bene, più trasformativa, dato che l’obiettivo generale da favorire è, per Kaneklin, preservare e sviluppare la formatività e individuare obiettivi di cui le persone possano appropriarsi (ivi, p. 183):

A partire dalla domanda che il consulente può porre a se stesso su “cosa mi chiedono in realtà e cosa mi è possibile?”, può svilupparsi una proposta tridimensionale di lavoro tra consulente, cliente e il problema non scontato. È questa una proposta di una relazione con il cliente emozionante e inquietante perché implica per lo psicosociologo capacità di contatto con la sua solitudine e per il cliente accoglienza della possibilità di falsificazione delle sue ipotesi: un lavoro impossibile se non si “infiamma” una qualche voglia di pensare e non si sprigiona nella relazione il sentimento che “ne vale la pena” (ivi, p. 187).

La vitalità e la “formatività” dipendono insomma dalla misura in cui ci si mette in gioco, e la ricerca condivisa di obiettivi fa parte di una strategia di riattivazione che è periodicamente necessaria per la vita e la salute delle organizzazioni, e che allo stesso tempo incontra resistenze naturali.

Osservazioni simili si possono fare sugli effetti dinamici dell’azione progettuale sui servizi e sugli interventi sociali stessi:

Le azioni che non hanno radici nella riflessività e nello studio sono quelle meno in grado di raggiungere gli obiettivi educativi specifici per le quali vengono messe in campo. Così come sterili risultano gli studi e le speculazioni teoriche che hanno perso il contatto con la realtà. Promuovere l’incontro tra teorie e pratica è il modo che abbiamo scelto per dare più efficacia alle nostre azioni [se] è il cambiamento che contraddistingue il nostro modo di operare (Centro Mammut).

Tra pratica e teoria, tra sogno e realtà, ci sono la progettazione e la promozione del cambiamento.

BIBLIOGRAFIA

Casartelli, A., & De Ambrogio, U., 2013. La gestione delle emozioni nella progettazione sociale, in De Ambrogio et al., a cura di, cit., pp. 53-64.

Centro Territoriale Mammut, La metodologia di ricerca, in Il Barrito del Mammut, Rivista Multimediale del Centro Territoriale Mammut, http://www.mammutnapoli.org/it/4.4_47/la-ricerca-azione-mammut.htm visitato il 14 maggio 2015

De Ambrogio, U., Dessi, C., & Ghetti, V., a cura di, 2013. Progettare e valutare nel sociale. Metodi ed esperienze, Roma: Carocci.

Kaneklin, C., 1990. Parte seconda. La formazione in una prospettiva psicosociologica. In Kaneklin & Olivetti Manoukian, 1990, cit., pp. 106 sgg.

Kaneklin, C., & Olivetti Manoukian, F., 1990. Conoscere l’organizzazione. Formazione e ricerca psicosociologica, Roma: La Nuova Italia. Ed. Roma: Carocci, 1998.

 
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